Utrecht-Ajax 6-4 è stato uno spettacolo per gli occhi, aumentando il rimpianto per la miope politica di Sky e Sportitalia che ci costringe a guardare la Eredivisie in streaming. Dal punto di vista del puro intrattenimento, il campionato olandese è uno dei migliori d’Europa.
(Articolo completo su Il mondo siamo noi).
martedì 8 novembre 2011
venerdì 4 novembre 2011
Jeremy Perbet, il pellegrino del gol
Jeremy chi? La domanda sorge spontanea leggendo il nome di Perbet accanto a quelli dei vari Rooney, Aguero, Messi e Gomez nella graduatoria dei migliori marcatori europei stagionali. Francese, 26 anni, l’attaccante del Mons (Bergen in fiammingo) Jeremy Perbet è l’uomo copertina della Jupiler Pro League belga in questo primo scorcio di stagione. La sua media superiore al gol a partita sta portando il club vallone in zone di classifica impensabili alla vigilia, quando la squadra neopromossa guidata dall’olandese Dennis van Wijk era considerata la candidata numero uno alla retrocessione in Tweede Klasse.
Fino a sei mesi fa Perbet era conosciuto in Belgio con il soprannome di “pellegrino”. Duplice il motivo: anagrafico e professionale. Il giocatore è infatti originario di Le Puy-en-Velay, cittadina appartenente al dipartimento dell'Alta Loira, nonché snodo cruciale del cammino di Santiago di Compostela. Ma il viaggio ha rivestito un ruolo importante anche nella carriera calcistica di Perbet, che ha cambiato otto maglie in altrettanti anni. L’ultima, quella del Mons, gli ha procurato un nuovo nomignolo, trasformando il pellegrino in Per-but (“but” in francese significa gol). Parlano i numeri: 22 reti in 21 partite la scorsa stagione, quella del ritorno dei Dragoni nella massima divisione; 12 in 12 nell’attuale, incluse due triplette.
Perbet ama ripetere che al Belgio deve tutto. Niente di più vero, perché in Francia non è mai riuscito ad andare oltre la seconda divisione e, nonostante il titolo di capocannoniere del Championnat National (la terza serie francese) conquistato con il Moulins nel 2006, rimane un perfetto sconosciuto. Nel regno di Alberto II invece, dopo una breve esperienza con lo Charleroi, ha iniziato a mettersi in evidenza con il piccolo Tubize, promosso a sorpresa in Jupiler League nel 2008. I 13 gol messi a segno da Perbet non bastarono a salvare il club dall’immediato ritorno in seconda divisione, ma iniziarono a far circolare il nome del francese.
In estate Perbet ha fatto litigare Mons e Lokeren per suo il passaggio a titolo definitivo al club vallone, tra le cui fila era arrivato in prestito a gennaio, impiegando solo cinque mesi per vincere la classifica marcatori della Tweede Klasse. Un exploit che il Lokeren ha tentato di monetizzare al massimo, dovendo però arrendersi di fronte alla Commissione di Arbitrato della Federcalcio belga. Così per questo attaccante da oltre 30 reti nel solo 2011 il Mons ha dovuto sborsare solamente 100mila euro.
Contro il Lokeren Perbet ha consumato la più classica delle vendette, realizzando una doppietta nel 3-3 casalingo del suo Mons. Per l’attaccante francese, che nell’attuale stagione ha realizzato più gol di tutti quelli della sua ex-squadra, è arrivata anche l’investitura del connazionale Jean-Pierre Papin. “Perbet è dotato di uno straordinario fiuto del gol, gli serviva solamente l’ambiente giusto per sfruttarlo al meglio”.
Fonte: La Gazzetta dello Sport - Extra Time
Fino a sei mesi fa Perbet era conosciuto in Belgio con il soprannome di “pellegrino”. Duplice il motivo: anagrafico e professionale. Il giocatore è infatti originario di Le Puy-en-Velay, cittadina appartenente al dipartimento dell'Alta Loira, nonché snodo cruciale del cammino di Santiago di Compostela. Ma il viaggio ha rivestito un ruolo importante anche nella carriera calcistica di Perbet, che ha cambiato otto maglie in altrettanti anni. L’ultima, quella del Mons, gli ha procurato un nuovo nomignolo, trasformando il pellegrino in Per-but (“but” in francese significa gol). Parlano i numeri: 22 reti in 21 partite la scorsa stagione, quella del ritorno dei Dragoni nella massima divisione; 12 in 12 nell’attuale, incluse due triplette.
