“Non sapeva dribblare, non sapeva passare, probabilmente non sapeva fare nient’altro che segnare”. Così negli anni 70 Jan Mulder descriveva il compagno di squadra Ruud Geels, cinque volte capocannoniere della Eredivisie ma pressoché sconosciuto oltre i confini olandesi. Qualcuno oggi potrebbe dire la stessa cosa del bomber del Twente Marc Janko, 17 reti stagionali in tutte le competizioni. Bravo solo a segnare.
Lo scorso anno l’attaccante austriaco è stato capocannoniere della squadra, e ha deciso la finale di coppa d’Olanda segnando il definitivo 3-2 ai supplementari contro l’Ajax. Nell’attuale stagione, dopo aver contribuito al successo in Supercoppa – sempre contro l’Ajax – con un rigore, è partito ancora più forte, con 7 reti nelle prime 6 giornate che gli hanno permesso di eguagliare il primato del club detenuto, dal 68/69, da Dick van Dijk. Non è finita. La scorsa settimana il Twente ha eguagliato il primato dell’Ajax 94/95, segnando consecutivamente per 41 giornate di fila. Prima del pareggio casalingo di domenica contro il Vitesse, i Tukkers non andavano in bianco dal 19 settembre 2010; da allora 89 gol, con Janko miglior performer a quota 21. Eppure “il bomber delle Alpi” è criticato dalla stampa e rispettato, ma niente di più, dai tifosi del Twente.
Il problema è di natura tattica. Con il suo metro e 97 di altezza, Janko è il classico pennellone d’area di rigore, poco mobile e ancora meno adatto – causa limiti tecnici – al gioco di sponda previsto da una squadra molto “olandese” come il Twente, il cui 4-3-3 prevede una prima punta dinamica e abile nell’aprire gli spazi ai tagli dei centrocampisti e degli esterni d’attacco. Un ruolo, quello di punta centrale, che calza a pennello a Luuk de Jong, stellina emergente del calcio oranje già arrivata in nazionale maggiore. Ma proprio grazie alla sua grande duttilità, De Jong è spesso costretto a scarificarsi nel ruolo di numero 10 o di ala destra. Anche perché Janko non può essere lasciato in panchina a cuor leggero, in quanto rimane il giocatore più costoso nella storia del club (6.5 milioni di euro).
Se in estate sulla panchina del Twente non fosse arrivato Co Adriaanse, con tutta probabilità l’austriaco – figlio di Eva Janko, medaglia di bronzo nel lancio del giavellotto alle Olimpiadi del 1968 - avrebbe già lasciato Enschede. Ma al tecnico olandese Janko deve tutto, dal momento che fu il suo arrivo al Red Bull Salisburgo nel 2008 a trasformare un modesto panchinaro (20 presenze in 2 anni con Trapattoni) in un ciclone capace di segnare 39 reti in un solo campionato, classificandosi terzo nella Scarpa d’Oro alle spalle di Diego Forlan e Samuel Eto’o. Oggi per questa sua “creatura” calcistica Adriaanse è disposto a sacrificare la piena efficacia del suo modulo. Almeno fino a quando Janko continuerà a non saper far altro che segnare.
Fonte: La Gazzetta dello Sport - Extra Time
lunedì 12 dicembre 2011
sabato 10 dicembre 2011
Dalla Padania alla Lapponia, passando per il Tibet
Nel mondo delle nazionali non riconosciute dalla FIFA i Paesi Baschi rappresentano solo la punta dell’iceberg. Un microcosmo variegato e da maneggiare con estrema cura, viste le implicazioni politiche che accompagnano diversi casi. Ne sappiamo qualcosa in Italia con la Padania, nazione di cui molti contestano l’esistenza. Eppure, calcisticamente parlando, la Padania c’è e riesce anche a togliersi qualche soddisfazione, avendo vinto le ultime tre edizioni della VIVA World Cup, il torneo organizzato dal NF-Board. Questa Federazione, nata nel 2003, raccoglie nazionali che non rappresentano stati sovrani: Lapponia, Kurdistan, Provenza, Aramei-Siriaci, Occitania.
La FIFA, che vanta più membri dell’ONU, si vanta di muoversi secondo criteri apolitici. Una balla colossale, come dimostrato nel 1994 accettando l’affiliazione della Palestina pur in mancanza del requisito dello stato sovrano. La politica del resto è entrata a gamba tesa anche nelle spinose questioni legate a Tibet, Gibilterra e Repubblica Turca di Cipro Nord, sulle quali pesano i veti rispettivamente di Cina, Spagna e Cipro. Il Tibet giocò la sua prima partita internazionale nel 2001 contro la Groenlandia, nonostante la Cina fece di tutto per impedirlo, arrivando a minacciare la Danimarca di interrompere le relazioni commerciali tra i due paesi (la vicenda è ben raccontata nel documentario “The forbidden team”, la squadra proibita). I danesi però non si piegarono. Dovranno però farlo l’UEFA e la Spagna con Gibilterra, dopo la sentenza del TAS di Losanna dello scorso settembre che ha dato ragione al territorio del Regno Unito in merito alla sua affiliazione alla Uefa, prima concessa e poi revocata dietro forti pressioni iberiche, con tanto di minaccia di boicottaggio dei tornei internazionali.
Particolarmente curioso il caso della Groenlandia. Come le Isole Far Øer, anch’essa è una provincia autonoma della Danimarca. Mentre però a Torshavn si giocano partite di qualificazione per Europei e Mondiali, a Nuuk non è possibile per il mancato riconoscimento FIFA. La motivazione è la solita: mancanza del requisito della sovranità nazionale. Come le Falkland-Malvinas e Zanzibar. Poi però risultano affiliati paesi non indipendenti come Tahiti, Nuova Caledonia e le Isole Turks & Caicos, mentre restano fuori stati veri e propri quali Tuvalu, Kiribati, Micronesia, Vaticano. Insomma un bel ginepraio, ottimamente raccontato da Steve Menary nel suo Outcast: The lands that FIFA forgot. Per scoprire che esiste un calcio dove non conta vincere, ma essere riconosciuti.
