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venerdì 31 agosto 2012

Maghrebian Messi Oussama Assaidi perfectly suited to Liverpool impact

Comparing a player to Lionel Messi is not the best way to introduce a budding star, setting him up, as it inevitably does, for relative failure. However, for those who have followed new Liverpool signing Oussama Assaidi during his last two seasons at Heerenveen, it is unquestionable that there is a similarity between the Moroccan winger and Ballon d’Or holder Messi. Like the Barcelona icon, Assaidi is very fast with the ball at his feet and has impressive dribbling ability that allows him to quickly change direction, switch feet and turn opponents to create space or get past his man.

Though Assaidi is a Messi-style player, this does not mean that he has the potential to reach the heights scaled by the Argentine phenomenon. The Moroccan is more a winger than a striker, still needs to develop physically and cool his temperament a little. Assaidi is not the easiest player to coach and can in this way be compared with new team-mate Luis Suarez.

 “Assaidi is extremely gifted”, said Jan de Jonge, the man behind the Moroccan’s breakthrough in the Eredivisie. “However, sometimes talent is not enough to survive in a tough competition like the Premier League. Oussama must keep working on his physical attributes and show the right mental attitude.”

The Moroccan will fit perfectly into new Liverpool manager Brendan Rodgers’ tactical approach. His “if you do not have the ball you cannot score” philosophy needs highly creative and technically gifted players on the flanks who have flair and can change the pace of the game in a second. A footballing approach which is not far off that Assaidi learned at Heerenveen.

The Frisian club are widely known for their attractive attacking football, as the 2011/12 season showed. Heerenveen ended the Eredivisie in fifth spot with 79 goals scored, finishing in the Europa League zone after being firmly in the title race until March. For the side, a superb attacking line was the driving force: Assaidi on the left (despite being right footed), Luciano Narsingh on the right and Bas Dost in the middle. Dost ended the Eredivisie campaign as top scorer with 32 goals, with most being put on a plate by Narsingh and Assaidi. Liverpool’s new number 11 finished as Heerenveen’s second-highest scorer with ten goals. And this despite missing a number of games due to back and Achilles tendon problems.

Before joining Liverpool, the 24-year-old was close to signing for Ajax. The deal faltered though as Assaidi was not happy with the salary on offer at the Amsterdam ArenA. Moving from Heerenveen to Amsterdam would have been a homecoming for the Morocco international, as he grew up in the city, playing football on its streets. In a quirk of fate, one of his playmates then, Narsingh, would later become his team-mate at Heerenveen.

Born on 15th August 1988, in Beni-Boughafer, a village in northern Morocco, Assaidi moved to Holland at the age of four. He took his first steps into football at local Amsterdam side Zeeburgia before joining AZ Alkmaar’s academy. After three years though, AZ showed the youngster the door for poor performance at school and a troublesome attitude. In the summer of 2006, Assaidi began his professional career at FC Omniworld in the Eerste Divisie (Holland’s second tier), then was scouted by former De Graafschaap coach Jan de Jonge, who brought him up to the Eredivisie. The winger spent just one year with the Superboeren, who had in the meantime been relegated, and moved to Heerenveen on the last day of the 2008/09 summer transfer window, having scored five goals in five games in the Eerste Divisie.

Once in Friesland, Assaidi joined forced once again with De Jonge, who this time worked as an assistant coach. The speedy winger’s glory day came on 12th December 2010, when he led Heerenveen to a crushing 6-2 win over Twente, scoring a hat-trick, delivering two assists and winning a penalty. After the match, the Dutch press labelled Assaidi the “Maghrebian Messi”. Two months later, he made his debut for Morocco, despite being eligible to play for Holland.

“Rodgers convinced me to choose Liverpool”, said Assaidi in his first interview on English soil. “How he wants to play is the way I like to. We both want to play football.” The Moroccan’s skills could dovetail with other versatile players such as Suarez and Fabio Borini, especially in a 4-3-3 system. However, the Reds need time to adapt to such a radical tactical change. And Assaidi needs to settle in the Premier League. How long will Liverpool fans give the team and their new Moroccan signing to produce results? For Assaidi, this could be the difference between success and failure.

sabato 23 giugno 2012

Terry il terribile

Balotelli? Un chierichetto. Cassano? Un simpatico guascone. Confrontando i ragazzi terribili di casa Azzurri con quelli di sua maestà, il divario è notevole. Perché quando il gioco si fa duro, nessuno è come gli inglesi. Basta prendere uno dei giocatori simbolo della nazionale di Roy Hodgson: John Terry. Lo chiamano il capitano senza fascia, perché a dispetto delle indiscutibili doti carismatiche, e dell’esperienza maturata in un decennio di calcio ad altissimo livello, non tocca a lui a indossare la fascetta di capitano dei Tre Leoni. Era così due anni fa al Mondiale 2010, lo è ancora oggi a Euro 2012. Ragioni di letto nel primo caso, di (presunto) razzismo nel secondo.