Perbet ama ripetere che al Belgio deve tutto. Niente di più vero, perché in Francia non è mai riuscito ad andare oltre la seconda divisione e, nonostante il titolo di capocannoniere del Championnat National (la terza serie francese) conquistato con il Moulins nel 2006, rimane un perfetto sconosciuto. Nel regno di Alberto II invece, dopo una breve esperienza con lo Charleroi, ha iniziato a mettersi in evidenza con il piccolo Tubize, promosso a sorpresa in Jupiler League nel 2008. I 13 gol messi a segno da Perbet non bastarono a salvare il club dall’immediato ritorno in seconda divisione, ma iniziarono a far circolare il nome del francese.
In estate Perbet ha fatto litigare Mons e Lokeren per suo il passaggio a titolo definitivo al club vallone, tra le cui fila era arrivato in prestito a gennaio, impiegando solo cinque mesi per vincere la classifica marcatori della Tweede Klasse. Un exploit che il Lokeren ha tentato di monetizzare al massimo, dovendo però arrendersi di fronte alla Commissione di Arbitrato della Federcalcio belga. Così per questo attaccante da oltre 30 reti nel solo 2011 il Mons ha dovuto sborsare solamente 100mila euro.
Contro il Lokeren Perbet ha consumato la più classica delle vendette, realizzando una doppietta nel 3-3 casalingo del suo Mons. Per l’attaccante francese, che nell’attuale stagione ha realizzato più gol di tutti quelli della sua ex-squadra, è arrivata anche l’investitura del connazionale Jean-Pierre Papin. “Perbet è dotato di uno straordinario fiuto del gol, gli serviva solamente l’ambiente giusto per sfruttarlo al meglio”.
Fonte: La Gazzetta dello Sport - Extra Time
giovedì 3 novembre 2011
Champions League: CSKA Mosca
L’immagine pubblica di Leonid Slutsky è minima, e il suo curriculum vitae non è paragonabile a quello di Luciano Spalletti, con il suo Zenit il rivale numero uno del CSKA Mosca nella lotta per il titolo nazionale russo. Eppure il tecnico dell’ex squadra dell’Armata Rossa ha sempre dimostrato di saper fare bene il proprio lavoro. Costretto al ritiro dal calcio professionistico all’età di 19 anni per una brutta caduta da un albero, sul quale era salito per riportare a terra un gatto, da allenatore Slutsky è stato protagonista di una parabola ascendente che lo ha portato dal piccolo Uralan Elista a un top team come il CSKA, passando per FK Mosca e Krylya Sovetov. Nel 2009 un 38enne semi-sconosciuto prendeva il posto di un tecnico all’epoca molto considerato come Juande Ramos, che però a Mosca aveva fallito senza attenuanti. Un anno dopo Slutsky festeggiava l’approdo ai quarti di finale di Champions League, miglior risultato di sempre del club nella massima competizione europea. Fatale fu l’Inter di Mourinho.
Oggi ci sono ancora i nerazzurri sulla strada europea del CSKA Mosca, anche se Sneijder & co. si stanno dimostrando solo lontani parenti della macchina da guerra condotta alla vittoria dal tecnico portoghese. In condizioni normali i principali favoriti per la vittoria del girone sarebbero pertanto i russi. Slutsky però si trova costretto a gestire una situazione difficile, derivante nel suo caso non da una crisi tecnica ma dalla raffica di infortuni che ha colpito la squadra. Tra agosto e i primi di settembre sono finiti ko quattro titolari: il portiere Igor Akinfeev, il difensore Georgi Shennikov, il play Keisuke Honda e la punta Tomas Necid. L’assenza più grave riguarda quella dell’estremo difensore, miglior portiere russo ma anche perno principale di un reparto arretrato che per offrire prestazioni ottimali necessita la guida di un leader. Non appartengono a questa categoria né Sergey Chepchugov né il neo-acquisto Vladimir Gabulov, arrivato in prestito dall’Anzhi. I primi segnali arrivati dal campionato non sono stati confortanti.