Fonte: Guerin Sportivo
La FIFA, che vanta più membri dell’ONU, si vanta di muoversi secondo criteri apolitici. Una balla colossale, come dimostrato nel 1994 accettando l’affiliazione della Palestina pur in mancanza del requisito dello stato sovrano. La politica del resto è entrata a gamba tesa anche nelle spinose questioni legate a Tibet, Gibilterra e Repubblica Turca di Cipro Nord, sulle quali pesano i veti rispettivamente di Cina, Spagna e Cipro. Il Tibet giocò la sua prima partita internazionale nel 2001 contro la Groenlandia, nonostante la Cina fece di tutto per impedirlo, arrivando a minacciare la Danimarca di interrompere le relazioni commerciali tra i due paesi (la vicenda è ben raccontata nel documentario “The forbidden team”, la squadra proibita). I danesi però non si piegarono. Dovranno però farlo l’UEFA e la Spagna con Gibilterra, dopo la sentenza del TAS di Losanna dello scorso settembre che ha dato ragione al territorio del Regno Unito in merito alla sua affiliazione alla Uefa, prima concessa e poi revocata dietro forti pressioni iberiche, con tanto di minaccia di boicottaggio dei tornei internazionali.
Particolarmente curioso il caso della Groenlandia. Come le Isole Far Øer, anch’essa è una provincia autonoma della Danimarca. Mentre però a Torshavn si giocano partite di qualificazione per Europei e Mondiali, a Nuuk non è possibile per il mancato riconoscimento FIFA. La motivazione è la solita: mancanza del requisito della sovranità nazionale. Come le Falkland-Malvinas e Zanzibar. Poi però risultano affiliati paesi non indipendenti come Tahiti, Nuova Caledonia e le Isole Turks & Caicos, mentre restano fuori stati veri e propri quali Tuvalu, Kiribati, Micronesia, Vaticano. Insomma un bel ginepraio, ottimamente raccontato da Steve Menary nel suo Outcast: The lands that FIFA forgot. Per scoprire che esiste un calcio dove non conta vincere, ma essere riconosciuti.
Fonte: Guerin Sportivo
venerdì 9 dicembre 2011
Cuore d'Euzkadi
Porto di Le Havre, una grigia mattina dell’ottobre 1937. Il transatlantico Île de France è pronto per salpare in direzione New York. A bordo c’è un’intera nazionale di calcio, in fuga da un paese dilaniato dalla guerra civile. L’Euzkadi, la selezione dei Paesi Baschi, parte per le Americhe seguendo l’esempio di numerosi connazionali, che avevano scelto l’esilio quale unica soluzione per salvare la propria vita e la propria identità. Bilbao si era arresa alle truppe del generale Francisco Franco, insorto poco più di un anno prima contro le autorità repubblicane nel Marocco Spagnolo, e fermamente intenzionato a sottomettere tutto il paese iberico. Le mete della diaspora basca sono principalmente Francia e America Latina. Per queste persone, l’unico punto di contatto con la terra natia è rappresentato proprio dall’Euzkadi, una selezione appositamente costituita per raccogliere fondi, attraverso partite a scopo benefico, da destinare all’esercito basco, alle vittime di guerra e agli esuli. Dopo un tour europeo iniziato nell’aprile del 1937, l’Euzkadi decide di portare la propria iniziativa di solidarietà oltreoceano. Diventerà l’unica nazionale ad aver partecipato a un campionato per club, la Liga Mayor del Distrito Federal messicano. Con un piccolo giallo: chi vinse il torneo 1938/39? Proprio l’Euzkadi, come sostiene la Federazione basca, oppure l’Asturias, come risulta dagli almanacchi della Federcalcio messicana? La questione è ancora aperta.
Prima di proseguire con la storia, una piccola ma doverosa premessa: nell'uso quotidiano i termini stato e nazione sono erroneamente considerati sinonimi. Il primo però si riferisce a un’entità politica e geopolitica, il secondo a un’entità etnica e culturale. È pertanto corretto parlare di nazionale dei Paesi Baschi, nonostante questa non sia mai stata riconosciuta dalla FIFA, in quanto non in possesso del requisito previsto dall’articolo 10 dello statuto del massimo organo calcistico mondiale: l’essere espressione di uno stato indipendente.
La prima versione della nazionale basca compare nel 1915 con il nome di Selección Norte, e include anche giocatori della Cantabria. Seguirà, agli inizi degli anni Trenta, una formazione chiamata Vasconia, che si limita però a disputare un paio di amichevoli contro una selezione catalana. La nazionale basca con finalità solidali, ribattezzata Euzkadi, nasce invece nel 1937 per mano del lehendakari (presidente del governo autonomo basco) José Antonio Aguirre, agevolato nell’impresa dal suo breve passato (solo 4 partite ufficiali disputate) come giocatore dell’Athletic Bilbao. Proprio i biancorossi costituiscono l’asse portante della formazione, alla quale contribuiscono con nove elementi, tra cui il portiere Gregorio Blasco – primo numero uno dell’Athletic a vincere il trofeo Zamora – e Guillermo “Bala Roja” Gorostiza – due volte Pichichi della Liga spagnola. Entrambi fanno parte dello storico blocco dell’Athletic che in sette stagioni vince quattro campionati e altrettante coppe di Spagna. L’allenatore dell’Euzkadi è Pedro Vallana, icona del piccolo club basco Arenas (condotto, da giocatore, a una storica vittoria della Coppa del Re nel 1919) nonché unico caso al mondo di atleta che ha partecipato a un campionato, la Liga del 28-29, sia come giocatore (una presenza) che come arbitro.
Mentre i gudari, i soldati del neo-costituito esercito basco, combattono strenuamente una battaglia senza speranza contro le meglio equipaggiate truppe di Franco, comprendenti anche “legionari” della Germania nazista e dell’Italia fascista, la selezione basca raccoglie fondi in giro per l’Europa, da Parigi a Praga, da Mosca a Tbilisi fino a Oslo e Copenhagen. Vengono giocate 20 amichevoli, e nel frattempo si pianifica la trasferta in America Latina. Tra i pochi a non salpare da Le Havre c’è una delle stelle dell’Euzkadi, Gorostiza. “Vado a Parigi a trovare mio padre”, dice al tecnico Vallana. Invece si precipita a Bilbao per arruolarsi tra le fila della milizia carlista anti-repubblicana, esempio di come non tutti i baschi fossero contrari a Franco (così come non tutto il clero era favorevole, il Real Madrid non era la squadra del Generalísimo e altri luoghi molto comuni ma poco reali).