Terry l’ubriacone, il rissoso, il dongiovanni. L’11 settembre 2011 viene pescato a notte fonda ubriaco fradicio nel bar di un hotel di Heatrow con i compagni Gudjohnsen, Lampard e Morris; il Chelsea li multa togliendogli un mese di stipendio. Sei mesi dopo viene coinvolto in una mega rissa alla festa per la nascita della figlia dell’allora compagno di squadra – pluri-recidivo in bravate – Jody Morris. Nel 2007 il News of the World lo becca mentre urina sulla pista da ballo di uno strip-bar mentre, nel corso di una serata ad alto tasso alcolico assieme ad altri compagni, freschi di sconfitta contro la Croazia che era costata all’Inghilterra la mancata qualificazione a Euro 2008. Dopo bacco, ecco Venere: nel gennaio 2010 Terry, appena nominato papà dell’anno, finisce di nuovo sulle prime pagine dei tabloid per la sua relazione con la modella di lingerie Vanessa Perroncel, all’epoca legata a Wayne Bridge, compagno di JT sia al Chelsea che in nazionale. “Io accanto a quel maiale non gioco”, dice Bridge rinunciando alla convocazione ai Mondiali sudafricani. Terry ci andrà, privo però della fascia di capitano.

Lo scorso 23 ottobre, ecco l’ultimo capitolo del Terry-gate. Al termine di Queens Park Rangers-Chelsea Anton Ferdinand, fratello del difensore del Manchester United Rio, accusa Terry di insulti razzisti. Un caso controverso che si risolverà solamente il prossimo 9 luglio, giorno in cui è attesa la sentenza del tribunale. Nel frattempo Fabio Capello si è dimesso da ct dell’Inghilterra per l’intrusione della Federcalcio inglese nella questione riguardante la fascia di capitano, e il suo successore Roy Hodgson ha pensato di non convocare Rio Ferdinand per l’Europeo. Ufficialmente perché l’81 volte nazionale inglese non riuscirebbe più a reggere una partita ogni tre giorni; ufficiosamente per non causare un terremoto nello spogliatoio.

Perché a uno come Terry non si può rinunciare. 3 Premier League, 1 Champions League, 4 FA Cup e 2 Carling Cup vinte con il Chelsea, giocatore inglese dell’anno nel 2005, 4 volte incluso nella squadra dell’anno di FIFPro (la Federazione internazionale dei calciatori professionisti). Leader vero, soprattutto in campo. Chi gioca accanto a lui migliora, basta vedere la stagione disputata nel Chelsea dall’emergente Gary Cahill o l’Europeo senza sbavature giocato finora da Joleon Lescott. Terry è lo specchio dell’Inghilterra di Hodgson, così come lo è stato del Chelsea Di Matteo; squadre rognose, scorbutiche, brutte a vedersi e poco considerate dai pronostici. Squadre però capaci di non mollare mai. E l’Italia dei chierichetti farà bene a non dimenticarselo.    

Fonte: Il Giornale

venerdì 1 giugno 2012

Kizito, homeless dalle pizze allea nazionale

Khartoum, 29 marzo 2012, minuto 34 di Egitto-Uganda. Il retropassaggio di Ghaly al proprio portiere è corto. Troppo. Per Fabian Derrick Ssubi Kizito è un gioco da ragazzi avventarsi sul pallone e spedirlo in rete. La Cenerentola Uganda è in vantaggio contro il sette volte campione d’Africa Egitto. Non durerà, ma a Kizito importa ben poco. Fino a qualche mese prima era un perfetto sconosciuto nel suo paese. Adesso eccolo idolo nazionale, in rete al debutto. Proprio lui, il ragazzo che sbarcava il lunario lavorando in pizzeria, che dormiva sui marciapiedi alla periferia di Rotterdam, e che tre anni fa aveva deciso di abbandonare il calcio.

Kizito ha 21 anni, e vive in Olanda da quando ne aveva 6. Aveva lasciato l’Uganda per raggiungere la madre, fuggita dal brutale regime di Idi Amin. Il padre invece è sempre stato latitante. Come migliaia di ragazzini, anche Kizito sogna un futuro da calciatore professionista. Ci prova a Breda, ma manda al diavolo l’allenatore e viene messo alla porta. La ruota sembra girare nel verso giusto quando, migrato a Rotterdam, supera un provino con l’Excelsior, il terzo club cittadino dopo Feyenoord e Sparta. Il primo anno viene premiato come miglior nuovo arrivo del club. Due brutti infortuni però bloccano la sua ascesa. Ha da poco compiuto i 18 anni quando decide di abbandonare. Nel frattempo la madre è tornata in Uganda e Kizito, complice la rottura di una relazione sentimentale, si trova solo, senza casa e senza soldi. Si mantiene con qualche lavoretto, continua ad andare a scuola e vaga per Rotterdam alla ricerca di un posto caldo dove dormire la notte.