L’infortunio di Honda impedisce per contro a Slutsky di godere il frutto del suo capolavoro tattico, ovvero far convivere nel 4-4-2 il giapponese con l’altro fantasista della squadra, Alan Dzagoev, entrambi schierati esterni a supporto della coppia d’attacco Vagner Love-Seydou Doumbia, attualmente priva di un sostituto di livello dopo l’uscita dalle scene di Necid. Molto probabile quindi, nel caso di assenza di una delle due punte, il passaggio a un 4-2-3-1 con Zoran Tosic a sinistra, Dzagoev centrale e il liberiano Sekou Oliseh a destra. Più del perennemente malato di saudade Vagner Love, l’uomo-gol del CSKA è l’ivoriano Seydou Doumbia, cecchino implacabile tanto in campionato quanto in Champions (doppietta al Lille alla prima giornata). E pensare che è fuori sia dalla top 50 dei giocatori più pagati nel campionato russo, sia dalla top 10 di quelli del CSKA.
LA STELLA - Seydou Doumbia
Nel 2008 giocava nella B giapponese, poi con lo Young Boys 50 reti in due anni e due titoli consecutivi – il primo dei quali con solo la metà delle presenze da titolare - di capocannoniere della Super League svizzera. Già a quota 20 gol stagionali nel 2011-12.
Fonre: Guerin Sportivo
Oggi ci sono ancora i nerazzurri sulla strada europea del CSKA Mosca, anche se Sneijder & co. si stanno dimostrando solo lontani parenti della macchina da guerra condotta alla vittoria dal tecnico portoghese. In condizioni normali i principali favoriti per la vittoria del girone sarebbero pertanto i russi. Slutsky però si trova costretto a gestire una situazione difficile, derivante nel suo caso non da una crisi tecnica ma dalla raffica di infortuni che ha colpito la squadra. Tra agosto e i primi di settembre sono finiti ko quattro titolari: il portiere Igor Akinfeev, il difensore Georgi Shennikov, il play Keisuke Honda e la punta Tomas Necid. L’assenza più grave riguarda quella dell’estremo difensore, miglior portiere russo ma anche perno principale di un reparto arretrato che per offrire prestazioni ottimali necessita la guida di un leader. Non appartengono a questa categoria né Sergey Chepchugov né il neo-acquisto Vladimir Gabulov, arrivato in prestito dall’Anzhi. I primi segnali arrivati dal campionato non sono stati confortanti.
L’infortunio di Honda impedisce per contro a Slutsky di godere il frutto del suo capolavoro tattico, ovvero far convivere nel 4-4-2 il giapponese con l’altro fantasista della squadra, Alan Dzagoev, entrambi schierati esterni a supporto della coppia d’attacco Vagner Love-Seydou Doumbia, attualmente priva di un sostituto di livello dopo l’uscita dalle scene di Necid. Molto probabile quindi, nel caso di assenza di una delle due punte, il passaggio a un 4-2-3-1 con Zoran Tosic a sinistra, Dzagoev centrale e il liberiano Sekou Oliseh a destra. Più del perennemente malato di saudade Vagner Love, l’uomo-gol del CSKA è l’ivoriano Seydou Doumbia, cecchino implacabile tanto in campionato quanto in Champions (doppietta al Lille alla prima giornata). E pensare che è fuori sia dalla top 50 dei giocatori più pagati nel campionato russo, sia dalla top 10 di quelli del CSKA.
LA STELLA - Seydou Doumbia
Nel 2008 giocava nella B giapponese, poi con lo Young Boys 50 reti in due anni e due titoli consecutivi – il primo dei quali con solo la metà delle presenze da titolare - di capocannoniere della Super League svizzera. Già a quota 20 gol stagionali nel 2011-12.
Fonre: Guerin Sportivo
Champions League: BATE Borisov
Da quando Viktor Goncharenko siede sulla panchina del BATE, in Europa il club bielorusso ha compiuto progressi notevoli. Nel 2008 il BATE è stata la prima squadra del paese a qualificarsi alla fase a gironi di Champions League; l’anno successivo è arrivato il primo successo della propria storia contro una squadra, l’Everton, appartenente a uno dei primi tre campionati del ranking UEFA; nel 2011 infine, ecco l’accesso alla fase a eliminazione diretta dell’Europa League. Nessun club bielorusso aveva mai superato l’inverno in una competizione europea. Goncharenko ha anche stabilito un primato individuale: il 15 settembre 2008 al Santiago Bernabeu, nel match di debutto del suo BATE in Champions contro il Real Madrid, è diventato il più giovane allenatore di sempre a guidare una squadra nella massima competizione continentale. All’epoca aveva 31 anni e allenava già da sei. Figlio di un ingegnere deceduto in seguito alla radiazioni provocate dal disastro di Chernobyl, Goncharenko ha ereditato proprio dal padre la passione per il calcio, soprattutto per gli aspetti tattici e metodologici. Scontato quindi il passaggio diretto dal campo alla panchina quando, all’età di 25 anni, un grave infortunio ha posto fine alla propria attività agonistica.
