domenica 31 gennaio 2010

L’Haarlem ha chiuso i battenti

Lunedì 25 gennaio 2010 ha ufficialmente cessato di esistere nel calcio professionistico l’HFC Haarlem, il più antico club olandese (è stato fondato l’1 ottobre 1889) dopo lo Sparta Rotterdam. L’incontro di Eerste Divisie con l’Excelsior è stato l’ultimo atto di una società che rappresentava un piccolo pezzo di storia del calcio olandese. La crisi economica vigente però non fa sconti, né si abbandona a facili nostalgie. L’Haarlem chiude con una bacheca che include due coppe d’Olanda (1902 e 1912) e soprattutto un campionato nazionale, vinto nel 1946 quando vestiva la maglia rossoblu il nazionale olandese Kick Smit, il miglior giocatore di sempre del club, a cui in seguito è stata anche dedicata una tribuna dell’Haarlem Stadion. A lui dedicheremo il giusto tributo nel successivo post.
Nell’Haarlem, squadra dell’omonima città sita 20 chilometri a ovest di Amsterdam, ha mosso i primi passi nel professionismo Ruud Gullit, debuttando nella stagione 1978/79 nel ruolo di libero e retrocedendo a fine campionato. L’anno successo il Tulipano Nero è però fondamentale per la vittoria nella Eerste Divisie concludendo il torneo con 14 reti, un bottino confermato anche la stagione successiva in Eredivisie, dove l’Haarlem centra un ottimo quarto posto. Altri giocatori da ricordare sono il difensore Martin Haar e l’esterno sinistro Gerrie Kleton, entrambi protagonisti dell’avventura in Coppa Uefa della squadra nella stagione 82/83. Haar è inoltre stato il primo difensore ad essere premiato miglior giocatore della Eredivisie. Piet Keur è invece il miglior marcatore di sempre nella storia del club: 100 reti tonde in nove stagioni per questa punta potente dallo stile di gioco decisamente “teutonico”.
Nel 1982 una trasferta a Mosca per un incontro di Coppa Uefa finisce nel sangue; scoppia il panico in un settore dello stadio, diverse persone perdono la vita travolte dalla folla in un inferno di neve e ghiaccio. Fonti ufficiali parlano di 60 persone decedute, quelle ufficiose di 340. L’Haarlem lascia la Eredivisie per l’ultima volta nel 1990. Il nuovo millennio è un triste bivacco nella Eerste Divisie, dove nemmeno il rapporto di partnership con l’Ajax riesce a produrre un qualche risultato degno di nota, né per un club né per l’altro. Oggi è stato sufficiente un debito di due milioni di euro per sancire la fine dell’avventura.

sabato 30 gennaio 2010

Italia, fuga dagli stadi

Dall’esterno l’immagine è quella di uno scintillante cinema multisala che proietta film con cast di respiro internazionale. Poi però, una volta ammirata la munifica cornice e acquistato il biglietto, si scopre che le poltroncine sono scomode, i bagni sporchi, i pop-corn troppo salati e sullo schermo lo spettacolo non avvince, anche perché spesso a metà, se non prima, si è già indovinato il finale. Pertanto la gente preferisce un televisore e la comodità del salotto di casa propria. E’ questa l’impietosa immagine della Serie A che emerge da un’indagine condotta dalla società di consulenza Finance Football, che ha confrontato la capacità media degli stadi di quindici campionati europei, con la media spettatori presenti in ciascun torneo nella stagione 2009/2010. E’ stato quindi elaborato un coefficiente di “riempimento” che vede il campionato italiano all’undicesimo posto della graduatoria, alle spalle persino della Super League svizzera e della League One, ovvero la serie C inglese.

I numeri non lasciano spazio ad alcun dubbio: con una capacità media degli stadi di 42.904 posti, la seconda più alta in Europa dopo la Bundesliga tedesca (47.642), la Serie A si deve accontentare di 23.877 persone ad incontro, per una percentuale pari al 55.7%. Praticamente un seggiolino vuoto su due, perché per ogni derby di Milano che registra il tutto esaurito ci sono decine di partite, da Cagliari a Bologna, da Siena a Bari, dove buona parte delle gradinate risultano tristemente vuote. Non bastano Eto’o, Pato, Sneijder, Buffon, Totti, Ronaldinho e Mutu; la Serie A si è trasformata in uno sport televisivo. E non a caso gli introiti derivanti dai diritti tv incidono sulle entrate dei club italiani in una percentuale (compresa tra il 60% e il 70%) non paragonabile al resto d’Europa, che fa cassa soprattutto con la biglietteria, gli sponsor e il merchandising.