Lo scorso novembre giunge in Olanda una giornalista ugandese per un’intervista con il centrocampista dell’Ajax Eyong Enoh. Mamma Kizito la conosce, e le presenta il figlio. “Mi vide giocare nel Leonidas (club amatoriale di Rotterdam, nda) e disse che giocavo bene a calcio”, ricorda il giovane. “Mi chiese perché non avevo mai fatto parte della nazionale ugandese. Ma io non sono più professionista – replicai. Lei fece un servizio su di me e lo mandò in onda una volta tornata in Uganda”. Poco tempo dopo è arrivata la chiamata del ct Bobby Williamson, per un provino. C’era un programma un’amichevole contro il Sudan, poi annullata. La partita successiva era quella con l’Egitto. Buona la prima per Kizito. Che la sera stessa, dopo aver incassato un “well done” da Williamson, è rientrato in Olanda. Dove ha ripreso subito a studiare, ad allenarsi e soprattutto a cercarsi una squadra.

Fonte: La Gazzetta dello Sport - Extra Time

martedì 29 maggio 2012

Søderlund profeta (solo) in patria

Nessun posto è come casa. Lo sa bene Alexander Søderlund, ex enfant prodige del calcio norvegese (a 19 anni aveva già debuttato nell’under 21) che fino a un anno fa di prodigioso aveva solo il numero di maglie cambiate in carriera: 9 in 7 anni. Oggi ha esordito nella nazionale norvegese dopo una stagione e mezza tra i bomber della Tippeliga con la maglia dell’Haugesund, squadra della sua città natia.
(Articolo completo su Il mondo siamo noi).

sabato 12 maggio 2012

Courtois le indovina tutte

19 anni, e già una finale europea giocata da titolare messa a curriculum. Una finale oltretutto vinta. Il portiere belga dell’Atletico Madrid Thibaut Courtois non è certo un giocatore che dorme sugli allori. Ma, cosa ancora più importante, sa prendere le decisioni giuste. (Articolo completo su Il mondo siamo noi).

martedì 1 maggio 2012

Bast Dost, nuovo bomber oranje

Fino alla scorsa stagione Bas Dost sembrava il cugino scarso di Mario Gomez: leve lunghe, movimenti legnosi, scarso apporto al gioco collettivo. Il tutto era unito a medie realizzative poco esaltanti. Altro che erede di Van Nistelrooy e Huntelaar, due attaccanti che hanno fatto la fortuna (economica e d’immagine) del club Frisone; pur di non far giocare Dost, il tecnico Ron Jans schierava come punta centrale Viktor Elm, un centrocampista. Ad un tratto però il brutto anatroccolo è diventato cigno, ed ecco che la Eredivisie si ritrova un capocannoniere olandese dopo tre stagioni di dominio “straniero”. L’ultimo bomber oranje è stato, nel 2008, proprio Huntelaar. Che Dost potrebbe raggiungere a breve in Bundesliga, alla luce della recente visita a Wolfsburg per un colloquio con Felix Magath. Per Dost parlano i numeri: 30 gol in 32 partite di campionato, cinque doppiette, due triplette e una cinquina (lo scorso dicembre in casa dell’Excelsior). Aggiungendo anche le 6 reti realizzate in coppa d’Olanda il totale stagionale sale a 36, con il record assoluto nella storia del club, stabilito nella stagione 2006/07 dal brasiliano Afonso Alves, distante solamente una marcatura. La trasformazione di Dost è stata tale sotto ogni punto di vista: quantitativo, qualitativo e tattico. Il ragazzone di Deventer segna tanto, in diversi modi (destro, sinistra, testa) e partecipa attivamente alla manovra, come dimostrato dai 7 assist realizzati. “Non sono Zlatan, non posso risolvere le partite da solo, ma so come fare vincere la squadra”. Parole semplici ed essenziali, come lo stile di Dost. Il cui exploit, unito alla rinascita dell’Heerenveen, assomiglia un po’ alla storia dell’uovo e della gallina. La scorsa stagione l’Heerenveen languiva a metà classifica, con Dost - pagato 3 milioni di euro all’Heracles Almelo l’estate 2010 - immalinconito in panchina. Evidente il difetto di comunicazione con Jans. Ma il tecnico aveva due anni di contratto con i Frisoni, e Dost rappresentava un investimento per il futuro. Così a fine campionato la dirigenza ha convocato i due per mettere le cose in chiaro: “La prossima stagione Jans sarà ancora il nostro allenatore, e Dost ancora la nostra prima punta. Regolatevi di conseguenza”. Risultato: Heerenveen in zona Champions. Ma è stato Dost a portare l’Heerenveen in alto, o viceversa? L’importante è non chiederlo al diretto interessato, né al suo allenatore. Potrebbero ricominciare a litigare. Fonte: La Gazzetta dello Sport - Extra Time

mercoledì 11 aprile 2012

Malki, il tank non fa la guerra

Nel film Jimmy Grimble un paio di scarpini da calcio magici riuscivano a trasformare un timido ragazzino in un piccolo campione. Qualcosa di simile deve esistere nei dintorni di Kerkrade, città dell’Olanda meridionale dove ha sede il Roda. Una squadra di centro-classifica della Eredivisie ultimamente specializzatasi nel rivitalizzare attaccanti dalla carriera anonima. Come il danese Mads Junker, 17 gol in tre stagioni e mezza nel Vitesse, 47 in due anni abbondanti nel Limburgo. O come il siriano Sanharib Malki, punta 28enne mai così prolifica come nell’attuale stagione. I numeri non mentono: 21 reti in 27 partite, vice-capocannoniere del campionato a quattro lunghezze dal gigante dell’Heerenveen Bas Dost. Malki però ha una media-reti effettiva più alta: un gol ogni 95 minuti. Meglio di lui solamente John Guidetti (uno ogni 86), suo avversario nel prossimo turno; e l’ajacide Bulykin, panchinaro goleador (8 centri in soli 579 minuti giocati, media di 72).