L’ossatura dell’attuale BATE, lanciato in patria verso la conquista del sesto titolo bielorusso consecutivo (il quarto con Goncharenko), si basa sulla nazionale under 21 bielorussa che agli ultimi Europei di categoria è terminata al terzo posto, centrando la qualificazione alle Olimpiadi 2012. Non sorprende pertanto che, con un’età media di 24.4 anni, la rosa del BATE sia la seconda più giovane di tutto il campionato di Bielorussia (la sesta in Champions). Dal centrale Filipenko al jolly Baga, utilizzabile lungo tutta la corsia destra, fino ai centrocampisti Nekhaychik e Gordeichuk, per finire con il portiere Gutor, il migliore del lotto. Strepitoso con l’under 21 in Danimarca, dove grazie alle sue parate la Bielorussia ha addirittura sfiorato la finale costringendo la Spagna ai supplementari, l’estremo difensore ha confermato tutte le proprie qualità anche nei preliminari di Champions contro i lituani dell’Ekranas e gli austriaci dello Sturm Graz.
Accanto a questa onda giovane che ha permesso al calcio bielorusso di raggiungere risultati impensabili solamente qualche anno fa, nel BATE fanno la differenza due stranieri: il trequartista brasiliano Renan Bressan, a segno contro il Viktoria Plzen alla prima giornata di Champions, e l’attaccante serbo Mateja Kezman. Quest’ultimo sembrava ormai prossimo al pensionamento quando, dopo l’ennesimo flop (allo Zenit, preceduto dalle non felici esperienze con Chelsea, Atletico Madrid e Paris Saint Germain), aveva accettato di andare a giocare a Honk Kong. Lo ha ripescato il BATE, alla ricerca di un attaccante di esperienza capace di fare da chioccia all’ennesimo under 21, Skavysh, sopperendo nel contempo all’assenza per infortunio del nazionale maggiore Rodionov, fuori per almeno sei mesi.
LA STELLA - Renan Bressan
Nel 2010, alla sua prima stagione in Bielorussia, il brasiliano ha vinto la classifica marcatori, venendo votato anche miglior centrocampista del torneo. Gol ma anche assist, Bressan è l’elemento maggiormente tecnico, e imprevedibile, del BATE.
Fonte: Guerin Sportivo
L’ossatura dell’attuale BATE, lanciato in patria verso la conquista del sesto titolo bielorusso consecutivo (il quarto con Goncharenko), si basa sulla nazionale under 21 bielorussa che agli ultimi Europei di categoria è terminata al terzo posto, centrando la qualificazione alle Olimpiadi 2012. Non sorprende pertanto che, con un’età media di 24.4 anni, la rosa del BATE sia la seconda più giovane di tutto il campionato di Bielorussia (la sesta in Champions). Dal centrale Filipenko al jolly Baga, utilizzabile lungo tutta la corsia destra, fino ai centrocampisti Nekhaychik e Gordeichuk, per finire con il portiere Gutor, il migliore del lotto. Strepitoso con l’under 21 in Danimarca, dove grazie alle sue parate la Bielorussia ha addirittura sfiorato la finale costringendo la Spagna ai supplementari, l’estremo difensore ha confermato tutte le proprie qualità anche nei preliminari di Champions contro i lituani dell’Ekranas e gli austriaci dello Sturm Graz.