Inghilterra, Germania e Olanda sono i tre paesi nel quale il calcio è considerato uno sport da vivere live, un rito a cui assistere in diretta senza il diaframma di un qualsivoglia schermo. La Premier League riempie i suoi impianti per il 91.9%, la Bundesliga per l’89.9%, superando però gli inglesi nella media spettatori (42.833 contro 34.082). Notevole la performance della Eredivisie olandese (88.4%), che a fronte di una capacità degli impianti pari alla metà esatta di quella della Serie A, porta allo stadio solamente 4.500 spettatori in meno (19.251 contro 23.877). Eppure Groningen e Vvv Venlo non dovrebbero teoricamente offrire uno spettacolo superiore a Sampdoria e Catania.

Il principale fattore di differenza è ovviamente rappresentato dalla qualità degli impianti, dal comfort e dalla sicurezza che riescono ad offrire. L’Old Trafford e l’Emirates Stadium rendono rispettivamente a Manchester United e Arsenal una media di 120 milioni di euro l’anno, l’Allianz Arena ne frutta 70 al Bayern Monaco, mentre l’Inter ne ricava meno di 30 dal Giuseppe Meazza. Tralasciando per una volta gli ormai stranoti esempi di Inghilterra e Germania, è interessante rilevare come anche l’exploit dell’Olanda poggia le proprie basi su politiche gestionali lungimiranti. Negli ultimi quindici anni numerosi club, anche di dimensioni medio-piccole, hanno investito nella costruzione di impianti moderni. Così accanto alla rinomata Amsterdam Arena e al De Kuip (Rotterdam), entrambi stadi a cinque stelle Uefa, sono sorti i multifunzionali Euroborg (Groningen) e Rat Verlegh (Breda), l’avveniristico Gelredome (Arnhem), quindi l’Az Stadium di Alkmaar, il Grolsch Veste di Enschede, il Parkstad Limburg di Kerkrade e il Galgenwaard di Utrecht. Impianti che oscillano tra i 25mila e i 40mila posti, ma dagli standard qualitativi decisamente elevati.

Gli stadi rappresentano il problema principale, ma non l’unico. Un clima avvelenato e isterico attorno ai temi “caldi” del calcio (errori arbitrali, violenza, stagioni fallimentari di club titolati) crea un circolo vizioso che si riflette nei rapporti tra club, addetti ai lavori e tifosi, rendendo meno appetibile il “prodotto” offerto. E’ una questione, anche, di cultura sportiva. La capolista del campionato che, dopo aver mostrato la propria manifesta superiorità sulla diretta rivale, cede ai lamenti e alle teorie del complotto, rappresenta un chiaro segnale di come la strada da percorrere sia ancora lunga. Nel frattempo, lo scintillante multisala Italia è destinato a rimanere mezzo vuoto.

Fonte: Il Giornale

venerdì 29 gennaio 2010

Dal gol al gulag

La storia di Eduard Streltsov, il Pelè bianco vittima del regime sovietico.

