venerdì 12 marzo 2010

L'ultima chance di Andy

Il 18 marzo del 2000 l’Ajax si appresta a festeggiare il proprio centenario. L’occasione è la partita casalinga di campionato contro il Twente, che gli uomini allenati da Jan Wouters affrontano vestendo delle suggestive divise d’epoca. Sarà un disastro. Al minuto 29 Jan Vennegoor of Hesselink porta in vantaggio i Tukkers, che poi restano in dieci per l’espulsione dell’attaccante scozzese Scott Booth. Ma il portiere Sander Boschker abbassa la saracinesca. Finisce 0-1. Wouters viene silurato.
Nel Twente si segnala tra i più brillanti una giovane ala destra di proprietà dell’Ajax, mandata ad inizio stagione ad Enschede per acquisire un po’ di esperienza. Si chiama Andy van der Meyde e sta disputando un campionato di alto livello. Le sue prestazioni gli garantiranno il rientro alla casa madre, e un posto nell’undici titolare dell’Ajax. Van der Meyde, Van der Vaart, Chivu, Pasanen e Van der Gun. Le promesse degli ajacidi stagione 2000/2001 sono loro. Non tutte verranno mantenute.
All’Amsterdam Arena Van der Meyde diventa l’arciere, per l’esultanza di mirare un bersaglio immaginario nel cielo dopo ogni rete segnata. Nel 2002 Dick Advocaat lo fa esordire in nazionale. Sarà il primo dei cinque “deb” nel corso della gestione del Piccolo Generale (gli altri sono Wesley Sneijder, Arjen Robben, John Heitinga e Nigel de Jong). Con Ronald Koeman vince il double campionato-coppa, e la stagione successiva è tra i protagonisti, assieme ad Ibrahimovic, Chivu, Sneijder e Pienaar, dell’Ajax che raggiunge i quarti di finale di Champions League. Termina il campionato in doppia cifra e decide di lasciare Amsterdam per l’Inter. “Troppo presto”, sentenzia Koeman, “Andy non è ancora pronto per un campionato estero”. Mai previsione fu più azzeccata.
Andy van der Meyde ha trascorso sei stagioni all’estero. Due a Milano, quattro a Liverpool, sponda Everton. In questo lasso di tempo ha disputato solamente 52 partite, 32 delle quali in Serie A con l’Inter, per un totale di 2.664 minuti di calcio giocato. Infortuni e problemi personali (legati specialmente alla bottiglia) lo hanno quasi trasformato in un ex-giocatore. Nell’Inter non giocava bene (da ricordare un bel gol nel 3-0 rifilato dai nerazzurri all’Arsenal ad Higbury, e poco altro), nell’Everton non giocava proprio. I numeri parlano di 220partite con i Toffees in quattro anni, ed una frattura con il tecnico David Moyes progressivamente allargatasi mese dopo mese. Nell’estate 2009, Van der Meyde rimane senza squadra. Il suo ultimo anno all’Everton: sei minuti nel match di Premier League contro l’Aston Villa, cinque nel derby di FA Cup contro il Liverpool, vinto dall’Everton nelle battute conclusive grazie ad una rete di Dan Gosling proprio su assist dell’olandese.
Per disputare nuovamente un incontro ufficiale Van der Meyde ha dovuto attendere la scorsa settimana, quando è sceso in campo con lo Jong Psv Eindhoven in un match perso (2-1) contro lo Jong Sparta, campionato Primavera olandese. Il club della Philips, allenato da quel Fred Rutten che sedeva sulla panchina del Twente quando Van der Meyde arrivò in prestito dall’Ajax, lo ha ingaggiato per sostituire Danko Lazovic, ceduto allo Zenit San Pietroburgo. Van der Meyde è rimasto in campo trenta minuti. La sua ultima partita per intero Andy l’ha disputata il 9 aprile 2005, Bologna-Inter 0-1 (rete di Julio Cruz). Per lui Eindhoven rappresenta l’ultimo treno di una carriera che ha mantenuto il trenta per cento, a volere essere generosi, di quanto promesso. Nel frattempo l’ex nazionale olandese ha provveduto a mettere ordine sulla propria pelle. Il tatuaggio a caratteri gotici recante la scritta “Ajax”, ha fatto sapere Van der Meyde in un’intervista all’emittente televisiva Omroep Brabant, è stato rimosso. Ma ci vuole ben altro per dimostrare al Psv di non essere un nuovo flop alla Patrick Kluivert.