Accanto a questa onda giovane che ha permesso al calcio bielorusso di raggiungere risultati impensabili solamente qualche anno fa, nel BATE fanno la differenza due stranieri: il trequartista brasiliano Renan Bressan, a segno contro il Viktoria Plzen alla prima giornata di Champions, e l’attaccante serbo Mateja Kezman. Quest’ultimo sembrava ormai prossimo al pensionamento quando, dopo l’ennesimo flop (allo Zenit, preceduto dalle non felici esperienze con Chelsea, Atletico Madrid e Paris Saint Germain), aveva accettato di andare a giocare a Honk Kong. Lo ha ripescato il BATE, alla ricerca di un attaccante di esperienza capace di fare da chioccia all’ennesimo under 21, Skavysh, sopperendo nel contempo all’assenza per infortunio del nazionale maggiore Rodionov, fuori per almeno sei mesi.
LA STELLA - Renan Bressan
Nel 2010, alla sua prima stagione in Bielorussia, il brasiliano ha vinto la classifica marcatori, venendo votato anche miglior centrocampista del torneo. Gol ma anche assist, Bressan è l’elemento maggiormente tecnico, e imprevedibile, del BATE.
Fonte: Guerin Sportivo
mercoledì 2 novembre 2011
Champions League: Shakhtar Donetsk
In un’ipotetica sfida tra milionari del pallone, nessuno potrebbe battere l’oligarca ucraino Rinat Akhmetov nel rapporto soldi spesi/risultati ottenuti. A fronte di una capacità di spesa pari a quella dei più ricchi club europei, Akhmetov può mettere sul piatto una serie di risultati sportivi di assoluto spessore. In patria il suo Shakhtar Donetsk, forte di cinque titoli nazionali conquistati negli ultimi sette anni (e ci sono tutte le premesse perché anche l’edizione 2011-2012 della Vyscha Liga finisca nella bacheca dei Minatori), ha deposto la Dinamo Kyiv dal trono di regina d’Ucraina. In Europa l’ultima stagione è stata addirittura trionfale, con il club che ha raggiunto per la prima volta nella propria storia i quarti di finale di Champions League, venendo estromesso solamente dai marziani del Barcellona. Oggi Mircea Lucescu, tecnico in sella dal 2004 e vincitore nel 2009 della Coppa Uefa, è chiamato a consolidare lo status europeo conquistato Non è certo una missione impossibile.
Da tempo lo Shakhtar Donetsk è la squadra più brasiliana d’Europa. Dall’arrivo di Lucescu, sono oltre 15 i giocatori verdeoro ad aver indossato la casacca arancio-nera. Una politica che nei primi tempi aveva attirato diverse critiche al manager rumeno (il patron Akhmetov non interferisce nelle questioni tecniche della squadra, lasciando carta bianca al proprio allenatore), ma che nel medio periodo ha regalato allo Shakhtar una dimensione internazionale sconosciuta solamente qualche anno fa. Giocatori non acquistati come figurine per completare una raccolta, ma in quanto ritenuti funzionali a un preciso progetto tecnico. Lucescu può contare su un network di osservatori per il mercato brasiliano che produce una media a semestre di circa 120 cd di materiale da analizzare. E la famosa saudade? Per Lucescu è solo un luogo comune: “Nessun giocatore vive per il calcio come quello brasiliano. Più esso è lontano da casa, migliore è il suo rendimento”.
L’ultima finestra di mercato ha portato a Donetsk Alan Patrick e Dentinho. Il primo però non è stato inserito nelle liste Uefa, mentre il secondo ha già accumulato un discreto minutaggio in campionato. Ma il titolare nella posizione di esterno sinistro rimane il velocissimo Willian, uno dei veterani do Brazil della squadra, che forma assieme ai connazionali Jadson, Eduardo e Luiz Adriano un rombo offensivo di notevole spessore tecnico. Proprio il ritorno ad alti livelli dell’ex Arsenal Eduardo ha confinato in panchina il fantasista Douglas Costa. Stesso destino per Alex Teixeira, suo compagno di squadra nella Seleçao under 20 vice-campione del mondo 2009, chiuso da Jadson. Tra i non brasiliani, da segnalare l’esperto Srna e l’emergente Mkhitaryan, nazionale armeno riconvertito con successo in mediano dopo un inizio di carriera come esterno offensivo nel Metalurg Donetsk. L’anello debole resta la difesa, vulnerabile specialmente a sinistra e finora priva di un partner affidabile da affiancare a Chygrynskiy. Lucescu non ha ancora trovato il suo Thiago Silva.