Quando il 25 maggio del 1958 Eduard Streltsov varcò la soglia della dacia di Eduard Karakhanov, ufficiale militare da poco rientrato dalle lontane lande dell’Unione Sovietica orientale, tutto il mondo giaceva ai suoi piedi. Era alto, giovane, vigoroso, affascinante e soprattutto pieno di talento. Con una palla tra i piedi sapeva fare cose incredibili. Mai visto nessuno come lui su un campo da calcio dell’URSS, affermavano all’unanimità i commentatori sportivi; un’opinione, questa, diffusa anche nella parte di Europa sita a ovest della cortina di ferro, dal momento che nel 1957 il nome dell’allora 17enne Eduard Streltsov figurava al settimo posto nella graduatoria del Pallone d’Oro, assegnato quell’anno ad Alfredo Di Stefano. Pochi giorni dopo quella tiepida sera di maggio l’Unione Sovietica debuttava nella fase finale di un campionato mondiale pareggiando 2-2 contro l’Inghilterra. Streltsov però non era presente. Né in campo, tantomeno in panchina. Era rinchiuso in uno cella del Butirka, uno dei più duri carceri sovietici, in attesa di giudizio per un’accusa di stupro. Fu condannato a dodici anni e spedito in un gulag. Per un crimine che, a detta di molti, non aveva mai commesso.
Streltsov rappresentava uno squarcio di luce nel plumbeo cielo del calcio sovietico dei primi anni Cinquanta. Fino alla morte di Stalin, avvenuta nel 1953, la pressione sulla nazionale dell’URSS era enorme. Il calcio era politica, e ogni sconfitta rappresentava “uno sfregio all’immagine dello stato sovietico”. Quando nel 1952 alle Olimpiadi di Helsinki l’URSS fu eliminata dalla Jugoslavia, un giornale di Belgrado titolò “Tito batte Stalin 3-1”. Furibondo, il dittatore georgiano colpì duramente il CDSA Mosca, la squadra dell’esercito (oggi CSKA) i cui giocatori costituivano l’ossatura principale della nazionale, smantellando il club e sospendendo a vita tre calciatori. La dipartita di Stalin aveva reso l’ambiente più respirabile; al resto di aveva pensato Streltsov, che aveva debuttato nel 1954 tra le fila della Torpedo Mosca (il quinto club della capitale, all’epoca legato alla ZIL, azienda produttrice di auto e camion) stabilendo subito un primato: a 16 anni, 8 mesi e 24 giorni era diventato il più giovane marcatore di sempre nella storia del campionato dell’Unione Sovietica. Subito cooptato dalla nazionale, aveva esordito rifilando una tripletta alla Svezia in un incontro amichevole. Ai giochi olimpici di Melbourne del 1956 era arrivato il suo capolavoro.
Era un’Unione Sovietica con i cerotti quella che stava cercando di resistere alla Bulgaria nelle semifinali delle Olimpiadi, dopo aver eliminato nei turni precedenti Germania Ovest (rete decisiva di Streltsov) e Indonesia. L’esterno destro Nikolay Tyschenko giocava con una clavicola rotta, mentre l’attaccante Valentin Ivanov zoppicava vistosamente. Non esistendo ancora i cambi, l’URSS giocava in nove uomini, pagando dazio nei primi minuti dei tempi supplementari: 1-0 per la Bulgaria, che però non aveva fatto i conti con Streltsov, a 18 anni già dotato di sufficiente classe e personalità per caricarsi sulle spalle la squadra e realizzare una doppietta nelle battute finali. I sovietici vinceranno l’oro olimpico, con Streltsov però relegato in panchina per scelta tecnica. Gavriil Kachalin, l’allenatore dell’URSS, voleva infatti che la coppia d’attacco fosse composta da giocatori dello stesso club, pertanto già affiatati. Fuori Ivanov per infortunio, automaticamente era scattata la panchina anche per Streltsov, che non ricevette nemmeno la medaglia (la politica dell’URSS prevedeva che questa venisse consegnata solo a chi effettivamente aveva disputato la finale). Nikita Simonyan, il sostituto di Streltsov durante l’ultimo atto, gli offrì la propria a fine incontro. “Non preoccuparti Nikita”, fu la risposta, “ne ho di tempo per vincere tanti altri trofei”. Forse sarebbe stato davvero così, se poco meno di due anni dopo Streltsov non si fosse imbattuto in Marina Lebedeva.