Arrivato in Limburgo in estate a parametro zero dai belgi del Lokeren, Malki ha sorpreso non solo per la facilità nel trovare la via della rete, ma anche per la fisicità in area di rigore, tanto da meritarsi il soprannome di carro armato di Damasco. Un nick che il diretto interessato non gradisce. In primo luogo perché nel suo paese, del quale non parla molto volentieri, è in atto una guerra vera. E poi lui con la capitale siriana non ha nulla a che vedere, dal momento che è originario Al Qamishli, città sita nel nord-est del paese nei pressi del confine con la Turchia. La sua famiglia, appartenente alla minoranza assiro-cristina della Siria, è migrata verso Occidente oltre 20 anni fa alla ricerca di condizioni di vita più agiate, disperdendosi in vari luoghi: Germania, Svezia, Turchia, New York. Al giovane Sanharib è toccato Jette, un piccolo comune nei pressi di Bruxelles.
Proprio nel club locale è iniziata la sua avventura nel calcio. “Mi presentai a un provino”, racconta il giocatore, “mi chiesero dove giocavo e in che ruolo. Gioco nel parco - risposi - e segno tanto. Feci una partitella, vincemmo 5-1 e segnai un poker. Promosso”.

Malki ha debuttato da pro nel 2004 con l’Union Saint-Gilloise. Poi sono arrivati Roeselare, Germinal Beerschot (16 reti nella stagione 07/08) e Lokeren, esperienza quest’ultima parecchio deludente e terminata con un prestito di sei mesi ai greci del Panthrakikos. La parabola discendente del siriano (che ha scelto di difendere i colori del proprio paese di origine anziché del Balgio) si è interrotta con il passaggio in Olanda. Nel 2012 Malki non è andato a bersaglio solamente in due delle 11 partite disputate; a febbraio contro il De Graafschap e domenica contro il twente. Le sue reti stanno permettendo a una squadra dalla difesa-colabrodo (59 gol subiti in 28 incontri) quale il Roda di lottare per l’ultimo posto disponibile per i play-off di qualificazione all’Europa League.

Fonte: la Gazzetta dello Sport - Extra Time

martedì 10 aprile 2012

Il Paperone della Eredivisie? Non gioca mai

Poteva diventare viola di maglia, invece Mounir El Hamdaoui lo è rimasto solo di rabbia. Mobbizzato e mazziato dall’Ajax in una vicenda al confine tra il thriller e la farsa, tra fideiussioni richieste a banche ormai chiuse (la tesi sostenuta dal giocatore) e risoluzioni contrattuali bloccate dal mancato accordo su una eventuale buonuscita (la versione dell’Ajax). Tanti misteri, un’unica certezza: per El Hamdaoui niente Fiorentina, ma una ulteriore mezza stagione di esilio al De Toekomst di Amsterdam nello Jong Ajax, la squadra Primavera del club ajacide.

El Hamdaoui e l’Ajax vivono da separati in casa da quasi un anno. L’ultima partita ufficiale dell’attaccante marocchino-olandese risale al 24 aprile 2011, all’Amsterdam Arena contro l’Excelsior. I problemi però erano iniziati con il cambio di panchina tra Martin Jol e Frank de Boer, avvenuto nel dicembre 2010. El Hamdaoui perdeva un tecnico “amico” (nel 2005 Jol lo aveva voluto al Tottenham, cinque anni dopo aveva convinto l’Ajax a pagarlo 5 milioni di euro all’Az) e ne trovava uno con il quale le frizioni erano state immediate. Fino alla rottura primaverile, sancita da un brusco confronto nello spogliatoio e dalla successiva dichiarazione di De Boer: “El Hamdaoui non metterà più piede in prima squadra”. Promessa mantenuta anche quando, nell’attuale stagione, l’Ajax ha perso per infortunio tutte le prime punte in rosa: Sightorsson, Bulykin e Siem de Jong. Un ostracismo che oltretutto ha causato al giocatore la mancata convocazione nel Marocco per la Coppa d’Africa 2012.

La carriera di El Hamdaoui è sempre stata un’altalena. Figlio di immigrati marocchini, nasce a Rotterdam nel quartiere multiculturale di Kralingen, lo stesso di Robin van Persie. Inizia ala sinistra nel club cittadino dell’Excelsior; 28 reti in una stagione e mezza lo portano in Inghilterra, ma al Tottenham c’è troppa concorrenza: Defoe, Robbie Keane, Kanoutè, Mido. Scende nella B inglese (Derby County), troppo poco tecnica per le sue caratteristiche, quindi opta per un ritorno in Olanda. Nel Willem II è sfortunato: il menisco finisce in frantumi e lo mette ko quasi un’intera stagione. Lo rispolvera Louis van Gaal nel suo Az Alkmaar. Primo anno di assestamento, poi il botto: 23 reti, capocannoniere e miglior giocatore della Eredivisie nell’anno (2009) dello scudetto dell’Az. El Hamdaoui trova la via del gol in tutti i modi: di testa, di destro, da lontano, in acrobazia. La stagione successiva rimane ad Alkmaar nonostante il club sia sull’orlo della bancarotta, e chiude nuovamente in doppia cifra (20 gol).