LA STELLA - Luiz Adriano
Come il buon vino, migliora di anno in anno. Scuola Internacional di Porto Alegre, è in Ucraina dal 2006. Il meglio lo ha offerto nelle ultime due stagioni: 17 reti nella prima, 20 nella seconda. Non poteva essere che suo il primo gol dello Shakhtar nell’attuale Champions.
Fonte: Guerin Sportivo
Da tempo lo Shakhtar Donetsk è la squadra più brasiliana d’Europa. Dall’arrivo di Lucescu, sono oltre 15 i giocatori verdeoro ad aver indossato la casacca arancio-nera. Una politica che nei primi tempi aveva attirato diverse critiche al manager rumeno (il patron Akhmetov non interferisce nelle questioni tecniche della squadra, lasciando carta bianca al proprio allenatore), ma che nel medio periodo ha regalato allo Shakhtar una dimensione internazionale sconosciuta solamente qualche anno fa. Giocatori non acquistati come figurine per completare una raccolta, ma in quanto ritenuti funzionali a un preciso progetto tecnico. Lucescu può contare su un network di osservatori per il mercato brasiliano che produce una media a semestre di circa 120 cd di materiale da analizzare. E la famosa saudade? Per Lucescu è solo un luogo comune: “Nessun giocatore vive per il calcio come quello brasiliano. Più esso è lontano da casa, migliore è il suo rendimento”.
L’ultima finestra di mercato ha portato a Donetsk Alan Patrick e Dentinho. Il primo però non è stato inserito nelle liste Uefa, mentre il secondo ha già accumulato un discreto minutaggio in campionato. Ma il titolare nella posizione di esterno sinistro rimane il velocissimo Willian, uno dei veterani do Brazil della squadra, che forma assieme ai connazionali Jadson, Eduardo e Luiz Adriano un rombo offensivo di notevole spessore tecnico. Proprio il ritorno ad alti livelli dell’ex Arsenal Eduardo ha confinato in panchina il fantasista Douglas Costa. Stesso destino per Alex Teixeira, suo compagno di squadra nella Seleçao under 20 vice-campione del mondo 2009, chiuso da Jadson. Tra i non brasiliani, da segnalare l’esperto Srna e l’emergente Mkhitaryan, nazionale armeno riconvertito con successo in mediano dopo un inizio di carriera come esterno offensivo nel Metalurg Donetsk. L’anello debole resta la difesa, vulnerabile specialmente a sinistra e finora priva di un partner affidabile da affiancare a Chygrynskiy. Lucescu non ha ancora trovato il suo Thiago Silva.
LA STELLA - Luiz Adriano
Come il buon vino, migliora di anno in anno. Scuola Internacional di Porto Alegre, è in Ucraina dal 2006. Il meglio lo ha offerto nelle ultime due stagioni: 17 reti nella prima, 20 nella seconda. Non poteva essere che suo il primo gol dello Shakhtar nell’attuale Champions.
Fonte: Guerin Sportivo
Champions League: Basilea
I migliori acquisti stagionali del Basilea sono state le mancate cessioni di Xherdan Shaqiri e Granit Xhaka. Due gioielli prodotti dal sempre prolifico vivaio renano che lo scorso giugno hanno brillato agli Europei under 21 in Danimarca, giocando un ruolo chiave nel secondo posto finale della Svizzera, arresasi solamente di fronte al debordante talento spagnolo. Addirittura abbaglianti i lampi di Shaqiri, unico giocatore del torneo insieme a Mata apparso davvero fuori categoria nel contesto degli under 21. Una sensazione confortata lo scorso settembre dalla tripletta che ha schiantato la Bulgaria, mantenendo vive le chance della Svizzera di accedere ai play-off per l’Europeo 2012. Il Basilea non può pertanto che partire da questo esplosivo esterno destro di origini kosovare, la cui pazienza nel rimanere in patria senza farsi abbindolare dalla prima offerta del club tedesco, inglese o spagnolo di turno, ha finora dato i propri frutti.