La selezione basca giunge in Messico dopo uno scalo a New York e un altro all’Avana. Debutta battendo 5-1 il Jalisco State, quindi disputa altre nove amichevoli prima di spostarsi a Cuba. L’idea originaria prevedeva un viaggio in Argentina per una serie di partite di lusso contro Boca Juniors, River Plate, Independiente e altre big del campionato locale. La propaganda negativa proveniente dall’Europa, che descriveva i baschi come un manipolo di estremisti anarchici, provoca però un rapido dietrofront della Federcalcio argentina, su pressioni della FIFA. L’Euzkadi non è più gradita a Buenos Aires e dintorni. I baschi restano quindi a Cuba, affrontando club locali (a volte anche in campi da baseball) ma anche la selezione nazionale, per poi tornare in Messico. Quando la squadra viene iscritta alla Liga Mayor del Distrito Federal, il bilancio del suo tour, durato all’incirca un anno, è di 16 vittorie, 2 pareggi e 2 sconfitte.
A partire dal 1933 in Messico esistono due campionati nazionali, entrambi dilettantistici: la Liga de Jalisco e quella del Distrito Federal. Alla seconda partecipano diversi club fondati da immigrati, come testimoniato dagli stessi nomi: Asturias, España, Germania. L’Euzkadi però è l’unica squadra a rappresentare una nazione intera. Un evento unico nella storia del calcio, il cui finale resta avvolto nel mistero. La Federcalcio messicana assegna il titolo 38-39 del Distrito Federal all’Asturias, forte di 17 punti raccolti in dodici partite, con i baschi secondi classificati a due lunghezze di distanza. La Federcalcio basca, e diverse pubblicazioni sulla storia del calcio nei Paesi Baschi, parlano invece di successo dell’Euzkadi, con 27 punti conquistati in diciassette partite. Una discordanza completa: sul numero degli incontri disputati, sul rapporto reti segnate e subite dalla nazionale “in esilio” (44-33 secondo i messicani, 65-37 per i baschi) e, buon ultimo, sul risultato finale. Inutili si sono rivelate le mail di richiesta di spiegazioni alla rispettive Federazioni: silenzio dal Messico, poche certezze dai Paesi Baschi, che hanno citato entrambe le versioni sottolineando però come i loro archivi ufficiali partano solo dal 1988.
L’Euzkadi si dissolve nel 1939, una volta terminata la guerra civile in Spagna con la vittoria di Franco. I giocatori ricevono 10mila pesetas a testa, poi ognuno per la propria strada. Molti non rientrano in patria. Tra questi Blasco, che resta in Messico e vince – questa volta senza alcun dubbio di sorta - il campionato 1939-40 con il Real Club España. Il tecnico Vallana invece sceglie l’Uruguay, non senza polemiche per aver abbandonato la nazionale basca due mesi prima dello scioglimento. Troverà un impiego come cronista sportivo e arbitro. La nazionale basca si riforma nell’agosto del 1979, scendendo in campo a Bilbao contro l’Irlanda. Il suo ultimo incontro è datato 25 maggio 2011, 2-1 all’Estonia a Tallin.
(ha collaborato Simone Bertelegni)
Fonte: Guerin Sportivo
Prima di proseguire con la storia, una piccola ma doverosa premessa: nell'uso quotidiano i termini stato e nazione sono erroneamente considerati sinonimi. Il primo però si riferisce a un’entità politica e geopolitica, il secondo a un’entità etnica e culturale. È pertanto corretto parlare di nazionale dei Paesi Baschi, nonostante questa non sia mai stata riconosciuta dalla FIFA, in quanto non in possesso del requisito previsto dall’articolo 10 dello statuto del massimo organo calcistico mondiale: l’essere espressione di uno stato indipendente.
La prima versione della nazionale basca compare nel 1915 con il nome di Selección Norte, e include anche giocatori della Cantabria. Seguirà, agli inizi degli anni Trenta, una formazione chiamata Vasconia, che si limita però a disputare un paio di amichevoli contro una selezione catalana. La nazionale basca con finalità solidali, ribattezzata Euzkadi, nasce invece nel 1937 per mano del lehendakari (presidente del governo autonomo basco) José Antonio Aguirre, agevolato nell’impresa dal suo breve passato (solo 4 partite ufficiali disputate) come giocatore dell’Athletic Bilbao. Proprio i biancorossi costituiscono l’asse portante della formazione, alla quale contribuiscono con nove elementi, tra cui il portiere Gregorio Blasco – primo numero uno dell’Athletic a vincere il trofeo Zamora – e Guillermo “Bala Roja” Gorostiza – due volte Pichichi della Liga spagnola. Entrambi fanno parte dello storico blocco dell’Athletic che in sette stagioni vince quattro campionati e altrettante coppe di Spagna. L’allenatore dell’Euzkadi è Pedro Vallana, icona del piccolo club basco Arenas (condotto, da giocatore, a una storica vittoria della Coppa del Re nel 1919) nonché unico caso al mondo di atleta che ha partecipato a un campionato, la Liga del 28-29, sia come giocatore (una presenza) che come arbitro.
Mentre i gudari, i soldati del neo-costituito esercito basco, combattono strenuamente una battaglia senza speranza contro le meglio equipaggiate truppe di Franco, comprendenti anche “legionari” della Germania nazista e dell’Italia fascista, la selezione basca raccoglie fondi in giro per l’Europa, da Parigi a Praga, da Mosca a Tbilisi fino a Oslo e Copenhagen. Vengono giocate 20 amichevoli, e nel frattempo si pianifica la trasferta in America Latina. Tra i pochi a non salpare da Le Havre c’è una delle stelle dell’Euzkadi, Gorostiza. “Vado a Parigi a trovare mio padre”, dice al tecnico Vallana. Invece si precipita a Bilbao per arruolarsi tra le fila della milizia carlista anti-repubblicana, esempio di come non tutti i baschi fossero contrari a Franco (così come non tutto il clero era favorevole, il Real Madrid non era la squadra del Generalísimo e altri luoghi molto comuni ma poco reali).
