giovedì 8 dicembre 2011

L'Orso Polare dell'anno


Tra le miriadi di riconoscimenti calcistici, è particolarmente curioso il premio Orso Polare dell’anno (Årets Isbjørn in originale). Lo assegnano i tifosi del Tromsø al miglior giocatore della loro squadra, la più a nord d’Europa. Quest’anno lo ha vinto il 19enne Thomas Drage, talento emergente del calcio norvegese. Con 11 assist ha contribuito al secondo posto finale della sua squadra.

mercoledì 7 dicembre 2011

Preview Mondiale per club 2011

Messi contro Neymar è il fin troppo scontato tema del Mondiale per club 2011, che aprirà i battenti giovedì con il turno preliminare tra Auckland City e Kashiwa Reysol. Tuttavia il miglior calciatore del pianeta e colui che è considerato a furor di popolo la futura stella del calcio mondiale, in finale devono prima arrivarci. E dopo la sorpresa Mazembe dello scorso anno, dove per la prima volta si è spezzata l’egemonia euro-sudamericana sulla finale, un pizzico di cautela in più nei pronostici è quantomeno d’obbligo. Anche se è davvero difficile immaginare maglie diverse da quelle blaugrana alzare al cielo la coppa il 18 dicembre all’International Stadium di Yokohama.
Tra i pochi appigli ai quali si possono aggrappare gli avversari del Barcellona, c’è un dato statistico: quest’anno nella Liga la banda Guardiola ha totalizzato solamente il 50% dei punti disponibili nelle partite in trasferta, frutto di 2 vittorie, 3 pareggi e una sconfitta (contro il piccolo Getafe). In Champions però ecco i successi a Borisov, Plzen e Milano. Serve insomma la partita della vita alla vincente tra Esperance Tunisi e Al Sadd. Rispetto ai tunisini, i campioni d’Asia appaiono più scafati, come dimostrato nella semifinale della Champions asiatica contro il Suwon Samsung Bluewings, con la coppia Keita-Niang che andò in rete su una rimessa laterale non restituita ai coreani. Il gol, decisivo per la qualificazione, è valso al club del Qatar – poi vincitore in finale ai rigori contro un altro club sudcoreano – il soprannome di “Al Badd”.
Il Santos trionfatore in Libertadores – con Neymar fresco del riconoscimento quale miglior giocatore della competizione – affronterà con tutta probabilità i messicani del Monterrey, che non dovrebbero avere troppi problemi nello sbarazzarsi della vincente del turno preliminare tra i già citati Auckland City e Kashiwa Reysol. I neozelandesi sono alla terza presenza al Mondiale (come il Barcellona), mentre i giapponesi ci sono arrivati quali freschi vincitori della J. League…da neopromossi! Sulla carta nessuno può competere con gli straordinari talenti prodotti dalla fucina di Vila Belmiro: lo stra-citato Neymar in primis, ma anche Ganso e Danilo. Un altro fuoriclasse, Muricy Ramalho, siede in panchina. A quest’ora sarebbe il ct del Brasile se nel 2010 il Fluminense non l’avesse bloccato; così Ramalho se n’è andato al Santos, vincendo in un anno Paulista e Libertadores. Messi vs Neymar? No, la vera sfida sarebbe quella tra lui e Guardiola.

Fonte: Il Giornale

martedì 6 dicembre 2011

Norvegia deluxe

Domenica si è conclusa la Tippeliga, con il Molde che ha festeggiato il primo titolo nazionale della sua storia. Per il tecnico Ole Gunnar Solskjær, buona la prima. Europa League per Tromsø (secondo classificato), Rosenborg (terzo) e Ålesund (vincitore della coppa nazionale). Retrocessione per Start e Sarpsborg 08. Di seguito la top 11 della Tippeliga, schierata con un 3-4-3.

Espen Bugge Petersen (Molde). Ha iniziato la stagione incassando tre reti dal neopromosso Sarpsborg 08. Poi non ha sbagliato più nulla, lui come il Molde. Ed è arrivato il titolo. Il miglior portiere della Tippeliga 2010, Anders Lindegaard, è finito al Manchester United. Ma Bugge, classe 80, è troppo vecchio per lasciare la Norvegia.