Poi arriva l’Ajax. La partnership con Luis Suarez inizia col botto (il meglio in Champions contro il Milan, con l’uruguaiano che si beve la difesa rossonera e manda in rete il compagno) e finisce a botte. I due vengono alle mani negli spogliatoi. A gennaio Suarez firma per il Liverpool, mentre El Hamdaoui finisce ai margini. Curiosamente però è risultato, con 2.1 milioni di euro, il giocatore che ha guadagnato di più in Olanda nell’anno 2011. E’ insomma lui il paperone della Eredivisie. Peccato che non giochi mai.

Fonte: La Gazzetta dello Sport - Extra Time

martedì 27 marzo 2012

Benji si allena tirando i rigori

La canzone non è propriamente così, ma per Benjamin “Benji” De Ceulaer si può fare un’eccezione. Protagonista sempre, spesso nel bene, qualche volta anche nel male. Come sabato nella finale di Coppa di Belgio tra due club da zeru tituli (non in stagione, ma nello loro storia): Lokeren e Kortrijk.
(Articolo completo su Il mondo siamo noi).

mercoledì 14 marzo 2012

Gone with De Windt

In un recente post abbiamo trattato il caso di Ouasim Bouy, giovane talento dello Jong Ajax trasferitosi alla Juventus senza aver mai giocato un solo minuto nella prima squadra degli ajacidi. Bouy non è il primo ragazzo a percorrere, con esperienza zero, la tratta Amsterdam-Torino. Non molti in Italia si ricordano di Sergio de Windt, terzino sinistro del vivaio dell’Ajax che nell’estate del 2000 lasciò il settore giovanile del club per firmare un remunerativo quinquennale con la Juventus. L’aggancio avvenne tramite Robert Geerlings, avvocato di Edgar Davids (all’epoca in bianconero) e amico dell’agente di De Windt. Dopo 9 anni in una delle scuole calcio più prestigiose al mondo, il ragazzino cresciuto nei quartieri di Amsterdam Est decideva che era giunto il momento di forzare il proprio ingresso nel grande calcio. Con tanti saluti a Co Adriaanse, l’allora direttore generale del vivaio ajacide che gli aveva pronosticato un imminente futuro da titolare nell’Ajax.

De Windt sbarca a Torino indossando un elegante completo di Armani, che si è regalato per festeggiare il trasferimento. Quando all’età di 17 anni, ammetterà anni dopo il diretto interessato, passi da una manciata di fiorini nel portafoglio a un contro in banca con cifre a quattro zeri – più sette (!) carte di credito, le prospettive cambiano. Al primo raduno della Juventus i giocatori sono 40. Dopo le presentazioni con i vari Del Piero, Davids e Zidane, si comincia a lavorare. De Windt sgobba, meritandosi anche un pubblico elogio del tecnico Carlo Ancelotti. Alla sera però, nel suo appartamento a Torino, è solo. La madre, che deve crescere da sola la sua sorellina, non ha tempo per venire in Italia. Il suo agente si fa sentire solo per telefono, mentre il connazionale Davids è alle prese con l’affare nandrolone. A fine stagione il ginocchio fa crack: De Windt sceglie di tornare in Olanda per la convalescenza.

Quando torna a Torino, al posto di Ancelotti c’è Marcello Lippi. L’obiettivo è uno solo: vincere. Il tecnico non ha certo tempo da dedicare a un ragazzino olandese ancora acerbo, nonché in fase di recupero da un infortunio. Il massimo che gli viene concesso è qualche riscaldamento a bordo campo durante le partite, ma niente di più. I numeri De Windt inizia farli fuori dal campo, adottando un tenore di vita talmente al di sopra delle proprie possibilità da venire rimproverato anche da un dirigente dei bianconeri. La magia svanisce presto. A metà della sua seconda stagione a Torino, il giovane torna in Olanda. Fa un paio di provini con Haarlem e Rkc Waalwijk, ma il primo a non essere convinto è lui. La voglia di giocare a calcio si è spenta. Meglio quindi volgere il proprio sguardo altrove. A 21 anni De Windt è già un ex professionista. Lo stipendio se lo guadagna in un call center della compagnia telefonica KPN. Gioca a calcio saltuariamente, e solo a livello amatoriale: Huizen, Argon, Rijnsburgse Boys e, attualmente, CSW.

Nell’agosto 2000 il ct dell’Olanda under 18 Mark Wotte aveva diramato le convocazioni per un torneo che avrebbe avuto luogo il mese successivo nell’allora Jugoslavia. C’erano Johnny Heitinga, Klaas-Jan Huntelaar, Joris Mathijsen, Serginho Greene. C’era anche Sergio de Windt. L’unico della rosa che giocava all’estero.