Linea Bianca reloaded

E' tornato nelle librerie Linea Bianca, il trimestrale di scienza e cultura sportiva edito da Limina. Il primo numero del nuovo corso e' dedicato all'Africa ed ai Mondiali di calcio. Radio Olanda ha contribuito con un pezzo dedicato al tecnico olandese Arie Schans.

Schans, che Arie da globetrotter.

Un moderno esploratore "travestito" da maestro di calcio. E' un olandese senza paura, diviso tra Africa e Cina. Ha vinto anche una finale Mondiale, quando la Fifa la organizzo' tra le peggiori nazionali del mondo. Fini' 4-0 per il Bhutan contro Montserrat. Il ct del Bhutan era Arie Schans...

(Linea Bianca, n. 9/2010, € 17,90)

domenica 7 marzo 2010

Un inglese a Mosca

I primi anni Sessanta a Mosca non erano sicuramente Swinging come quelli a Londra, ma la ventata di aria fresca si poteva percepire anche nella capitale dell’Unione Sovietica. Yuri Gagarin era volato nello spazio; la politica di destalinizzazione voluta da Nikita Khrushchev aveva portato alla rimozione del corpo del dittatore georgiano dal Mausoleo di Lenin per seppellirlo fuori dalle mura del Cremlino; lo scrittore Alexander Solženicyn aveva pubblicato “Una giornata di Ivan Denisovič”, romanzo che denunciava gli orrori dei gulag; la musica jazz stava rapidamente diffondendosi nei ceti popolari. Senza dimenticare che a livello politico il modello di stato proposto dall’URSS appariva solido e compatto come non mai; Cuba e diversi stati africani avevano scelto il socialismo anziché il capitalismo, militarmente l’Unione Sovietica gareggiava alla pari con gli Stati Uniti, mentre dal punto di vista economico la produzione di gas e acciaio superava addirittura quella del nemico americano.
“Sembrava proprio che il comunismo stesse marciando verso un grande futuro”; con questo spirito sbarcava Mosca nel 1963 un giovane studente inglese di Portsmouth, James Riordan, iscrittosi alla scuola superiore del PCUS, il Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Riordan aveva due passioni nella vita: il comunismo e il calcio. La prima era maturata durante il servizio militare, che Riordan aveva svolto a Berlino seguendo un corso di addestramento per spie. Proprio il costante contatto con studenti e soldati sovietici lo avevano spinto a passare dall’altra parte della barricata, e una volta tornato in Inghilterra si era iscritto al partito comunista locale. I contatti acquisiti tra esercito, ambasciata e partito avevano infine reso possibile il proprio sogno: recarsi direttamente in URSS per studiare il socialismo in presa diretta.
A Mosca Riordan lavora come traduttore, segue le lezioni di Leonid Brezhnev e della “Pasionaria” Dolores Ibarruri, beve vodka con Khrushchev, pranza con Lev Yaschin e, nel tempo libero, gioca a calcio. Le partite le organizza l’ambasciata britannica secondo lo schema “Inghilterra e Irlanda contro resto del mondo”. A Riordan capita così di trovarsi di fronte l’ambasciatore del Kenya, che gioca scalzo, ma anche il difensore dello Spartak Mosca e della nazionale sovietica Gennardy Logofet. Proprio da quest’ultimo arriva un giorno un invito molto particolare: “vieni al nostro prossimo allenamento, e porta le scarpe da calcio”.
Inizia così l’avventura del primo calciatore inglese ad aver giocato nel campionato sovietico. Riordan era cresciuto nel mito della Dinamo Mosca, che nel 1945 aveva disputato una serie di incontri in Inghilterra riscuotendo numerosi consensi per l’elevata qualità espressa dal proprio calcio. Il piccolo James era uno dei bambini presenti sugli spalti quando i sovietici toccarono la costa meridionale d’Albione. Poco meno di venti anni dopo eccolo esordire al centro della difesa dello Spartak Mosca di fronte a 50mila persone che gremiscono il Lenin Stadium. Nikita Simonyan, il tecnico dello Spartak, aveva scelto Riordan per sostituire Valery Volkov, in condizioni pietose dopo l’ennesima sbronza. L’avversario è il Pakhtakor di Tashkent, l’incontro termina 2-2 e Riordan, annunciato dallo speaker dello stadio