La selezione basca giunge in Messico dopo uno scalo a New York e un altro all’Avana. Debutta battendo 5-1 il Jalisco State, quindi disputa altre nove amichevoli prima di spostarsi a Cuba. L’idea originaria prevedeva un viaggio in Argentina per una serie di partite di lusso contro Boca Juniors, River Plate, Independiente e altre big del campionato locale. La propaganda negativa proveniente dall’Europa, che descriveva i baschi come un manipolo di estremisti anarchici, provoca però un rapido dietrofront della Federcalcio argentina, su pressioni della FIFA. L’Euzkadi non è più gradita a Buenos Aires e dintorni. I baschi restano quindi a Cuba, affrontando club locali (a volte anche in campi da baseball) ma anche la selezione nazionale, per poi tornare in Messico. Quando la squadra viene iscritta alla Liga Mayor del Distrito Federal, il bilancio del suo tour, durato all’incirca un anno, è di 16 vittorie, 2 pareggi e 2 sconfitte.
A partire dal 1933 in Messico esistono due campionati nazionali, entrambi dilettantistici: la Liga de Jalisco e quella del Distrito Federal. Alla seconda partecipano diversi club fondati da immigrati, come testimoniato dagli stessi nomi: Asturias, España, Germania. L’Euzkadi però è l’unica squadra a rappresentare una nazione intera. Un evento unico nella storia del calcio, il cui finale resta avvolto nel mistero. La Federcalcio messicana assegna il titolo 38-39 del Distrito Federal all’Asturias, forte di 17 punti raccolti in dodici partite, con i baschi secondi classificati a due lunghezze di distanza. La Federcalcio basca, e diverse pubblicazioni sulla storia del calcio nei Paesi Baschi, parlano invece di successo dell’Euzkadi, con 27 punti conquistati in diciassette partite. Una discordanza completa: sul numero degli incontri disputati, sul rapporto reti segnate e subite dalla nazionale “in esilio” (44-33 secondo i messicani, 65-37 per i baschi) e, buon ultimo, sul risultato finale. Inutili si sono rivelate le mail di richiesta di spiegazioni alla rispettive Federazioni: silenzio dal Messico, poche certezze dai Paesi Baschi, che hanno citato entrambe le versioni sottolineando però come i loro archivi ufficiali partano solo dal 1988.
L’Euzkadi si dissolve nel 1939, una volta terminata la guerra civile in Spagna con la vittoria di Franco. I giocatori ricevono 10mila pesetas a testa, poi ognuno per la propria strada. Molti non rientrano in patria. Tra questi Blasco, che resta in Messico e vince – questa volta senza alcun dubbio di sorta - il campionato 1939-40 con il Real Club España. Il tecnico Vallana invece sceglie l’Uruguay, non senza polemiche per aver abbandonato la nazionale basca due mesi prima dello scioglimento. Troverà un impiego come cronista sportivo e arbitro. La nazionale basca si riforma nell’agosto del 1979, scendendo in campo a Bilbao contro l’Irlanda. Il suo ultimo incontro è datato 25 maggio 2011, 2-1 all’Estonia a Tallin.
(ha collaborato Simone Bertelegni)
Fonte: Guerin Sportivo
giovedì 8 dicembre 2011
L'Orso Polare dell'anno

Tra le miriadi di riconoscimenti calcistici, è particolarmente curioso il premio Orso Polare dell’anno (Årets Isbjørn in originale). Lo assegnano i tifosi del Tromsø al miglior giocatore della loro squadra, la più a nord d’Europa. Quest’anno lo ha vinto il 19enne Thomas Drage, talento emergente del calcio norvegese. Con 11 assist ha contribuito al secondo posto finale della sua squadra.
mercoledì 7 dicembre 2011
Preview Mondiale per club 2011
Messi contro Neymar è il fin troppo scontato tema del Mondiale per club 2011, che aprirà i battenti giovedì con il turno preliminare tra Auckland City e Kashiwa Reysol. Tuttavia il miglior calciatore del pianeta e colui che è considerato a furor di popolo la futura stella del calcio mondiale, in finale devono prima arrivarci. E dopo la sorpresa Mazembe dello scorso anno, dove per la prima volta si è spezzata l’egemonia euro-sudamericana sulla finale, un pizzico di cautela in più nei pronostici è quantomeno d’obbligo. Anche se è davvero difficile immaginare maglie diverse da quelle blaugrana alzare al cielo la coppa il 18 dicembre all’International Stadium di Yokohama.
Tra i pochi appigli ai quali si possono aggrappare gli avversari del Barcellona, c’è un dato statistico: quest’anno nella Liga la banda Guardiola ha totalizzato solamente il 50% dei punti disponibili nelle partite in trasferta, frutto di 2 vittorie, 3 pareggi e una sconfitta (contro il piccolo Getafe). In Champions però ecco i successi a Borisov, Plzen e Milano. Serve insomma la partita della vita alla vincente tra Esperance Tunisi e Al Sadd. Rispetto ai tunisini, i campioni d’Asia appaiono più scafati, come dimostrato nella semifinale della Champions asiatica contro il Suwon Samsung Bluewings, con la coppia Keita-Niang che andò in rete su una rimessa laterale non restituita ai coreani. Il gol, decisivo per la qualificazione, è valso al club del Qatar – poi vincitore in finale ai rigori contro un altro club sudcoreano – il soprannome di “Al Badd”.
Il Santos trionfatore in Libertadores – con Neymar fresco del riconoscimento quale miglior giocatore della competizione – affronterà con tutta probabilità i messicani del Monterrey, che non dovrebbero avere troppi problemi nello sbarazzarsi della vincente del turno preliminare tra i già citati Auckland City e Kashiwa Reysol. I neozelandesi sono alla terza presenza al Mondiale (come il Barcellona), mentre i giapponesi ci sono arrivati quali freschi vincitori della J. League…da neopromossi! Sulla carta nessuno può competere con gli straordinari talenti prodotti dalla fucina di Vila Belmiro: lo stra-citato Neymar in primis, ma anche Ganso e Danilo. Un altro fuoriclasse, Muricy Ramalho, siede in panchina. A quest’ora sarebbe il ct del Brasile se nel 2010 il Fluminense non l’avesse bloccato; così Ramalho se n’è andato al Santos, vincendo in un anno Paulista e Libertadores. Messi vs Neymar? No, la vera sfida sarebbe quella tra lui e Guardiola.