Fonte: Guerin Sportivo

martedì 13 marzo 2012

Sensational John Guidetti firing Feyenoord forward

John Guidetti is currently the most outstanding player in Holland’s Eredivisie – of that there can be no doubt. With 18 goals in 17 games, the Swedish striker is dragging Feyenoord back into the Dutch elite after years of disappointing performances. Guidetti, on loan in Rotterdam from Manchester City, has impressed with his ability to blend physical toughness, fine technique, a hard-working attitude and cold-blooded composure in front of goal. What makes the 19-year-old’s rise all the more astonishing is that before joining Feyenoord, Guidetti had played only 15 official matches in four seasons – now he has taken Holland by storm. Inside Futbol introduce one of Europe’s most promising fledgling talents of the 2011/12 season.
Kenya
Mike Guidetti, John’s father, has worked for years in Kenya with a Swedish school project in Nairobi, and his son – born in Stockholm on 15th April, 1992 – spent part of his childhood in the African country. “That period was very important for my development, both on and off the pitch”, said John Guidetti. “I played football barefoot in the slum areas of Nairobi and I came into contact with local people and their culture. I still have a strong link with Kenya and every time I go back there I always get a warm welcome.” The striker’s family own a football club in the country: Blackstars Kibera. “Football is only a starting point for us as we want to build a school and hospital close to the training complex of the club. It is a project with many purposes.”
Italy
John Guidetti’s granddad hailed from Italy. And there was, until recently, always the possibility that the budding forward could be snapped up by the Azzurri, watched closely as he was by Italy coach Cesare Prandelli. Sweden boss Erik Hamren stated he was “incredibly impressed by Guidetti” though and the Manchester City man made his debut in a friendly against Croatia on 29th February. For Sweden, capping Guidetti was a relief, with the forward admitting he had taken a keen interest in the Azzurri. “I decided I wanted to become a professional footballer when I was six, watching Italy at the 1998 World Cup in France. I didn’t support Sweden, they were irrelevant to me. My idols were Roberto Baggio and Christian Vieri. Since that summer, I started to focus on football.”
Brommapojkarna
Guidetti has played twice for the Stockholm-based Bromma side, a club famed for their youth academy. After making his debut in 2008 with the first team in Sweden’s second tier, the Superettan, he came back on loan from Manchester City for the 2010 campaign – this time in the country’s top flight. Guidetti made his Allsvenskan debut against Trelleborg and had an instant impact, providing an assist for the winning goal in the dying minutes. His outstanding contribution led to a starting spot in the club’s next game against Gefle, and he did not disappoint, grabbing a goal and laying on another. His loan spell ended with three goals and four assists in eight games played.
Manchester City
The budding forward was brought to Manchester City at the age of 15 by Sven-Goran Eriksson. After he had proved his worth both with the Citizens’ Under-18s and reserve team, Robert Mancini handed Guidetti his first team chance in the League Cup against West Bromwich Albion. The Swede provided an assist for City’s only goal. In the summer of 2011, Guidetti inked a three-year extension to his deal at Eastlands and was then loaned to Feyenoord for the 2011/12 season. “I don’t know what pressure means”, said Guidetti. “Pressure is my drug. However, my desire was to play a season as a regular. It was something that was impossible at City. I have no fear about competing for a place in the starting eleven, but in pre-season City gave me the number 60 shirt. That meant there were 50 players between me and the pitch. It would have been an unfair race.”
Burnley
A one month loan with Championship outfit Burnley gave Guidetti the chance to score his first official goal in England. He did it on 26th December, 2010, against Barnsley. After five games, Manchester City recalled the forward.
Hat-tricks
Against Vitesse on 12th February, Guidetti scored his third hat-trick in a row in De Kuip, becoming the second player in Eredivisie history, after Ajax forward Cees Groot, to find the back of the net three times in three consecutive home games. And this at just 19 years old. Only three players were younger when they collected their first hat-trick in Holland’s top flight: Johan CruYff, Marco van Basten and Wim Kieft. Meanwhile, the last Feyenoord man to score three hat-tricks in a season was Dirk Kuyt in 2004/05.
De Klassieker
For every Feyenoord fan, the most important match of the season is undoubtedly the clash against rivals Ajax. At the end of January, the Rotterdam side beat their arch-rivals 4-2, their first victory since 2006 – and had a Guidetti hat-trick to thank for it. It was the first time the feat had been achieved since Hans Venneker struck five goals in a 9-4 win over Ajax on 19th November, 1964. Guidetti’s superb performance inspired Feyenoord’s supporters to launch an online petition to keep the striker at De Kuip for another season. So far more than 30,000 people have signed it.
Efficiency
Guidetti’s goals are rarely spectacular – close range tap-ins, one-on-ones against the goalkeeper, crosses deflected into the net via a shoulder, penalty kicks (six out of 18 goals scored). However, the Swede’s ruthlessness in front of goal makes him a “youthful phenomenon”, according to coach Ronald Koeman. At the time of writing, Guidetti is the second most efficient Eredivisie striker, with an average goal per minute ratio of 71.61, due to 18 goals in 1289 minutes played. Only Ajax forward Dmitriy Bulykin (goal average of 64.75) is better. The Russian however has played just 518 minutes of football, scoring eight times.
Style
Former Italian player Salvatore Bagni has described Guidetti as a walking mountain. “But he knows how to strike the ball too”, said Bagni. “When I was a transfer advisor for Bologna, I tried to bring Guidetti to Italy. From the first time I saw him, I was deeply impressed by his physical strength blended with fine techique and speed. His composure in front of goal was amazing too. In my opinion he was perfect for a tactical but also physical league like Serie A. However, his price was too high.”
Behaviour
Latin blood runs through Guidetti’s veins. “I have a hot temperament and I can’t stand losing”, said the striker. “When I played with Brommapojkarna’s youth team, I had a lot of discussions with coaches and referees. My team-mates called me “the special one” because I always gave 110%. And I always played to win, against every opponent. I like to make jokes in the dressing room too. Some at Feyenoord have said ‘John, you are crazy’. Let me be a little crazy. If you want to make it to the top you must be a bit mad. Just look at the top players like Zlatan Ibrahimovic or Mario Balotelli. They are indeed not ordinary guys.”
Foundation
Guidetti has his own foundation to help the poor. “A word is enough to describe the current situation in Kenya – chaos. I saw fishermen trying to steal each other’s fishing nets. One of my former team-mates worked in a factory from five in the morning until seven at night for 25 eurocents per hour. And I can’t forget a talented kid who played for a club owned by a French woman. A phenomenon. One day I asked a friend about him and his team – one of the toughest opponents I’ve ever played. He replied that most of the players had given up football to become gangsters. The phenomenon did too – and he was shot dead by the police.”