con il nome di Yakov Eordahnov (“per evitare complicazioni”, ricorda il diretto interessato), disputa una buona partita. “Iniziai all’inglese”, scherza Riordan, “liberando l’area con un paio di campanili, e venni ripreso dal capitano Igor Netto. Passala ad un compagno – mi disse – non al pubblico. A fine partita, stremato, ricevetti i complimenti della squadra”. Nell’1-0 rifilato al Kairat Almaty un paio di settimane dopo Riordan/Eordahnov è nuovamente in campo; poi, dopo qualche presenza in panchina, l’esperienza si conclude. Lo Spartak terminerà secondo in campionato alle spalle della Dinamo Mosca.
Nel 1965 Riordan, disilluso dal regime sovietico, rientra in Inghilterra. Era stato dichiarato persona non gradita in URSS dopo la pubblicazione sul British Soviet Friendship Journal di un articolo dal titolo “I crescenti dolori della gioventù sovietica”, e anche in Inghilterra il partito comunista aveva stigmatizzato i suoi “sofismi borghesi”. L’ex studente di Portsmouth in realtà era rimasto profondamente colpito dall’esperienza con lo Spartak Mosca, e soprattutto dall’incontro con il suo fondatore Nikolai Starostin, l’uomo che assieme ai suoi tre fratelli fu deportato da Stalin in un campo di lavoro in Siberia, dove vi rimase dieci anni, con l’accusa di “propagandare uno sport di ideali borghesi”. I fili della condanna-farsa erano stati mossi da Lavrentriy Beria, capo dei servizi di sicurezza sovietici nonché presidente di quella Dinamo Mosca che nel 1938 aveva dovuto assistere impassibile alla doppietta campionato-coppa messa a segna dallo Spartak. Dall’anno successivo era iniziati gli arresti, le esecuzioni e le deportazioni di numerosi membri della squadra. “Il calcio veniva manipolato e controllato dal potere”, ha scritto Riordan, “perché la sua capacità di aggregazione e la sua vitalità era temuta dai dittatori. Sono convinto che se non fosse stato un giocatore di fama nazionale, Starostin non sarebbe sopravvissuto né a Stalin né a Beria”.
La carriera calcistica di Riordan è proseguita nella Dockyard League di Portsmouth, ottava divisione del campionato inglese. Ben più consistente è stata la sua attività di scrittore, con la pubblicazione di “Sport in Soviet Society”, il primo libro che ha raccontato in occidente la storia dei fratelli Starostin, e dell’autobiografia “Comrade Jim – Ths spy who played for Spartak”. Qualche anno fa Riordan è tornato a Mosca come inviato della BBC per ripercorrere la sua storia, imbattendosi però in ciò che il diretto interessato ha chiamato “l’amnesia post-URSS”. Nessuno, ad eccezione del vecchio compagno di squadra Galimzyan Khusainov, ha voluto incontrarlo, e diverse persone hanno negato di conoscerlo. “Cancellare il passato”, ha commentato l’ex Spartak Mosca, “un atteggiamento tipicamente russo. Non nego di esserci rimasto molto male. Nemmeno i vecchi compagni alla scuola del PCUS hanno accettato di vedermi”.
Oggi a Mosca non esiste alcuna traccia di Yakov Eordahnov; non c’è negli archivi dello Spartak, né in alcun giornale d’epoca. L’unica via percorribile è il mercatino delle pulci, cercando tra le collezioni di cartoncini che venivano inseriti nei pacchetti di sigarette. Alcuni di questi raffiguravano i calciatori del campionato sovietico. “Niente televisione, niente figurine, uno dei pochi modi che i giocatori avevano per farsi conoscere era questo. Una volta mi fermò un tizio e mi chiese il permesso di prepararne alcuni dedicati al sottoscritto”. Alexey Smertin, acquistato nel 2003 dal Chelsea del neo-presidente Roman Abramovich, ha confermato di aver ascoltato delle storie riguardanti un inglese nel campionato sovietico nei primi anni Sessanta. Si era anche accordato con Riordan per scrivere la prefazione di “Comrade Jim”, ma l’idea è stata bocciata dall’editore. Non sapeva chi fosse Smertin…
A Mosca, però, di questa storia non ci sono tracce. Nessuno si ricorda di Riordan e Khuisanov, oggi 72enne, spesso non ci sta con la testa. Per gli annuari, quello Spartak-Pakhtakor finì 4-4.