Fonte: Il Giornale
Tra i pochi appigli ai quali si possono aggrappare gli avversari del Barcellona, c’è un dato statistico: quest’anno nella Liga la banda Guardiola ha totalizzato solamente il 50% dei punti disponibili nelle partite in trasferta, frutto di 2 vittorie, 3 pareggi e una sconfitta (contro il piccolo Getafe). In Champions però ecco i successi a Borisov, Plzen e Milano. Serve insomma la partita della vita alla vincente tra Esperance Tunisi e Al Sadd. Rispetto ai tunisini, i campioni d’Asia appaiono più scafati, come dimostrato nella semifinale della Champions asiatica contro il Suwon Samsung Bluewings, con la coppia Keita-Niang che andò in rete su una rimessa laterale non restituita ai coreani. Il gol, decisivo per la qualificazione, è valso al club del Qatar – poi vincitore in finale ai rigori contro un altro club sudcoreano – il soprannome di “Al Badd”.
Il Santos trionfatore in Libertadores – con Neymar fresco del riconoscimento quale miglior giocatore della competizione – affronterà con tutta probabilità i messicani del Monterrey, che non dovrebbero avere troppi problemi nello sbarazzarsi della vincente del turno preliminare tra i già citati Auckland City e Kashiwa Reysol. I neozelandesi sono alla terza presenza al Mondiale (come il Barcellona), mentre i giapponesi ci sono arrivati quali freschi vincitori della J. League…da neopromossi! Sulla carta nessuno può competere con gli straordinari talenti prodotti dalla fucina di Vila Belmiro: lo stra-citato Neymar in primis, ma anche Ganso e Danilo. Un altro fuoriclasse, Muricy Ramalho, siede in panchina. A quest’ora sarebbe il ct del Brasile se nel 2010 il Fluminense non l’avesse bloccato; così Ramalho se n’è andato al Santos, vincendo in un anno Paulista e Libertadores. Messi vs Neymar? No, la vera sfida sarebbe quella tra lui e Guardiola.
Fonte: Il Giornale
martedì 6 dicembre 2011
Norvegia deluxe
Domenica si è conclusa la Tippeliga, con il Molde che ha festeggiato il primo titolo nazionale della sua storia. Per il tecnico Ole Gunnar Solskjær, buona la prima. Europa League per Tromsø (secondo classificato), Rosenborg (terzo) e Ålesund (vincitore della coppa nazionale). Retrocessione per Start e Sarpsborg 08. Di seguito la top 11 della Tippeliga, schierata con un 3-4-3.
Espen Bugge Petersen (Molde). Ha iniziato la stagione incassando tre reti dal neopromosso Sarpsborg 08. Poi non ha sbagliato più nulla, lui come il Molde. Ed è arrivato il titolo. Il miglior portiere della Tippeliga 2010, Anders Lindegaard, è finito al Manchester United. Ma Bugge, classe 80, è troppo vecchio per lasciare la Norvegia.
Miika Koppinen (Tromsø). Dal gol al Chelsea in Champions che ha causato l’uscita di scena anticipata di Mourinho sono ormai passati diversi anni. Adesso il finlandese, passato nel frattempo da terzino a centrale, sbarca il lunario nel Circolo Polare Artico, e lo fa davvero bene: per il secondo anno consecutivo è nella top 11 della Tippeliga.
Even Hovland (Sogndal). Può la terzultima classificata vantare la miglior difesa del campionato? Risposta affermativa grazie a questo classe 89, la cui personalità nel guidare il reparto arretrato ha garantito la salvezza ad una squadra imbarazzante dalla mediana in avanti. Scartato nel 2009 dal Manchester United, questo neo-nazionale norvegese possiede i mezzi per ambire almeno a una squadra di fascia media di Premier League.
Vegard Forren (Molde). A 19 anni con i dilettanti del Kil/Hemne eliminò il Molde dalla coppa di Norvegia, guadagnandosi un quinquennale con il club della città delle rose. Da allora un’ascesa costante, fino a diventare il perno della squadra campione di Norvegia. Secondo il quotidiano VG due anni fa rifiutò offerte di diversi top club europei, tra cui il Milan. E oggi?
Michael Barrantes (Ålesund). Dopo Christian Bolaños, ecco un altro costaricano capace di conquistare la Norvegia. Meno esplosivo dell’attuale ala del Copenhagen, ma altrettanto efficace: 6 reti in 7 partite di coppa, inclusa la doppietta in finale che ha regalato agli arancioni il secondo trofeo negli ultimi tre anni. Poi altri 11 centri spalmati tra campionato ed Europa League.
Rodolph Austin (Brann). Per due volte questo mediano giamaicano è stato a un passo dalla Premier League, ma in entrambi i casi la mancata concessione del permesso di lavoro ha impedito allo Stoke City di ingaggiarlo. Così è rimasto quattro anni a Bergen. Nell’ultima stagione le sue doti fisiche sono emerse prepotentemente: media voto alla mano, è il miglior giocatore della Tippeliga.
Magnus Wolff Eikrem (Molde). Pupillo di Solskjær? Senza dubbio. Cresciuto a Molde in una scuola calcio gestita dall’ex bomber, quindi cinque anni nell’Academy del Manchester United prima di tornare a Molde a gennaio per seguire il suo mentore. Fiducia pienamente ripagata. Centrocampista offensivo alle spalle del tridente oppure esterno, Wolff Eikrem, classe 90, ha disputato una stagione di alto profilo, risultando il miglior giovane del campionato.
Diego Guastavino (Brann). Piccolo Giovinco uruguaiano, fantasista tascabile amico di Recoba (anni fa il Chino lo portò al Lugano, ospitandolo nella sua villa a Cernobbio), da anni le sue giocate illuminano i campi di norvegesi. Più che la statura, la sua grande nemica è sempre stata la discontinuità. Anche nella sua miglior stagione, terminata con il quarto posto in campionato e la sconfitta nella finale di coppa. Il traguardo insomma, per lui come per il Brann, è sempre un passo più in là.
Nikola Djurdjic (Haugesund). Mezzapunta serba classe 86, sempre protagonista con l’Haugesund: promozione dall’Adeccoliga nel 2009, salvezza nel 2010, sesto posto nel 2011. Con 12 reti e 9 assist è uno dei giocatori più efficaci di tutta la Tippeliga. Un anno fa ha tentato l’avventura in Olanda, ma non ha superato un provino con l’AZ.
Rade Prica (Rosenborg). Il club di Trondheim ha dormito per metà stagione, salvo recuperare nella seconda parte almeno in terzo posto valevole per l’Europa League. Dal grigiore si è distinto questo veterano del gol che nei campionati nordici è sempre stato una certezza. Terza stagione al Rosenborg, terza chiusura in doppia cifra, ma 16 reti non gli sono bastate per vincere per il suo terzo titolo di capocannoniere (il secondo in Norvegia).