Fonte: Inside Futbol

Toto Tamuz, Balotelli d'Israele

Israele aveva un campioncino in casa, ma non lo sapeva. Perché Toto Tamuz era un fantasma. Viveva da clandestino, aveva imparato a evitare gli agenti dell’immigrazione e, se le cose si fossero messe davvero male, avrebbe potuto ingannare chiunque sfoggiando un ebraico da 10 e lode. “Sono ospite della signora Orit Tamuz”, avrebbe detto. “Portatemi da lei e vi spiegherà tutto”. Ci sarebbero cascati, perché nessun immigrato clandestino avrebbe potuto padroneggiare così bene una lingua tanto ostica.

Oggi elemento di punta dell’Hapoel Tel Aviv e della nazionale isreliana, per anni Tamuz, classe ’88, fisico alla Rooney, è stato il bomber senza patria. Un vero e proprio apolide. Nato in Nigeria da Doreen e Clement Temile, all’età di due anni aveva seguito la propria famiglia in Israele, dove il padre aveva trovato un ingaggio nel Beitar Netanya. Ma quando il club aveva cominciato a non pagare più gli stipendi, Clement Temile aveva dovuto cercarsi un altro lavoro. Poi era arrivata la separazione dalla moglie. Nel frattempo il figlioletto Adaruns, questo il vero nome di Toto, era stato dato in affidamento a un ex compagno di squadra di Clement. Viveva a Petah Tikva, nord est di Tel Aviv. Lì, in un dopo-scuola, Toto incontra Orit Tamuz, direttore del marketing in un’azienda locale. La donna, nubile, decide di adottarlo. Illegalmente, perché manca il consenso dei genitori biologici. Ma i Temile sono tornati in Nigeria e sono all’oscuro di tutto.

Scuola, sinagoga, Kiddush al venerdì; Toto Tamuz cresce da ebreo al 100%. Gli manca solo la cittadinanza. Per ottenerla, lui e Orit dovranno intraprendere una lunga battaglia burocratica e legale (“perché tanta pena per adottare un negretto?”, è la domanda che una volta Orit si è sentita rivolgere da un funzionario statale). Il caso, dopo essere arrivato fino all’Alta Corte, si risolve positivamente nel giugno 2007. Toto Tamuz ha finalmente un passaporto, e Israele la sua stellina. Che debutta a 16 anni nella Ligat ha’Al tra le fila dell’Hapoel Petah Tikva con una doppietta. Segue un quadriennio prolifico nel Beitar Gerusalemme, prima del passaggio in una big quale l’Hapoel Tel Aviv. La scorsa stagione è capocannoniere del campionato con 21 reti, quest’anno è a quota 13 e reduce da un’ottima Europa League, competizione nella quale ha segnato a tutte le squadre incontrate: Vaduz, Ekranas, Legia Varsavia, Psv Eindhoven (doppietta) e Rapid Bucarest. Il suo presidente vorrebbe venderlo al Monaco, in Francia, ma lui non si vuol muovere. Tantopiù ora che il c.t. di Israele è Eli Guttmann, suo ex boss all'Hapoel. Inoltre ha riallacciato i rapporti con i genitori dopo anni di silenzio. “Ma la mia famiglia rimarrà sempre Orit Tamuz. Ciò che sono diventato lo devo esclusivamente a lei”. Infatti dopo ogni gol si rivolge a Orit in tribuna e le manda un bacio.