Miika Koppinen (Tromsø). Dal gol al Chelsea in Champions che ha causato l’uscita di scena anticipata di Mourinho sono ormai passati diversi anni. Adesso il finlandese, passato nel frattempo da terzino a centrale, sbarca il lunario nel Circolo Polare Artico, e lo fa davvero bene: per il secondo anno consecutivo è nella top 11 della Tippeliga.

Even Hovland (Sogndal). Può la terzultima classificata vantare la miglior difesa del campionato? Risposta affermativa grazie a questo classe 89, la cui personalità nel guidare il reparto arretrato ha garantito la salvezza ad una squadra imbarazzante dalla mediana in avanti. Scartato nel 2009 dal Manchester United, questo neo-nazionale norvegese possiede i mezzi per ambire almeno a una squadra di fascia media di Premier League.

Vegard Forren (Molde). A 19 anni con i dilettanti del Kil/Hemne eliminò il Molde dalla coppa di Norvegia, guadagnandosi un quinquennale con il club della città delle rose. Da allora un’ascesa costante, fino a diventare il perno della squadra campione di Norvegia. Secondo il quotidiano VG due anni fa rifiutò offerte di diversi top club europei, tra cui il Milan. E oggi?

Michael Barrantes (Ålesund). Dopo Christian Bolaños, ecco un altro costaricano capace di conquistare la Norvegia. Meno esplosivo dell’attuale ala del Copenhagen, ma altrettanto efficace: 6 reti in 7 partite di coppa, inclusa la doppietta in finale che ha regalato agli arancioni il secondo trofeo negli ultimi tre anni. Poi altri 11 centri spalmati tra campionato ed Europa League.

Rodolph Austin (Brann). Per due volte questo mediano giamaicano è stato a un passo dalla Premier League, ma in entrambi i casi la mancata concessione del permesso di lavoro ha impedito allo Stoke City di ingaggiarlo. Così è rimasto quattro anni a Bergen. Nell’ultima stagione le sue doti fisiche sono emerse prepotentemente: media voto alla mano, è il miglior giocatore della Tippeliga.

Magnus Wolff Eikrem (Molde). Pupillo di Solskjær? Senza dubbio. Cresciuto a Molde in una scuola calcio gestita dall’ex bomber, quindi cinque anni nell’Academy del Manchester United prima di tornare a Molde a gennaio per seguire il suo mentore. Fiducia pienamente ripagata. Centrocampista offensivo alle spalle del tridente oppure esterno, Wolff Eikrem, classe 90, ha disputato una stagione di alto profilo, risultando il miglior giovane del campionato.

Diego Guastavino (Brann). Piccolo Giovinco uruguaiano, fantasista tascabile amico di Recoba (anni fa il Chino lo portò al Lugano, ospitandolo nella sua villa a Cernobbio), da anni le sue giocate illuminano i campi di norvegesi. Più che la statura, la sua grande nemica è sempre stata la discontinuità. Anche nella sua miglior stagione, terminata con il quarto posto in campionato e la sconfitta nella finale di coppa. Il traguardo insomma, per lui come per il Brann, è sempre un passo più in là.

Nikola Djurdjic (Haugesund). Mezzapunta serba classe 86, sempre protagonista con l’Haugesund: promozione dall’Adeccoliga nel 2009, salvezza nel 2010, sesto posto nel 2011. Con 12 reti e 9 assist è uno dei giocatori più efficaci di tutta la Tippeliga. Un anno fa ha tentato l’avventura in Olanda, ma non ha superato un provino con l’AZ.

Rade Prica (Rosenborg). Il club di Trondheim ha dormito per metà stagione, salvo recuperare nella seconda parte almeno in terzo posto valevole per l’Europa League. Dal grigiore si è distinto questo veterano del gol che nei campionati nordici è sempre stato una certezza. Terza stagione al Rosenborg, terza chiusura in doppia cifra, ma 16 reti non gli sono bastate per vincere per il suo terzo titolo di capocannoniere (il secondo in Norvegia).