Shaqiri è un giocatore maturo, sicuro dei propri mezzi, e pronto per fare la differenza anche a livello internazionale. Attorno a lui c’è un Basilea solido e non privo di frecce al proprio arco. I nomi di Huggel, Streller, Chipperfield e Alexander Frei non devono trarre in inganno; i renani sono tutt’altro che una squadra di pachidermi aggrappati solamente all’esperienza dei suoi veterani. Basta pensare a un portiere di notevoli mezzi tecnici quali Yann Sommer, rimasto imbattuto in quattro dei cinque incontri dell’Euro under 21. Oppure alle lucide geometrie del già citato Xhaka, campione del mondo due anni fa con la Svizzera under 19, che si gioca con l’ivoriano Yapi la maglia di play della squadra nel centrocampo a quattro. Oppure ancora al moto perpetuo di Fabian Frei (nessuna parentela con il bomber Alexander), reduce da un’esperienza positiva in prestito al San Gallo, nonostante la retrocessione del club.
Pur avendo iniziato la stagione un po’ in sordina (ma accadde anche lo scorso anno, senza però inficiare la conquista del secondo titolo consecutivo), quella guidata da Thorsten Fink è una compagine di buon valore in grado di togliersi qualche soddisfazione. L’importante è lavorare sodo sui punti deboli: la difesa innanzitutto, con la coppia centrale Kovac-Dragovic piuttosto lenta e macchinosa (ma l’argentino Abraham, finito quest’anno in panchina, non offre migliori garanzie). Inoltre in avanti non esistono alternative al duo Frei-Streller, con lo zambiano Tembo e il camerunese Zoua più efficaci come esterni che da punte centrali.
Nella stagione 2002/2003 il Basilea dei vari Yakin (Hakan e Murat), Gimenez, Rossi, Chipperfield e Zuberbuhler terminò a pari punti con la Juventus la seconda fase a gironi di Champions, mancando l’accesso alle semifinali solamente per differenza reti. Giorni di gloria che il club della presidentessa Gisela Oeri non è più riuscito a ripetere. Difficile lo faccia oggi. Ma da allora, nessun Basilea è stato qualitativamente tanto vicino a quella storico undici come l’attuale squadra di Fink.
LA STELLA - Xherdan Shaqiri
Nel 2001 entrava nelle giovanili del Basilea, dieci anni dopo è diventato l’icona del club. Dribbling, potenza e un sinistro che lascia il segno lo rendono attualmente il miglior calciatore svizzero. Se Gokhan Inler vale 20 milioni, quanto dovrebbe costare Shaqiri?
Fonte: Guerin Sportivo
Shaqiri è un giocatore maturo, sicuro dei propri mezzi, e pronto per fare la differenza anche a livello internazionale. Attorno a lui c’è un Basilea solido e non privo di frecce al proprio arco. I nomi di Huggel, Streller, Chipperfield e Alexander Frei non devono trarre in inganno; i renani sono tutt’altro che una squadra di pachidermi aggrappati solamente all’esperienza dei suoi veterani. Basta pensare a un portiere di notevoli mezzi tecnici quali Yann Sommer, rimasto imbattuto in quattro dei cinque incontri dell’Euro under 21. Oppure alle lucide geometrie del già citato Xhaka, campione del mondo due anni fa con la Svizzera under 19, che si gioca con l’ivoriano Yapi la maglia di play della squadra nel centrocampo a quattro. Oppure ancora al moto perpetuo di Fabian Frei (nessuna parentela con il bomber Alexander), reduce da un’esperienza positiva in prestito al San Gallo, nonostante la retrocessione del club.
Pur avendo iniziato la stagione un po’ in sordina (ma accadde anche lo scorso anno, senza però inficiare la conquista del secondo titolo consecutivo), quella guidata da Thorsten Fink è una compagine di buon valore in grado di togliersi qualche soddisfazione. L’importante è lavorare sodo sui punti deboli: la difesa innanzitutto, con la coppia centrale Kovac-Dragovic piuttosto lenta e macchinosa (ma l’argentino Abraham, finito quest’anno in panchina, non offre migliori garanzie). Inoltre in avanti non esistono alternative al duo Frei-Streller, con lo zambiano Tembo e il camerunese Zoua più efficaci come esterni che da punte centrali.
Nella stagione 2002/2003 il Basilea dei vari Yakin (Hakan e Murat), Gimenez, Rossi, Chipperfield e Zuberbuhler terminò a pari punti con la Juventus la seconda fase a gironi di Champions, mancando l’accesso alle semifinali solamente per differenza reti. Giorni di gloria che il club della presidentessa Gisela Oeri non è più riuscito a ripetere. Difficile lo faccia oggi. Ma da allora, nessun Basilea è stato qualitativamente tanto vicino a quella storico undici come l’attuale squadra di Fink.