Fonte: Guerin Sportivo

venerdì 5 marzo 2010

Il caso Jens Toornstra




Fino a qualche settimana fa Jens Toornstra era un calciatore conosciuto solo dai propri genitori. Oggi è un piccolo caso nazionale. La sua è una storia già sentita anche al di fuori dei confini olandesi. Parla di un ragazzo che nel giro di pochi mesi è passato dal campionato dilettanti ad una maglia da titolare nella massima divisione nazionale. Nel suo caso, l’esordio è avvenuto con la maglia dell’Ado Den Haag il 4 dicembre 2009, trasferta a Kerkrade contro il Roda (1-1 il risultato finale). Nel 2010 il 21enne che studia economia e finanza non ha ancora saltato un incontro.
Un paio di settimane fa Toornstra ha incrociato i tacchetti con Mitchell Donald, talento uscito dal vivaio dell’Ajax che aveva fatto furore nelle selezioni giovanili dell’Olanda, e che è finito in prestito al Willem II per accumulare minuti ed esperienza, nonché ristabilirsi pienamente da un brutto infortunio. La scorsa stagione Donald debuttava con la prima squadra dell’Ajax, mentre Toornstra se la sfangava con i dilettanti dell’Alphense Boys, Tweede Klasse C, distretto West II. Nell’incontro tra Ado e Willem II Toornstra, schierato interno sinistro in una mediana a tre, ha schiantato Donald, interno destro, sotto ogni punto di vista: atletico, tecnico, fisico e decisionale. Qualcuno si è chiesto, non a torto, come fosse possibile per un ragazzo che fino a pochi mesi prima si allenava solamente due volte alla settimana e giocava per divertimento alla domenica, imporsi così nettamente su un pari età (i due sono separati da appena tre settimane) abituato da anni ai ritmi del professionista. E soprattutto come fosse possibile che questo ragazzo non fosse mai stato notato da alcun osservatore dei club di Eredivisie. I quali setacciano capillarmente il mondo intero alla ricerca del potenziale affare, non lesinando nello stipulare contratti importanti che vanno a gravare sulle già poco floride casse societarie (in Eredivisie solo tre club su 18 rispettano la regola istituita dalla Federcalcio, la quale prevede che gli stipendi non incidano più del 40% sui costi complessivi della società), e magari sono anche i primi ad importare “pacchi” griffati da qualche vivaio importante (vedi i casi Maaroufi e Kerlon); nelle province a loro limitrofe però, non guardano nemmeno.
La fortuna di Toornstra ha un nome ed un cognome: Kees Jansma, addetto stampa della nazionale olandese, produttore televisivo nonché capo della redazione sport dell’emittente Sport1. Jansma ha una passione: gli Alphense Boys, squadra della quale difficilmente perde un incontro. Dopo aver visto il giovane talento crescere attraverso la classica trafila delle selezioni giovanili fino ad arrivare con profitto in prima squadra, il boss dei media oranje si è attivato per farlo visionare da un osservatore delle giovanili dell’Ado Den Haag. Pochi mesi fa Toornstra ha messo piede per la prima volta nel centro sportivo dei giallo-verdi. Oggi è titolare fisso. Per chi ama vedere il bicchiere mezzo pieno, una bella storia di calcio. Per gli altri, una montagna di dubbi su tanti addetti ai lavori.

mercoledì 3 marzo 2010

Inside scoop on Liverpool bound Jovanovic

Per il web-magazine inglese Inside Futbol Radio Olanda ha stilato un profilo di Milan Jovanovic, attaccante dello Standard Liegi che dalla prossima estate vestirà la maglia del Liverpool..