Mostafa "Mos" Abdellaoue (Tromsø). Annata d’oro per gli Abdellaoue, famiglia norvegese di origini marocchine. Mohammed “Moa” si è imposto quale uno dei perni dell’Hannover, vincendo anche il premio Kniksen nella categoria “norvegesi all’estero”; Mostafa “Mos”, classe 88, ha chiuso da capocannoniere del campionato (17 gol), superando all’ultima giornata la coppia Prica-Årst. Era già stato re dei bomber nel 2008 con lo Skied in Adeccoliga. Lo attende un campionato più caldo.

domenica 4 dicembre 2011

L'Eintracht Francoforte e il nazismo

Negli anni Trenta la J. & C. A. Schneider di Francoforte era la più grande produttrice di scarpe e pantofole al mondo. Tra la manodopera impiegata dall’azienda c’era anche una dozzina di persone che preferivano giocare a pallone piuttosto che andare a lavorare in fabbrica. Ma al titolare Walter Neumann andava bene così. Del resto si era occupato personalmente della loro assunzione. In realtà Neumann era il principale finanziatore di uno dei club cittadini, l’Eintracht Francoforte, e non potendo pagare direttamente i giocatori, li assumeva fittiziamente nella propria ditta. Questo uomo d’affari di origini ebree coltivava un sogno: condurre l’Eintracht Francoforte sul tetto della Germania calcistica. Il 12 giugno 1932, otto anni dopo l’inizio del legame tra Neumann e il club, il momento sembra arrivato. L’Eintracht si trova di fronte il Bayern Monaco nella finale del campionato tedesco, all’epoca strutturato in divisioni a base regionale e con play-off tra i rispettivi vincitori per il titolo di campione nazionale. I bavaresi però sono più forti e si impongono 2-0, senza per questo impedire ai giocatori dell’Eintracht di rientrare a casa tra gli applausi dei propri tifosi per l’ottima stagione disputata. Lo stesso Neumann può consolarsi; la squadra, composta da alcuni ottimi elementi quali l’attaccante Hugo Mantel e il centrocampista Rudi Gramlich, ha tutte le carte in regola per riprovarci l’anno successivo. Non aveva però fatto i conti con l’uomo nuovo della politica tedesca: Adolf Hitler.

Per una società gestita e finanziata da ebrei come l’Eintracht Francoforte, l’ascesa al potere del NSDAP (il partito nazista), favorita dalla catastrofica condizione economica nella Germania della Repubblica di Weimar, configura il peggiore degli scenari possibili. Il 30 gennaio 1933 il presidente Paul von Hindenburg nomina Hitler Cancelliere della Germania. A luglio il paese è già un regime monopartitico e, riguardo agli ebrei, dalla propaganda antisemita si passa alle persecuzioni vere e proprie. Il processo di “nazificazione” investe tutti i settori della società, sport compreso. Non sono più ammessi ebrei nelle società calcistiche, né in campo, tanto meno tra i quadri dirigenziali.

La ristrutturazione del calcio incontra inizialmente delle resistenze. Eccezion fatta per tre club, Stoccarda, Monaco 1860 e Werder Brema, le cui dirigenze fin da subito si mostrano particolarmente zelanti nell’applicare le nuove direttive razziste, le società tedesche applicano una sorta di resistenza passiva, con piccoli ma simbolici gesti di ribellione. Come quello dei giocatori del Bayern Monaco, che nel corso di un amichevole in Svizzera contro il Servette rendono pubblico omaggio al loro ex-presidente Kurt Landauer, rimosso dalla carica perché ebreo. Anche l’Eintracht gioca un piccolo scherzo ai nazisti attraverso Julius Lehmann. Il difensore, nonostante la discendenza ebrea, rimane in squadra fino al 1937 perché nessuno si accorge delle sue origini. Da un lato lo aiuta il possedere le tipiche fattezze ariane – occhi azzurri e capelli biondi; dall’altro il presidente Egon Graf von Beroldigen, capace di custodire il segreto fino alla propria morte, avvenuta a inizio del 1934, e di farlo così bene che nemmeno il suo successore Hans Söhngen arriverà mai a sospettare alcunché, nonostante sia una dei capi partito del NSDAP nonché un comandante delle SA. Lehmann verrà scoperto solamente per un errore del fratello Max, pizzicato nel 1937 in possesso di un piano di fuga dalla Germania. Immediatamente espulso dalla squadra, il giocatore non sopravvivrà al campo di concentramento di Majdanek, nella Polonia Orientale.