LA STELLA - Xherdan Shaqiri
Nel 2001 entrava nelle giovanili del Basilea, dieci anni dopo è diventato l’icona del club. Dribbling, potenza e un sinistro che lascia il segno lo rendono attualmente il miglior calciatore svizzero. Se Gokhan Inler vale 20 milioni, quanto dovrebbe costare Shaqiri?
Fonte: Guerin Sportivo
martedì 1 novembre 2011
Preview BATE Borisov-Milan: Mateja Kezman
I belong to Jesus. Come Kakà, anche Mateja Kezman. Calciatori di fede. Rispetto all’asso brasiliano, Kezman però intende spingersi ancora oltre. A 31 anni e con una carriera ormai al crepuscolo, ha già individuato il proprio percorso una volta appese le scarpe al chiodo: prendere i voti ed entrare in un monastero cristiano-ortodosso. Perché “servire il Signore è il massimo nella vita”. Nel frattempo però il BATE Borisov gli chiede di affiancare alle preghiere anche qualche gol. Come il serbo ha fatto in abbondanza a inizio carriera, prima di imbeccare una spirale negativa che, partendo dal Chelsea di Mourinho (“la miglior esperienza professionale della mia vita”, ha detto Kezman), lo ha visto finire addirittura a Honk Kong nel South China con un contratto di quattro mesi. Nel mezzo, esperienze poco esaltanti in Spagna, Turchia, Francia e Russia, pur con squadre di valore: Atletico Madrid, Fenerbahce, Paris Saint-Germain, Zenit S. Pietroburgo.
Un tempo l’unico verbo conosciuto da Kezman era quello del gol. A 21 anni è capocannoniere in Serbia con il Partizan Belgrado con una media reti poco superiore al gol a partita. Poi passa al Psv Eindhoven e alza ancora il tiro: 129 centri in quattro stagioni, con il Philips Stadion che suona la musica di Batman ad ogni pallone messo in rete dal serbo. Accanto a lui un giovane Arjen Robben, per lo scontato “Batman & Robben” come soprannome per la coppia. Ma una volta lasciata l’Olanda nel 2004, Kezman perde progressivamente tutti i suoi poteri finendo una sola volta in doppia cifra, nel 2008 con il Fenerbahce. Non va meglio in nazionale: a Germania 2006 si becca un rosso da Rosetti in Argentina-Serbia. Da allora zero convocazioni.
In estate il BATE ha ingaggiato Kezman con il preciso obiettivo di portare un pizzico di esperienza a una squadra talentuosa (metà dell’undici titolare è composto da nazionali bielorussi under-21, finiti terzi agli Europei di categoria lo scorso giugno con tanto di qualificazione alle Olimpiadi di Londra 2012) ma troppo “verde” per una competizione di primo livello come la Champions League. Resta da vedere se per il serbo giramondo il richiamo del saio può ancora attendere.
Fonte: Il Giornale
Un tempo l’unico verbo conosciuto da Kezman era quello del gol. A 21 anni è capocannoniere in Serbia con il Partizan Belgrado con una media reti poco superiore al gol a partita. Poi passa al Psv Eindhoven e alza ancora il tiro: 129 centri in quattro stagioni, con il Philips Stadion che suona la musica di Batman ad ogni pallone messo in rete dal serbo. Accanto a lui un giovane Arjen Robben, per lo scontato “Batman & Robben” come soprannome per la coppia. Ma una volta lasciata l’Olanda nel 2004, Kezman perde progressivamente tutti i suoi poteri finendo una sola volta in doppia cifra, nel 2008 con il Fenerbahce. Non va meglio in nazionale: a Germania 2006 si becca un rosso da Rosetti in Argentina-Serbia. Da allora zero convocazioni.
In estate il BATE ha ingaggiato Kezman con il preciso obiettivo di portare un pizzico di esperienza a una squadra talentuosa (metà dell’undici titolare è composto da nazionali bielorussi under-21, finiti terzi agli Europei di categoria lo scorso giugno con tanto di qualificazione alle Olimpiadi di Londra 2012) ma troppo “verde” per una competizione di primo livello come la Champions League. Resta da vedere se per il serbo giramondo il richiamo del saio può ancora attendere.
Fonte: Il Giornale
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