Mostafa "Mos" Abdellaoue (Tromsø). Annata d’oro per gli Abdellaoue, famiglia norvegese di origini marocchine. Mohammed “Moa” si è imposto quale uno dei perni dell’Hannover, vincendo anche il premio Kniksen nella categoria “norvegesi all’estero”; Mostafa “Mos”, classe 88, ha chiuso da capocannoniere del campionato (17 gol), superando all’ultima giornata la coppia Prica-Årst. Era già stato re dei bomber nel 2008 con lo Skied in Adeccoliga. Lo attende un campionato più caldo.
Espen Bugge Petersen (Molde). Ha iniziato la stagione incassando tre reti dal neopromosso Sarpsborg 08. Poi non ha sbagliato più nulla, lui come il Molde. Ed è arrivato il titolo. Il miglior portiere della Tippeliga 2010, Anders Lindegaard, è finito al Manchester United. Ma Bugge, classe 80, è troppo vecchio per lasciare la Norvegia.
Miika Koppinen (Tromsø). Dal gol al Chelsea in Champions che ha causato l’uscita di scena anticipata di Mourinho sono ormai passati diversi anni. Adesso il finlandese, passato nel frattempo da terzino a centrale, sbarca il lunario nel Circolo Polare Artico, e lo fa davvero bene: per il secondo anno consecutivo è nella top 11 della Tippeliga.
Even Hovland (Sogndal). Può la terzultima classificata vantare la miglior difesa del campionato? Risposta affermativa grazie a questo classe 89, la cui personalità nel guidare il reparto arretrato ha garantito la salvezza ad una squadra imbarazzante dalla mediana in avanti. Scartato nel 2009 dal Manchester United, questo neo-nazionale norvegese possiede i mezzi per ambire almeno a una squadra di fascia media di Premier League.
Vegard Forren (Molde). A 19 anni con i dilettanti del Kil/Hemne eliminò il Molde dalla coppa di Norvegia, guadagnandosi un quinquennale con il club della città delle rose. Da allora un’ascesa costante, fino a diventare il perno della squadra campione di Norvegia. Secondo il quotidiano VG due anni fa rifiutò offerte di diversi top club europei, tra cui il Milan. E oggi?
Michael Barrantes (Ålesund). Dopo Christian Bolaños, ecco un altro costaricano capace di conquistare la Norvegia. Meno esplosivo dell’attuale ala del Copenhagen, ma altrettanto efficace: 6 reti in 7 partite di coppa, inclusa la doppietta in finale che ha regalato agli arancioni il secondo trofeo negli ultimi tre anni. Poi altri 11 centri spalmati tra campionato ed Europa League.
Rodolph Austin (Brann). Per due volte questo mediano giamaicano è stato a un passo dalla Premier League, ma in entrambi i casi la mancata concessione del permesso di lavoro ha impedito allo Stoke City di ingaggiarlo. Così è rimasto quattro anni a Bergen. Nell’ultima stagione le sue doti fisiche sono emerse prepotentemente: media voto alla mano, è il miglior giocatore della Tippeliga.
Magnus Wolff Eikrem (Molde). Pupillo di Solskjær? Senza dubbio. Cresciuto a Molde in una scuola calcio gestita dall’ex bomber, quindi cinque anni nell’Academy del Manchester United prima di tornare a Molde a gennaio per seguire il suo mentore. Fiducia pienamente ripagata. Centrocampista offensivo alle spalle del tridente oppure esterno, Wolff Eikrem, classe 90, ha disputato una stagione di alto profilo, risultando il miglior giovane del campionato.
Diego Guastavino (Brann). Piccolo Giovinco uruguaiano, fantasista tascabile amico di Recoba (anni fa il Chino lo portò al Lugano, ospitandolo nella sua villa a Cernobbio), da anni le sue giocate illuminano i campi di norvegesi. Più che la statura, la sua grande nemica è sempre stata la discontinuità. Anche nella sua miglior stagione, terminata con il quarto posto in campionato e la sconfitta nella finale di coppa. Il traguardo insomma, per lui come per il Brann, è sempre un passo più in là.
Nikola Djurdjic (Haugesund). Mezzapunta serba classe 86, sempre protagonista con l’Haugesund: promozione dall’Adeccoliga nel 2009, salvezza nel 2010, sesto posto nel 2011. Con 12 reti e 9 assist è uno dei giocatori più efficaci di tutta la Tippeliga. Un anno fa ha tentato l’avventura in Olanda, ma non ha superato un provino con l’AZ.
Rade Prica (Rosenborg). Il club di Trondheim ha dormito per metà stagione, salvo recuperare nella seconda parte almeno in terzo posto valevole per l’Europa League. Dal grigiore si è distinto questo veterano del gol che nei campionati nordici è sempre stato una certezza. Terza stagione al Rosenborg, terza chiusura in doppia cifra, ma 16 reti non gli sono bastate per vincere per il suo terzo titolo di capocannoniere (il secondo in Norvegia).
Mostafa "Mos" Abdellaoue (Tromsø). Annata d’oro per gli Abdellaoue, famiglia norvegese di origini marocchine. Mohammed “Moa” si è imposto quale uno dei perni dell’Hannover, vincendo anche il premio Kniksen nella categoria “norvegesi all’estero”; Mostafa “Mos”, classe 88, ha chiuso da capocannoniere del campionato (17 gol), superando all’ultima giornata la coppia Prica-Årst. Era già stato re dei bomber nel 2008 con lo Skied in Adeccoliga. Lo attende un campionato più caldo.
domenica 4 dicembre 2011
L'Eintracht Francoforte e il nazismo
Negli anni Trenta la J. & C. A. Schneider di Francoforte era la più grande produttrice di scarpe e pantofole al mondo. Tra la manodopera impiegata dall’azienda c’era anche una dozzina di persone che preferivano giocare a pallone piuttosto che andare a lavorare in fabbrica. Ma al titolare Walter Neumann andava bene così. Del resto si era occupato personalmente della loro assunzione. In realtà Neumann era il principale finanziatore di uno dei club cittadini, l’Eintracht Francoforte, e non potendo pagare direttamente i giocatori, li assumeva fittiziamente nella propria ditta. Questo uomo d’affari di origini ebree coltivava un sogno: condurre l’Eintracht Francoforte sul tetto della Germania calcistica. Il 12 giugno 1932, otto anni dopo l’inizio del legame tra Neumann e il club, il momento sembra arrivato. L’Eintracht si trova di fronte il Bayern Monaco nella finale del campionato tedesco, all’epoca strutturato in divisioni a base regionale e con play-off tra i rispettivi vincitori per il titolo di campione nazionale. I bavaresi però sono più forti e si impongono 2-0, senza per questo impedire ai giocatori dell’Eintracht di rientrare a casa tra gli applausi dei propri tifosi per l’ottima stagione disputata. Lo stesso Neumann può consolarsi; la squadra, composta da alcuni ottimi elementi quali l’attaccante Hugo Mantel e il centrocampista Rudi Gramlich, ha tutte le carte in regola per riprovarci l’anno successivo. Non aveva però fatto i conti con l’uomo nuovo della politica tedesca: Adolf Hitler.