La politica di “arianizzazione” dello sport toglie all’Eintracht la propria fonte di sostentamento principale. Nel 1934 Neumann è costretto a vendere la sua ditta, prossima al collasso finanziario. Il bilancio in rosso è la logica conseguenza di una legge del Reich che impedisce ai tedeschi di acquistare beni da aziende gestite da ebrei. L’uomo d’affari trova rifugio ad Amsterdam. Sceglie invece l’Italia il tesoriere Hugo Reiss, almeno fino a quando non vengono promulgate le famigerate leggi a difesa della razza, costringendolo ad emigrare in Sud America. Le loro tracce vengono cancellate da tutti i documenti ufficiali del club, tanto che una pubblicazione del 1939 dedicata al 40° anniversario dell’Eintracht cita la J. & C. A. Schneider esclusivamente come riuscito esempio di azienda “arianizzata”. Eppure l’Eintracht che si laurea campione della propria Gauliga (così erano state ribattezzate le divisioni regionali dai nazisti) nella stagione 37-38, dopo essere arrivato secondo l’anno prima, deve moltissimo all’operato della coppia Neumann-Reiss, che a partire dalla metà degli anni Venti aveva gettato le basi per la costruzione di quella che era diventata una delle migliori squadre del calcio tedesco. Ne sono un esempio i citati Mantel e Gramlich, due tra i migliori calciatori tedeschi dell’epoca. Stesso talento, destini opposti.

Mantel, 200 partite con l’Eintracht, 5 presenze in nazionale, un tentativo fallito di giocare in Italia (nel 1934 si era trasferito all’Ambrosiana-Inter, ma non ottenne il permesso di scendere in campo in quanto straniero), perde la vita al fronte in Russia nel 1942. Gramlich invece si salva dalla furia della guerra, non senza qualche ombra mai del tutto dissipata. Centrocampista elegante soprannominato “il gentiluomo con la palla” per la squisita tecnica con la quale accarezzava il pallone, Gramlich aveva partecipato ai Mondiali italiani del 1934 e – da capitano – alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Due anni dopo, quando il terribile presidente dell’Eintracht Söhngen era caduto in disgrazia presso il partito a causa di una relazione omosessuale, Gramlich aveva preso il suo posto. Sotto la sua direzione viene pubblicato il famigerato libro celebrativo “depurato” dai nomi ebrei, e l’appartenenza alle SS gli consente di mantenere la carica fino alla caduta del Reich. L’Eintracht a conduzione nazista muore simbolicamente il 4 ottobre 1943, giorno in cui iniziano su Francoforte i bombardamenti che distruggeranno il 70% della città, tra cui il Riederwald stadion. Ma quando il club ricomincia la propria attività nella Germania liberata (la richiesta viene inoltrata agli americani da Emanuel Rothschild, ebreo scampato al campo di sterminio di Dachau e da sempre tifoso dell’Eintracht), Gramlich ricompare sulla scena. Nel processo a suo carico si discolpa definendosi soggetto passivo all’interno della macchina nazista, nonché membro delle SS solamente in qualità di semplice insegnante di ginnastica. La tesi del mero esecutore di ordini perché “non si poteva fare altrimenti” viene accolta. Il 19 luglio 1948 Gramlich viene ufficialmente reintegrato nei ranghi dell’Eintracht Francoforte. Sette anni dopo diventa presidente. Sotto la sua gestione il club scriverà la pagina più importante della sua storia, vincendo nel 1959 il suo primo – e finora unico – titolo nazionale, e raggiungendo l’anno seguente la finale di Coppa dei Campioni, persa 7-3 contro il Real Madrid in una delle partite di calcio più belle di sempre.

Fonte: Guierin Sportivo

mercoledì 30 novembre 2011

Il miracolo APOEL

Multinazionali del gas, magnati del carbone e re di mercato. L’APOEL Nicosia li ha messi tutti nel sacco. Lo Zenit della Gazprom, lo Shakhtar Donetsk dell’oligarca Akhmetov, il Porto dei 500 milioni di euro incassati negli ultimi dieci anni dalla cessione di giocatori. Solamente l’ultimo di questi, il colombiano Falcao, ha portato nelle casse dei lusitani 40 milioni, ovvero quattro volte tanto il budget a disposizione dell’APOEL. Ma in testa al gruppo G di Champions c’è il club cipriota, ancora imbattuto e ormai sicuro, dopo il pareggio di mercoledì a San Pietroburgo, del passaggio agli ottavi di finale. Un miracolo a bassissimo costo, non solo economico ma anche tecnico, vista la rosa non esattamente stellare a disposizione del serbo Ivan Jovanovic, anch’egli tutt’altro che un guru della panchina (ha allenato solo in Grecia e a Cipro).