“Sometimes you want to kiss him, sometimes you want to kill him”. That’s how Standard Liege captain Steven Defour described Milan Jovanovic, the Serbian forward who will join Liverpool on a free transfer this summer. Jovanovic isn’t the easiest character, neither for team-mates nor opponents. A son of the Balkan war, the Serbian knows what he wants and how to get it. “I have character”, he declared upon his arrival at the Standard Liege training ground, “and I am here to become a top player”. While such a phrase might be typical for a newly signed player, Jovanovic was soon to prove his brash statement right. Just four years after signing, he is leaving the Belgian Jupiler League for the Premier League, and his time in the Walloon region – the predominantly French-speaking southern area of the country – has been outstanding.
The way to the top
Jovanovic has picked up two consecutive league titles with Standard; he was elected Belgian Footballer of the Year for the 2007/08 season (the award is organised by the Belgian Football Association and Sport Foot magazine), and Best Footballer of the Jupiler League for 2009 (also known as the Gouden Schoen award, a prize given by a selection of the Belgian press and football personalities); the Serb also became his country’s top scorer during qualifying for the 2010 World Cup with four goals. All in all it’s no wonder Jovanovic quickly became one of the most desired players in Europe.
When Jovanovic landed in Liege in the summer of 2006, the Serb was almost ready to hang up his boots. The former Vojvodina Novi Sad man had suffered a series of injuries, leading to long spells on the sidelines, and restricting him to just 12 games in four season, with Shakhtar Donetsk and Lokomotiv Moscow, picking up the Russian league with the latter.
At Standard, Jovanovic was soon introduced to the club doctor, Dr Popovic, who helped him to find the right level of physical fitness, enough to allow him to undertake a trial. The Reds were on the lookout for someone to replace top scorer Mohammed Tchité, who had just been sold to Anderlecht. Jovanovic impressed instantly in his first friendly appearance, particularly for his speed and coolness in front of goal. But while Jovanovic was gaining fans, Standard were losing. The club had suffered a poor start to the Belgian league season, picking up just two points from four games, and exiting the Champions League in the third qualifying round, falling to Steaua Bucharest. It wasn’t good enough, and Dutch coach Johan Boskamp was sacked.
The Serbian striker could have been forgiven for feeling unsure of his future with Standard, but he need not have worried. Technical director Michel Preud’Homme stepped into the breach, and signed Jovanovic to a permanent deal immediately. Not just that, but the new boy began to replace the established Milan Rapaic on the left wing. Soon though Jovanovic was on the move again, up front to fill in for the injured Igor De Camargo. In his first season in Liege, Jovanovic scored 14 goals and quickly became a fan favourite. The Standard support labelled him the “snake” for his quick movement.
In the 2007/08 season, the Reds won their first Belgian league title in 25 years, boasting at one point a record of 31 games unbeaten. Standard were also one of the youngest teams in the whole Jupiler League. The man born on 18th April 1981 in Bajina Basta – a town in the western mountains of Serbia close to the Bosnian border – played a key part, scoring 16 goals in 30 games, his best season so far.
The golden age of Standard seemed to have begun and carried on into the next season when a second Belgian title was picked up, via two tense, nervy playoff matches with Anderlecht, drawn 1-1 and won 1-0. Europe was also impressed with the Reds. Although Standard exited the Champions League in the third qualifying round, going out cruelly to Liverpool through a Dirk Kuyt header in extra-time at Anfield, they made real progress in the UEFA Cup. Liverpool’s Merseyside rivals Everton were beaten (2-1), Spanish giants Sevilla (1-0), Partizan Belgrade (1-0) and Sampdoria (3-0). Jovanovic himself was just pipped to the Gouden Schoen by team-mate Axel Witsel, the youngster standing out as another precocious talent, but the Serb had still bagged 12 goals in a successful campaign.