Per una società gestita e finanziata da ebrei come l’Eintracht Francoforte, l’ascesa al potere del NSDAP (il partito nazista), favorita dalla catastrofica condizione economica nella Germania della Repubblica di Weimar, configura il peggiore degli scenari possibili. Il 30 gennaio 1933 il presidente Paul von Hindenburg nomina Hitler Cancelliere della Germania. A luglio il paese è già un regime monopartitico e, riguardo agli ebrei, dalla propaganda antisemita si passa alle persecuzioni vere e proprie. Il processo di “nazificazione” investe tutti i settori della società, sport compreso. Non sono più ammessi ebrei nelle società calcistiche, né in campo, tanto meno tra i quadri dirigenziali.
La ristrutturazione del calcio incontra inizialmente delle resistenze. Eccezion fatta per tre club, Stoccarda, Monaco 1860 e Werder Brema, le cui dirigenze fin da subito si mostrano particolarmente zelanti nell’applicare le nuove direttive razziste, le società tedesche applicano una sorta di resistenza passiva, con piccoli ma simbolici gesti di ribellione. Come quello dei giocatori del Bayern Monaco, che nel corso di un amichevole in Svizzera contro il Servette rendono pubblico omaggio al loro ex-presidente Kurt Landauer, rimosso dalla carica perché ebreo. Anche l’Eintracht gioca un piccolo scherzo ai nazisti attraverso Julius Lehmann. Il difensore, nonostante la discendenza ebrea, rimane in squadra fino al 1937 perché nessuno si accorge delle sue origini. Da un lato lo aiuta il possedere le tipiche fattezze ariane – occhi azzurri e capelli biondi; dall’altro il presidente Egon Graf von Beroldigen, capace di custodire il segreto fino alla propria morte, avvenuta a inizio del 1934, e di farlo così bene che nemmeno il suo successore Hans Söhngen arriverà mai a sospettare alcunché, nonostante sia una dei capi partito del NSDAP nonché un comandante delle SA. Lehmann verrà scoperto solamente per un errore del fratello Max, pizzicato nel 1937 in possesso di un piano di fuga dalla Germania. Immediatamente espulso dalla squadra, il giocatore non sopravvivrà al campo di concentramento di Majdanek, nella Polonia Orientale.
La politica di “arianizzazione” dello sport toglie all’Eintracht la propria fonte di sostentamento principale. Nel 1934 Neumann è costretto a vendere la sua ditta, prossima al collasso finanziario. Il bilancio in rosso è la logica conseguenza di una legge del Reich che impedisce ai tedeschi di acquistare beni da aziende gestite da ebrei. L’uomo d’affari trova rifugio ad Amsterdam. Sceglie invece l’Italia il tesoriere Hugo Reiss, almeno fino a quando non vengono promulgate le famigerate leggi a difesa della razza, costringendolo ad emigrare in Sud America. Le loro tracce vengono cancellate da tutti i documenti ufficiali del club, tanto che una pubblicazione del 1939 dedicata al 40° anniversario dell’Eintracht cita la J. & C. A. Schneider esclusivamente come riuscito esempio di azienda “arianizzata”. Eppure l’Eintracht che si laurea campione della propria Gauliga (così erano state ribattezzate le divisioni regionali dai nazisti) nella stagione 37-38, dopo essere arrivato secondo l’anno prima, deve moltissimo all’operato della coppia Neumann-Reiss, che a partire dalla metà degli anni Venti aveva gettato le basi per la costruzione di quella che era diventata una delle migliori squadre del calcio tedesco. Ne sono un esempio i citati Mantel e Gramlich, due tra i migliori calciatori tedeschi dell’epoca. Stesso talento, destini opposti.
Mantel, 200 partite con l’Eintracht, 5 presenze in nazionale, un tentativo fallito di giocare in Italia (nel 1934 si era trasferito all’Ambrosiana-Inter, ma non ottenne il permesso di scendere in campo in quanto straniero), perde la vita al fronte in Russia nel 1942. Gramlich invece si salva dalla furia della guerra, non senza qualche ombra mai del tutto dissipata. Centrocampista elegante soprannominato “il gentiluomo con la palla” per la squisita tecnica con la quale accarezzava il pallone, Gramlich aveva partecipato ai Mondiali italiani del 1934 e – da capitano – alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Due anni dopo, quando il terribile presidente dell’Eintracht Söhngen era caduto in disgrazia presso il partito a causa di una relazione omosessuale, Gramlich aveva preso il suo posto. Sotto la sua direzione viene pubblicato il famigerato libro celebrativo “depurato” dai nomi ebrei, e l’appartenenza alle SS gli consente di mantenere la carica fino alla caduta del Reich. L’Eintracht a conduzione nazista muore simbolicamente il 4 ottobre 1943, giorno in cui iniziano su Francoforte i bombardamenti che distruggeranno il 70% della città, tra cui il Riederwald stadion. Ma quando il club ricomincia la propria attività nella Germania liberata (la richiesta viene inoltrata agli americani da Emanuel Rothschild, ebreo scampato al campo di sterminio di Dachau e da sempre tifoso dell’Eintracht), Gramlich ricompare sulla scena. Nel processo a suo carico si discolpa definendosi soggetto passivo all’interno della macchina nazista, nonché membro delle SS solamente in qualità di semplice insegnante di ginnastica. La tesi del mero esecutore di ordini perché “non si poteva fare altrimenti” viene accolta. Il 19 luglio 1948 Gramlich viene ufficialmente reintegrato nei ranghi dell’Eintracht Francoforte. Sette anni dopo diventa presidente. Sotto la sua gestione il club scriverà la pagina più importante della sua storia, vincendo nel 1959 il suo primo – e finora unico – titolo nazionale, e raggiungendo l’anno seguente la finale di Coppa dei Campioni, persa 7-3 contro il Real Madrid in una delle partite di calcio più belle di sempre.