L’impresa dell’APOEL profuma di antico, rimandando a un’epoca dove in finale di Coppa Campioni si poteva trovare il Malmö o il Club Brugge. Ma siamo nel 2011, come ci ricorda il crogiuolo di nazionalità che compone la squadra: greci, brasiliani, bosniaci, portoghesi, macedoni, argentini, belgi, tunisini. Un porto di mare pieno di scafati giramondo: c’è chi ha giocato nel Chelsea di Mourinho (il mediano Nuno Morais), chi è stato capocannoniere in Messico (Esteban Solari, fratello dell’ex interista Santiago), chi per trovare un ingaggio da professionista ha dovuto volare in Finlandia (l’esterno sinistro Gustavo Mandunca). Anche il bomber della squadra, il brasiliano Ailton, 7 gol in Champions (inclusi i preliminari), possiede un curriculum vitae ben lontano da quello della stella di prima grandezza: esordio in Svezia nell’Örgryte, tre campionati vinti in Danimarca con il Copenhagen, infine l’approdo all’APOEL per 1 milione di euro (record di spesa nella storia del club) e l’elezione a miglior giocatore del campionato cipriota 2010-11.

Pur se vecchia come il calcio stesso, la tattica “barricate e contropiede” dell’APOEL ha dimostrato di funzionare alla grande. Per la gioia del presidente Phivos Erotokritou, che nel 2009 ha salvato il club dalla bancarotta. Oggi il sito dell’APOEL vende magliette persino in Brasile.

Fonte: Il Giornale

martedì 29 novembre 2011

Manchester United target Ricky van Wolfswinkel powers Sporting Lisbon revolution

Tulips are making the Lions roar once again. Dutch duo Ricky van Wolfswinkel and Stijn Schaars have quickly become key men in Sporting Lisbon’s revolution, snaffled up by returning sporting director Carlos Freitas in business that looks truly sensational.

After a disappointing season in which Sporting finished third, 36 points off champions FC Porto, the club turned the page: A new president, Luiz Godinho Lopes (who was elected in May), a new board, a new coach (Domingos Paciencia, who reached the Europa League final with Braga last season) and last but not least the return of Freitas, a man who had departed Sporting in 2008.

Freitas’ previous spell at the Jose Alvalade was successful, with the club winning the Portuguese league twice, but also controversial as he received criticism for a series of expensive flops. However, the wheeler-dealer also brought the likes of Mario Jardel, Fabio Rochemback and Liedson to Sporting – Freitas demonstrated that, on average, he was always likely to uncover some gems.

Last summer Freitas was handed a credit card with more than €15M at his disposal, with the task of building Sporting a new team. The transfer supremo gambled, buying talented but overlooked players – stars such as Elias, Diego Capel, Jeffren and Van Wolfswinkel.

The signing of Van Wolfswinkel raised eyebrows, with Freitas sending €5.4M to Dutch side Utrecht for the striker. It was a price other clubs had considered too high for a player who, while undoubtedly talented, was also inconsistent, failing to truly make Eredivisie defences cringe.

After an excellent first half to the 2010/11 campaign, with 13 Eredivisie goals and six in the Europa League – including a superb hat-trick against Scottish side Celtic – Van Wolfswinkel’s form tailed off badly. As 2010 gave way to 2011, the nephew of Erik Willarts (a former Utrecht striker who had finished second in the scoring charts only to Marco van Basten in 1986/87) found the back of the net only twice, looking far from being ready to leave Holland.

Freitas however had a different view – and so far he has been proven right. After a difficult start, Van Wolfswinkel has proven his worth, with seven goals in the Portuguese league, two goals in the domestic cup and another two in the Europa League. The Dutchman was awarded the Player of the Month accolades both in September and October, in the process becoming the first Sporting player to pick up the prize since Liedson in March 2010.

“Van Wolfswinkel has the killer instinct of the great strikers”, commented Dutch legend Ruud Gullit, adding: “and he could be lethal in the box. He can learn a lot from his experience in Portugal.”