Jovanovic didn’t have to wait long for recognition however. Only 12 months in fact. For on 13th January 2010, at the Casino Kursaal of Oostende the jury spoke the Serb’s name, Jovanovic becoming the fourth Standard Liege player to be voted Jupiler League Player of the Year in the previous five years, a clear indication of the Walloon club’s growing domination of Belgian football. The future wasn’t quite as bright though as the signs had suggested, and in the first half of the 2009/10 season, Standard’s empire began to crumble. An outgoing coach – Laszlo Boloni, who had taken over from Preud’Homme in the summer of 2008 – a mid-table struggle in the Jupiler League, and dressing room bust-ups: “In the last months I was isolated from the rest of the group”, said Jovanovic, who has still managed 12 goals at the time of writing. Nevertheless, the time had come to go, and Liverpool was his choice.
Between thought and expression
Jovanovic is a player who must be handled with care. A hard worker on the pitch – Liverpool fans may equate his effort with that displayed by Dirk Kuyt – but also someone not afraid to express his opinion. The Serb had problems of some sort with almost every established player at Standard. There were bust-ups with Sergio Conceicao and Marouane Fellaini, while he collided twice with Axel Witsel over penalty taking duties. Dieumerci Mbokani was given a taste of his anger during a match against Roeselare, and coach Boloni was on the receiving end of a dispute about tactics: Jovanovic prefers to play as a striker in a 4-4-2 system, instead of as a left winger in a 4-3-3.
On 30th August, 2009, Jovanovic’s club colleague Witsel broke Marcin Wasilewski’s leg after a dangerous challenge as Standard met Anderlecht – he would later be banned for eight matches. The Serbian striker was the only one in the changing room who didn’t stand behind his team-mate. “It was the most dangerous tackle I ever saw”, he declared.
In January, Jovanovic didn’t travel to Oostende to collect his Gouden Schoen, Standard forbade the Serbian as they were boycotting Het Laaste Nieuws, the organisers of the poll. The newspaper had compared Axel Witsel with Kim De Gelder, the 20-year-old mass murderer who had painted his face in the style of The Joker from Batman, and killed two baby boys and their carer at the “Fabeltjesland” crèche in Dendermonde, putting them together on their list of most obnoxious men of 2009. Jovanovic declared through, “I don’t care about the boycott. It’s just Standard’s political decision. I am not their prostitute and I don’t need any Gouden Schoen to tell me how good I am. Statistics prove it.”
While Jovanovic is sure of his own class, there remain question marks over how he will adjust to life with Liverpool next season. One former Red who made the move from Belgium to England, Ronny Rosenthal has given his thoughts. The Israeli international, who played for FC Brugge, Standard Liege and Liverpool amongst others was clear why the English side have moved for the Serbian. “At the moment Liverpool doesn’t have enough money to buy top players”, explained Rosenthal, “that’s why their targets are footballers like Milan Jovanovic: Not the best but a good one.”
Rosenthal also believes however that Jovanovic is in for a shock when he, like the Israeli once did, swaps Belgium for England. “He will surely have a chance of playing, but he must understand that the Premier League is a world apart. He will play against defenders five times as quick and five times as strong as Belgian ones. At Standard he was a star, at Liverpool he will be just a member of the team”. The league title winner with Liverpool does though believe Jovanovic can cope, “He’s mentally strong and has a good working attitude. I don’t think there will be any problem if he is sometimes on the bench. I expect to see him on the left side of the pitch, opening up spaces with his movement and quickness.”
There is no doubt Milan Jovanovic is talented, and Standard will be sad to see him go. But whether the Serbian has made the right choice in heading to England still remains to be seen. Rosenthal is not so sure, “I know there were many clubs linked with him. For example, Milan, and maybe Serie A would have been the best choice for a player like Jovanovic. In the Premier League everybody runs and runs. But I can understand him. He chose the best championship in the world.”
It’s been quite a journey for Jovanovic so far, from an injury hit time in Russia and the Ukraine to lighting up Belgium. Now he faces his biggest test yet. He will not be short of confidence.