Fonte: Guierin Sportivo
Per una società gestita e finanziata da ebrei come l’Eintracht Francoforte, l’ascesa al potere del NSDAP (il partito nazista), favorita dalla catastrofica condizione economica nella Germania della Repubblica di Weimar, configura il peggiore degli scenari possibili. Il 30 gennaio 1933 il presidente Paul von Hindenburg nomina Hitler Cancelliere della Germania. A luglio il paese è già un regime monopartitico e, riguardo agli ebrei, dalla propaganda antisemita si passa alle persecuzioni vere e proprie. Il processo di “nazificazione” investe tutti i settori della società, sport compreso. Non sono più ammessi ebrei nelle società calcistiche, né in campo, tanto meno tra i quadri dirigenziali.
La ristrutturazione del calcio incontra inizialmente delle resistenze. Eccezion fatta per tre club, Stoccarda, Monaco 1860 e Werder Brema, le cui dirigenze fin da subito si mostrano particolarmente zelanti nell’applicare le nuove direttive razziste, le società tedesche applicano una sorta di resistenza passiva, con piccoli ma simbolici gesti di ribellione. Come quello dei giocatori del Bayern Monaco, che nel corso di un amichevole in Svizzera contro il Servette rendono pubblico omaggio al loro ex-presidente Kurt Landauer, rimosso dalla carica perché ebreo. Anche l’Eintracht gioca un piccolo scherzo ai nazisti attraverso Julius Lehmann. Il difensore, nonostante la discendenza ebrea, rimane in squadra fino al 1937 perché nessuno si accorge delle sue origini. Da un lato lo aiuta il possedere le tipiche fattezze ariane – occhi azzurri e capelli biondi; dall’altro il presidente Egon Graf von Beroldigen, capace di custodire il segreto fino alla propria morte, avvenuta a inizio del 1934, e di farlo così bene che nemmeno il suo successore Hans Söhngen arriverà mai a sospettare alcunché, nonostante sia una dei capi partito del NSDAP nonché un comandante delle SA. Lehmann verrà scoperto solamente per un errore del fratello Max, pizzicato nel 1937 in possesso di un piano di fuga dalla Germania. Immediatamente espulso dalla squadra, il giocatore non sopravvivrà al campo di concentramento di Majdanek, nella Polonia Orientale.
La politica di “arianizzazione” dello sport toglie all’Eintracht la propria fonte di sostentamento principale. Nel 1934 Neumann è costretto a vendere la sua ditta, prossima al collasso finanziario. Il bilancio in rosso è la logica conseguenza di una legge del Reich che impedisce ai tedeschi di acquistare beni da aziende gestite da ebrei. L’uomo d’affari trova rifugio ad Amsterdam. Sceglie invece l’Italia il tesoriere Hugo Reiss, almeno fino a quando non vengono promulgate le famigerate leggi a difesa della razza, costringendolo ad emigrare in Sud America. Le loro tracce vengono cancellate da tutti i documenti ufficiali del club, tanto che una pubblicazione del 1939 dedicata al 40° anniversario dell’Eintracht cita la J. & C. A. Schneider esclusivamente come riuscito esempio di azienda “arianizzata”. Eppure l’Eintracht che si laurea campione della propria Gauliga (così erano state ribattezzate le divisioni regionali dai nazisti) nella stagione 37-38, dopo essere arrivato secondo l’anno prima, deve moltissimo all’operato della coppia Neumann-Reiss, che a partire dalla metà degli anni Venti aveva gettato le basi per la costruzione di quella che era diventata una delle migliori squadre del calcio tedesco. Ne sono un esempio i citati Mantel e Gramlich, due tra i migliori calciatori tedeschi dell’epoca. Stesso talento, destini opposti.
Mantel, 200 partite con l’Eintracht, 5 presenze in nazionale, un tentativo fallito di giocare in Italia (nel 1934 si era trasferito all’Ambrosiana-Inter, ma non ottenne il permesso di scendere in campo in quanto straniero), perde la vita al fronte in Russia nel 1942. Gramlich invece si salva dalla furia della guerra, non senza qualche ombra mai del tutto dissipata. Centrocampista elegante soprannominato “il gentiluomo con la palla” per la squisita tecnica con la quale accarezzava il pallone, Gramlich aveva partecipato ai Mondiali italiani del 1934 e – da capitano – alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Due anni dopo, quando il terribile presidente dell’Eintracht Söhngen era caduto in disgrazia presso il partito a causa di una relazione omosessuale, Gramlich aveva preso il suo posto. Sotto la sua direzione viene pubblicato il famigerato libro celebrativo “depurato” dai nomi ebrei, e l’appartenenza alle SS gli consente di mantenere la carica fino alla caduta del Reich. L’Eintracht a conduzione nazista muore simbolicamente il 4 ottobre 1943, giorno in cui iniziano su Francoforte i bombardamenti che distruggeranno il 70% della città, tra cui il Riederwald stadion. Ma quando il club ricomincia la propria attività nella Germania liberata (la richiesta viene inoltrata agli americani da Emanuel Rothschild, ebreo scampato al campo di sterminio di Dachau e da sempre tifoso dell’Eintracht), Gramlich ricompare sulla scena. Nel processo a suo carico si discolpa definendosi soggetto passivo all’interno della macchina nazista, nonché membro delle SS solamente in qualità di semplice insegnante di ginnastica. La tesi del mero esecutore di ordini perché “non si poteva fare altrimenti” viene accolta. Il 19 luglio 1948 Gramlich viene ufficialmente reintegrato nei ranghi dell’Eintracht Francoforte. Sette anni dopo diventa presidente. Sotto la sua gestione il club scriverà la pagina più importante della sua storia, vincendo nel 1959 il suo primo – e finora unico – titolo nazionale, e raggiungendo l’anno seguente la finale di Coppa dei Campioni, persa 7-3 contro il Real Madrid in una delle partite di calcio più belle di sempre.
Fonte: Guierin Sportivo
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