Gullit believes that the way Van Wolfswinkel has adapted to a different type of football means he may soon be hunted by bigger fish than Sporting. “For us Dutch it isn’t easy to play abroad, especially at the beginning. We come into contact with different styles of football, more physical. Technique is not always put first. However, this experience can help a good player to become a great player. Van Wolfswinkel has the potential to become Sporting Lisbon’s next object of desire in the transfer market.”

And the vultures are already circling, with Sir Alex Ferguson’s assistant at Manchester United, Mike Phelan, admitting that the English giants are monitoring Van Wolfswinkel. The striker’s contract expires in 2016, however the Dutchman’s representatives wisely settled on a buy-out clause of €22M – well within reach of Manchester United and several other clubs.

Like Van Wolfswinkel, Stijn Schaars took his first steps into the professional game at Vitesse. The 27-year-old started as an attacking midfielder, turning out with the Arnhem side for three seasons before heading to AZ in the summer of 2005. At Alkmaar, Schaars developed into a more rounded midfielder, who can be just as effective defensively as in attack.

Then-coach Louis van Gaal helped Schaars to recover from a serious ankle injury that saw him miss the whole of the 2007/08 season – and in 2009 his comeback was complete as he lifted the Eredivisie title wearing the captain’s armband. In 2010, the Dutchman was included in Holland’s squad for the 2010 World Cup.

Schaars, who in 2006 won the European Under-21 Championship with Holland, was sold to Sporting for a little less than €1M in June – it took only 48 hours for Freitas to find an agreement with AZ. The 2009 Eredivisie champions were distressed sellers, with the player’s wages too high for the new economic model being implemented at the AFAS Stadion. Schaars himself was keen to experience a challenge abroad, while Sporting felt they had found a solid yet versatile midfielder who could bring much-needed experience to a team that was still, as labelled by coach Paciencia, a “work in progress”.

In Portugal, Schaars has quickly established himself as one of the league’s best performers, impressing for his ability to blend tactical awareness with character and toughness. The Dutchman has grabbed three goals so far, a clear sign of improvement for a player who had only scored more than one goal a season twice before in his career.

“Football in Portugal is a world apart from Holland”, said Schaars. “It is more physical and more focused on tactical discipline, especially when you are defending. Here we normally play with eight men behind the ball. The clean sheet philosophy here is very important.”

And the midfielder does not regret his move – quite the opposite in fact. “However, there is a lot of quality on the pitch. As I said, it’s just a different style of football. Harder to play, but not less exciting. I’ve never had any regrets about joining Sporting. For them I refused an offer from PSV Eindhoven.”

Sporting currently sit third in the Portuguese league and have just lost the Lisbon derby against Benfica (1-0), but the side will not be not disheartened. “We had a difficult start, but it was easy to predict, because our team is full of new players who come from different lands and play different styles of football”, said coach Paciencia.

“You need time to blend it all together in a winning project. We are performing well now, but the road is still long.”

Only time will tell whether Freitas and Paciencia have found the formula to topple Benfica and FC Porto, but with an Oranje injection, Sporting’s future looks bright.

Fonte: Inside Futbol

martedì 8 novembre 2011

Urby e gli orbi

Per inclinazione personale non amiamo il gossip, ma in questo caso ci serve come spunto per parlare di altro. La notizia, pubblicata ormai tre settimane fa dal quotidiano De Telegraaf, riguardante l’avvenuta rottura tra Urby Emanuelson e la fidanzata storica Vanity – scaricata via telefono e invitata a restarsene in Olanda con i figli della coppia, Nashaira (4 anni) e Jayciël (5 mesi) – è curiosamente passata sotto silenzio. Proprio in Italia, paese in cui i media, sportivi e non, ci aggiornano puntualmente su scappatelle, notti brave e tutto ciò che riguarda la sfera sentimentale dei giocatori di Premier League, Bundesliga e Liga. Eppure questa (pseudo)notizia non è stata ripresa da nessuno, nemmeno in un trafiletto a fondo pagina. Assoluto silenzio. D’accordo, Emanuelson non è Cristiano Ronaldo, né Terry, né Ribery. Ma il punto non è certamente questo. O no?

Link all'articolo

Fonte: Guerin Sportivo