Link a Inside Futbol

martedì 2 marzo 2010

Il personaggio della settimana: Mounir El Hamdaoui

Giocare nell’Az Alkmaar 2009/2010, sopravvissuto al rovinoso crollo della proprietà (la DSB Bank), non è la cosa più facile di questo mondo. Ripetere una stagione da 23 reti, titolo di capocannoniere della Eredivisie incluso, nemmeno. Per Mounir El Hamdaoui la stagione della definitiva consacrazione ha rischiato seriamente di trasformarsi in un boomerang. Poco convincente in Champions League, a rilento in campionato, lui come tutta la squadra. Ma una volta rimesso un minimo di ordine nel caso societario post-fallimento, e lasciato finalmente alle spalle il deserto di idee della gestione Ronald Koeman, la marcia è ripresa. Con la tripletta rifilata al Vitesse El Hamdaoui ha festeggiato come meglio non avrebbe potuto la sua partita numero cento in Eredivisie, raggiungendo la doppia cifra (12 gol) in campionato. Il periodo di appannamento è alle spalle, grazia anche all’efficace cura Dick Advocaat, accolto come uno spauracchio (per i metodi rudi) e invece rivelatosi eccellente nella non semplice missione di ricaricare e compattare un gruppo prossimo allo sbando. El Hamdaoui è tornato ad agire come unica punta centrale, supportato da un Maarten Martens restituito al suo ruolo di esterno sinistro creativo e libero da vincoli tattici troppo rigidi, e da un Moussa Dembele che pare aver ritrovato la voglia di essere decisivo. A questi si aggiunge un Rasmus Elm che in mediana ha finalmente trovato un impiego definito, uscendo dal poco meritato status di oggetto misterioso, nel quale invece permane l’altro svedese Pontus Wernbloom. L’Az ha ritrovato il suo bomber (quinto gol nelle ultime quattro partite, prima non segnava dal 10 ottobre contro i dilettanti dello Sparkenburg in Coppa d’Olanda), raggiungendo così quel quinto posto in classifica che significa piazzamento in Europa League. Un notevole balzo in avanti.
Mounire El Hamdaoui nasce ala sinistra nell’Excelsior Rotterdam, ma le movenze sono da seconda punta che ama tagliare il campo con improvvisi inserimenti piuttosto che cercare il fondo. 28 reti in una stagione e mezza gli valgono la chiamata nel Tottenham Hotspur di Martin Jol, dove però la folta concorrenza (Defoe, Keane, Kanoutè, Mido) gli permette di mettersi in mostra solo nelle amichevoli. Nel Derby County in Championship gioca largo sulla fascia, il ritorno in Olanda nel Willem II lo ripropone – prima che il menisco finisca in frantumi - in posizione più centrale. Ci vuole un grande allenatore per sfruttarlo al meglio. Lo trova in Louis van Gaal all’Az Alkmaar. Funziona bene sia come supporto ad una punta fisica (Pellè) o rapida (Ari), sia come terminale offensivo avanzato in un 4411 o in un 442. L’ottima tecnica di base lo rende incline alla giocata. Lo scorso anno trova la via del gol in tutti i modi: di testa, di destro, da lontano, in acrobazia. Al termine della stagione El Hamdaoui viene eletto calciatore dell’anno in Eredivisie. A lungo indeciso tra nazionale olandese e marocchina, ha scelto i Leoni dell’Atlante.

lunedì 1 marzo 2010

Sussidi e grida

In Olanda sembra impossibile parlare di Ado Den Haag senza innescare qualche polemica. Questa volta però i ben noti problemi (violenza, antisemitismo, razzismo) riguardanti il tifo organizzato dei giallo-verdi non c’entrano. L’Ado Den Haag è stato accusato da altri club di Eredivisie di falsare il campionato a causa della generosa erogazione di sussidi pubblici concessa dalla municipalità locale. Il dato è stato messo nero su bianco da un’inchiesta del settimanale Voetbal International, intitolata Sussidio Football Club, che ha esaminato l’incidenza dei contributi pubblici sulle casse dei 18 club di Eredivisie. Rkc Waalwijck, Roda, Vitesse e, appunto, Ado Den Haag sono le squadre che spiccano in cima alla graduatoria. Di queste, l’Ado è quello che ha ricevuto più soldi: 46.5 milioni di euro, di cui 40.2 investiti nello stadio e 6.3 tra prestiti e contributi. Un sussidio-tsunami, questa la definizione usata dal giornale, che ha garantito a quello che viene definito il gigante dormiente del calcio olandese molto più che la semplice sopravvivenza. Senza i soldi del comune, il gigante avrebbe continuato il suo sonno nei secoli dei secoli.
In fondo alla graduatoria ci sono Az Alkmaar, Feyenoord e Psv Eindhoven. Il club della Philips non ha mai ricevuto un solo centesimo dall’amministrazione comunale (la quale è invece intervenuta più volte per aiutare i cugini poveri dell’Fc Eindhoven), e rappresenta uno dei rari casi in cui è stata la città ad approfittare (seppur indirettamente) del business prodotto dalla società calcistica piuttosto che viceversa. Mentre l’Az ha un debito di 5.1 milioni con la municipalità di Alkmaar ed il Feyenoord sarà costretto ad appoggiarsi al comune di Rotterdam per il progetto del nuovo stadio, il Psv rimane l’unico club in Olanda autosufficiente al 100%. Ed è anche quello più vincente degli ultimi anni.