Torniamo alla famigerata sera del 25 maggio 1958 nella dacia di Karakhanov, dove la vodka scorre a fiumi e le belle donne non mancano. Streltsov non è mai stato insensibile né a Bacco né a Venere. La mattina seguente si sveglia accanto alla giovane Lebedeva. Poche ore dopo viene arrestato con l’accusa di averla stuprata. Durante l’interrogatorio un agente del KGB avvicina il prigioniero: “Fuori da qui ti aspettano i Mondiali in Svezia. Confessa e ti facciamo uscire”. Streltsov ci casca e accetta, firmando la propria condanna. Il suo futuro non sarà la sfida contro Pelè, oppure Hamrin, Rahn o Fontaine, bensì quella per la sopravvivenza in un campo di lavoro e di rieducazione. Colpevole o vittima di un complotto? E’ uno dei più grandi misteri del calcio russo. Debole appare la teoria che vuole Streltsov punito per aver rifiutato di trasferirsi dalla Torpedo alla Dinamo Mosca irritando i proprietari di quest’ultima, ovvero il KGB. Ben più fondata è invece l’ipotesi che tutta la vicenda fu una macchinazione ad opera di Yekaterina Furtseva, l’unica donna ad essere mai stata ammessa nel Politburo, l’organo esecutivo del PCUS, il Partito Comunista Sovietico. I due si erano conosciuti nell’atrio del Cremlino durante le celebrazioni per la vittoria olimpica; fu in quell’occasione che la Furtseva chiese a Streltsov di sposare la 16enne figlia Svetlana, ottenendo un secco rifiuto. “Sono già fidanzato e presto convolerò a nozze”, replicò il giocatore, che poco dopo, forse tradito dai fumi dell’alcol, calcò la mano con un gruppo di amici: “non sposerò mai quella scimmia”. Passano poche settimane, e sulla stampa inizia una alquanto sospetta campagna di denigrazione contro l’idolo indiscusso del calcio sovietico. “Questo non è un eroe”, titola a tutta pagina il Sovetsky Sport nell’aprile 1957 per commentare l’espulsione di Streltsov, per fallo di reazione, in una partita contro la Dinamo Minsk. Curioso rilevare come tra il 1954 e il 1958 nel campionato sovietico ci furono 45 espulsioni per gioco violento; la stampa ne riportò, dedicandogli un trafiletto, meno della metà. Streltsov fu l’unico ad avere il titolone in prima pagina.
Eduard Streltsov torna a casa nel 1963 dopo cinque anni di prigionia, ma la squalifica a vita comminatagli al momento della condanna gli viene revocata da Leonid Breznev, subentrato a Nikita Kruscev (il “protettore” politico della Furtseva) quale Primo Segretario del PCUS, nell’ottobre del 1964. Può così lasciare l’OTK, la squadra aziendale del Dipartimento di Supervisione Tecnica della ZIL, per la sua amata Torpedo Mosca. In campo scende un giocatore lento, appesantito, ma dalle qualità tecniche e balistiche ancora intatte; nel 1965 la Torpedo è campione nazionale, tre anni dopo arriva anche la coppa dell’URSS. Streltsov viene votato miglior calciatore sovietico nel 1967 e nel 1968, tornando anche a vestire la maglia della nazionale, con la quale totalizza 38 presenze e 24 reti. Il primo novembre 1966 è in campo a Milano contro l’Italia, irriconoscibile, con tanti chili in più e tanti capelli in meno. Gli azzurri vincono 1-0 grazie ad un gol di Guarneri. E’ la platonica rivincita della sconfitta subita a Sunderland qualche mese rima in occasione della Coppa Rimet disputata in Inghilterra. Poteva essere il terzo mondiale di Streltsov dopo quelli del 1958 e del 1962.
Eduard Streltsov muore nel 1990 a soli 53 anni per un cancro alla gola, causato con tutta probabilità dai lavori nelle miniere siberiane. Solo sul letto di morte rompe il silenzio che ha sempre mantenuto sulla vicenda, confessando ai famigliari la propria innocenza. Oggi lo stadio della Torpedo Mosca porta il suo nome. Secondo Axel Vartanyan, storico e archivista del calcio nell’era sovietica, “il valore simbolico di Streltsov è enorme. In un mondo di intrighi e oppressione di stato, lui era eroicamente indipendente”.

Fonte: Guerin Sportivo

giovedì 28 gennaio 2010

Ho visto MaraDonny

Quarti di finale di Coppa d’Olanda con pronostici confermati a metà. Passano le favorite Ajax e Twente, ma anche Feyenoord e Go Ahead Eagles. Le Aquile regalano la più grande sorpresa della serata, andando ad espugnare il campo del Nac Breda grazie ad una doppietta del ripescato “Mara”Donny de Groot, fresco del rientro in Olanda dopo la negativa esperienza australiana con i Newcastle Jets. Entrato in campo nel secondo tempo, fa tutto lui: rete dell’1-0, rigore provocato su De Graaf per il momentaneo pareggio di Donny Gorter, guizzo decisivo su assist di Kurt Elshot. Al resto ci ha pensato il portiere del Go Ahead Eagles Remko Pasveer, già protagonista negli ottavi quando il club di Deventer eliminò un’altra squadra di Eredivisie, l’Heracles Almelo. Le ultime squadre di Eerste Divisie ad approdare alle semifinali di Coppa d’Olanda sono state l’Helmond Sport (stagione 96/97) e il Telstar (91/92). Nel 2002 ci riuscì invece lo Jong Ajax.
Difficilmente pronosticabile anche il successo del Feyenoord al Philips Stadion di Eindhoven. Un 3-0 che infligge al Psv la prima sconfitta in un incontro ufficiale dal marzo 2009. Con entrambe le squadre in formazione tipo, la differenza è stata fatta da errori e prodezze individuali. I primi sono stati commessi dal centrale messicano Francisco Rodriguez e dal subentrato Orlando Engelaar, che hanno permesso a Karim El Ahmadi di segnare rispettivamente la prima e la terza rete dell’incontro. Il 2-0 è invece arrivato grazie ad un perla di Giovanni van Bronckhorst, autore di un siluro da 25 metri che si è insaccato sotto l’incrocio dei pali della porta difesa dall’incolpevole Isaksson. Ola Toivonen e Ibrahim Afellay i più vivi nel Psv. Ma non era serata.
In semifinale il club di Rotterdam si troverà di fronte i nemici storici dell’Ajax, usciti vittoriosi dall’Amsterdam Arena tra mille difficoltà contro il Nec Nijmegen. Privi di Luis Suarez, gli ajacidi sono stati costretti ai tempi supplementari da un coriaceo e battagliero Nec, che ha concluso l’incontro in nove uomini. In cattedra il solito Demy de Zeeuw, autore della rete del vantaggio (dopo un bello spunto di Dennis Rommedahl sulla destra) e dei due assist su calcio piazzato che hanno mandato in gol Toby Alderweireld (al minuto 112) e Siem de Jong (al minuto 114). Nel frattempo il Nec, rimasto in dieci poco prima dell’intervallo, aveva pareggiato i conti con Bjorn Vleminckx, per poi portarsi in vantaggio con un colpo di testa di Rens van Eijden, servito da una punizione dell’ottimo Jeffrey Sarpong. Cartellino di proprietà dell’Ajax, Sarpong ha fatto di tutto per dimostrarsi degno di potere tornare, un domani, a indossare la casacca biancorossa. Nel finale però l’adrenalina lo ha tradito, regalandogli un cartellino rosso.
Tutto troppo facile infine per il Twente all’Het Kasteel di Rotterdam. Troppo tenero lo Sparta attuale, paurosamente involuto rispetto alla brillante squadra vista a cavallo tra ottobre e novembre, per creare qualche grattacapo agli uomini di McClaren, che sono tornati al gol dopo due pareggi consecutivi a reti bianche. Apertura di Kenneth Perez dopo 23 minuti di gioco, quindi è toccato a Blaise Nkufo beffare con un pallonetto un Aleksander Seliga assurdamente fuori dai pali. Lo Sparta attacca, il Twente continua a segnare; prima nuovamente con Nkufo, poi con il costaricano Bryan Ruiz. 4-0 e buonanotte.

Tutti per Kuijt

Piccola curiosità. Il giocatore più prolifico del decennio in Eredivisie è Dirk Kuijt. Nelle sue stagioni con Utrecht e Feyenoord l’attaccante di Katwijk, attualmente al suo quarto campionato nel Liverpool, ha messo a segno la bellezza di 116 gol e 70 assist. Nessuno ha fatto meglio di lui, né come realizzatore, né come suggeritore.
Oltre a Kuijt, di palloni nelle reti avversarie ne hanno infilati tanti Blaise Nkufo (110, tutte con il Twente), Klaas-Jan Huntelaar (109 con Heerenveen e Ajax) e Jan Vennegoor of Hesselink (105 con Twente e Psv Eindhoven). Negli assist invece posizioni di eccellenza per Kenneth Perez (56 con Az Alkmaar, Psv Eindhoven, Ajax e Twente), Dennis Rommedahl (59 con Psv Eindhoven, Nec Nijmegen e Ajax) e Luis Suarez (44 con Ajax e Groningen).

martedì 26 gennaio 2010

Il giocatore della settimana: Ola Toivonen

Tre candidati per due posti. Uno ovviamente è di troppo, ma chi? Questo è stato il dilemma di Fred Rutten fin dall’inizio della stagione. Danny Koevermans, Jonathan Reis e Ola Toivonen. Esperienza il primo, sorpresa il secondo (ripescato da Rutten dopo un paio di stagioni buttate via nello Jong Psv a fare il fenomeno solo fuori dal campo), talento finora inespresso il terzo. Intanto il Psv macina risultati utili senza soluzione di continuità. La comoda vittoria (3-0) sul Nec Nijmegen è stata la 32esima partita ufficiale consecutiva, Europa League inclusa, senza sconfitta per il club di Eindhoven. E forse è stato anche il match che ha definitivamente stabilito le gerarchie nel reparto offensivo del Psv.
Reis, 8 reti quest’anno, si è pressoché auto-eliminato dalla contesa rientrando sei giorni in ritardo dalle vacanze in Brasile, e per di più decisamente sovrappeso. Rutten ha pertanto scelto: Koevermans prima punta, Danko Lazovic a destra, Balasz Dzsudzsak a sinistra e Toivonen numero 10. Il 23enne svedese ha infilato una doppietta, segnando prima con un colpo di testa e poi dopo uno spunto personale dopo aver saltato in dribbling due avversari. Meglio da prima punta o da numero 10? Il dibattito resta aperto.
Acquistato un anno fa dal Malmö per 4 milioni di euro, Toivonen ha finora alternato pause e spunti interessanti. Non lo hanno finora aiutato le sue caratteristiche ibride. Secondo Rutten le sue qualità tecniche possono essere sfruttate al meglio posizionandolo dietro una punta di ruolo, mentre lo svedese gradisce un impiego più vicino alla porta avversaria. Ne è nato un contrasto che, a cavallo tra ottobre e novembre, ha relegato il giocatore in panchina. Poi è arrivata la tregua, sancita da un Toivonen tornato decisivo sia da subentrato (sua la rete da tre punti contro l’AZ) che da titolare. Un giocatore convinto e, finalmente, convincente.

venerdì 22 gennaio 2010

Tutto Zambia

Un girone di raro equilibrio, il gruppo D, concluso con quattro squadre nel giro di un punto. Un po’ per merito di alcuni (Zambia, parzialmente Tunisia), un po’ per demerito di altri (Camerun, parzialmente Gabon). Gli spunti più interessanti li hanno regalati Zambia e Gabon, i primi vincitori del girone (a sorpresa), i secondi eliminati (con molti rimpianti). Due squadre molte diverse. Più impetuoso e aggressivo il calcio dello Zambia, più ragionato e calcolatore quello del Gabon. Il ct Alain Giresse ha compiuto un capolavoro tattico all’esordio imbrigliando il Camerun e colpendolo (con Cousin) nel suo ventre molle, la difesa, sciupando però il match ball contro la Tunisia (nonostante un vivace Pierre Aubameyang e un ottimo Eric Mouloungui). Poi la sfida-spareggio contro la Zambia è andata male. Uno Zambia la cui forza sono i ritmi alti, perfetti per la velocità di Jacob Mulenga (due reti finora) o le incursioni dei fratelli Katongo, Christopher (ottimo contro il Camerun) e Felix (tra i migliori contro il Gabon). E’ una squadra che gioca e lascia giocare, con tutti i pregi ed i difetti che questa filosofia comporta. Con loro si è qualificato il Camerun. I Leoni Indomabili di Paul Le Guen sono anarchia e istinto. Non li aiuta certamente il loro ct, che cambia più volte schema anche nel corso della stessa partita: 4231, 4141, 433. Troppa confusione, che finisce con il mandare fuori giri i vari Makoun, Song Billong, Emana e Tchoyi, sulle cui qualità c’è ben poco da sindacare. Samuel Eto’o, sempre generoso, timbra regolarmente il cartellino, ma con i compagni di reparto Webo e Idrissou l’affiatamento presenta ancora la scritta lavori in corso. Il totale espresso dalla squadra è insomma inferiore alla somma dei singoli, la difesa soffre tanto gli attacchi centrali (Gabon, Tunisia) che quelli dalla fasce (Zambia) e il migliore de Leoni Indomabili risulta essere un rigenerato Geremi, corsa ed esperienza sull’out destro. Senza un’inversione di rotta l’avventura durerà ancora per poco. Ultima la Tunisia, che lascia l’Angola senza sconfitte. Due scialbi pareggi iniziali, un terzo più vivace contro il Camerun, dove si è svegliato l’atteso attaccante Amine Chermiti. E fino ad una manciata di minuti dalla fine i tunisini avevano un piede nei quarti di finale. Ma forse sarebbe stato un po’ troppo per quanto espresso durante il torneo.
(4-fine)