Fonte: La Gazzetta dello Sport - Extra Time

mercoledì 7 marzo 2012

La cometa Van der Meyde

Ritrovarsi pensionato di lusso a 32 anni in quel di Apeldoorn, cittadina olandese di provincia, non è propriamente lo scenario che si prefigurava Andy van der Meyde quando, qualche anno fa, era colonna portante di una delle ultime generazioni d’oro dell’Ajax: Sneijder, Ibrahimovic, Van der Vaart, Chivu, Nigel de Jong, Heitinga. Oggi Andy è finito tra i dilettanti, con il WKE.
(Articolo completo su Il mondo siamo noi).

giovedì 16 febbraio 2012

Il salto (pilotato) di Bouy

Nessuno ci hai mai spiegato perché il Fabio Borini di turno che si trasferisce dalle giovanili del Bologna a quelle del Chelsea viene definito “scippo” dai medi italiani, mentre per chi compie il percorso inverso – vedi il recentissimo caso dell’olandese Ouasim Bouy, passato dallo Jong Ajax alla Juventus – si parla di “grande colpo in prospettiva”.
(Articolo completo su Il mondo siamo noi).

mercoledì 15 febbraio 2012

Preview Milan-Arsenal: Alex Oxlade-Chamberlain

Un Bue sulla strada del Faraone. Milan-Arsenal è anche la sfida tra due dei talenti più fulgidi dell’attuale panorama calcistico europeo: il classe ‘92 El Shaarawy contro il ‘93 Alex Oxlade-Chamberlain. Quest’ultimo ribattezzato The Ox, il Bue, per la notevole fisicità, frutto di un’adolescenza trascorsa ad alternare calcio e rugby (“i London Irish mi offrirono un provino”, ricorda il ragazzo, “ma il Southampton bloccò tutto”). La struttura muscolare del ragazzo però non deve trarre in inganno, perché tecnica, cambio di passo e velocità sono di primissimo livello. Tanto che una vecchia volpe come Arsene Wenger non ha esitato a proporlo esterno sinistro nel 4-2-3-1, dopo che la stagione precedente aveva fatto i fuochi d’artificio in League One (la C inglese) guidando, da trequartista centrale, il Southampton alla promozione. Per lui 10 reti, 8 assist e l’inserimento nella top 11 di League One dell’anno.

Ox-Chamberlain sfugge ai cliché del talento tutto genio e sregolatezza alla Balotelli. Figlio dell’ex nazionale inglese Mark Chamberlain (che lo ha allenato nell’Academy dei Saints), il ragazzo è stato cresciuto con tutti i crismi, sia sportivi che educativi. E alla prima con i Gunners non ha fallito: tra il 20 e il 28 settembre arrivano le prime reti, una in Coppa di Lega allo Shrewsbury Town, la seconda in Champions League all’Olimpiacos. Quest’ultima gli permette di diventare il più giovane marcatore inglese di sempre nella massima competizione europea, superando il compagno Theo Walcott, al quale è spesso accostato per origini calcistiche (Southampton) ed esplosività nello scatto. Ox-Chamberlain però difende meglio, anche perché non basta una spallata per spostarlo (“prendete Wayne Rooney, mettetelo in fascia e avrete Alex Chamberlain”, parola dell’ex Arsenal Adrian Clarke).

Un paio di settimane fa la nuova stella del calcio inglese ha fatto il botto anche in Premier League: doppietta nel 7-1 al Blackburn, ciliegina sulla torta di una prestazione da assoluto dominatore della fascia sinistra. La sfida al Faraone è stata lanciata.

Fonte: Il Giornale

lunedì 13 febbraio 2012

Nè re e neppure leone

“Il leone non ruggisce e Napoli non capisce”. Così l’apertura della pagina sportiva del quotidiano ticinese Il Giornale del Popolo dedicata al momento-no di Gokhan Inler. Una questione di valutazione, scrive il collega Paolo Galli. La stessa che si era posta anche il Guerin Sportivo lo scorso ottobre nello speciale Champions: se Inler vale 20 milioni di euro, un giocatore come Xherdan Shaqiri – attualmente il miglior giocatore svizzero – quanto dovrebbe costare? La risposta è arrivata in questi giorni dal Bayern Monaco: tra i 10 e i 12 milioni. Questa la cifra che i bavaresi verseranno nelle casse del Basilea per assicurarsi, dalla prossima stagione, le prestazioni del talentuoso esterno di origini kosovare. Fin troppo facile notare quanto sia stata spropositata la valutazione effettuata la scorsa estate dal Napoli in sede di mercato per Inler.

Se Napoli non capisce, la Svizzera per contro non si stupisce. Perché in maglia rossocrociata da tempo il centrocampista sta offrendo prestazioni di livello modesto. Compassato nel ritmo, scolastico nella giocata, troppo impreciso in fase di appoggio; nella deludente campagna per Euro 2012 della Svizzera (finita terza alle spalle di Inghilterra e Montenegro), Inler è risultato uno dei peggiori sotto il profilo del rendimento. Mentre Shaqiri riapriva le chance di qualificazione dei rossocrociati annientando con una tripletta la Bulgaria, Inler si scrollava di dosso l’etichetta di “underperformer” solamente nell’ultima inutile partita contro il Monetnegro, a eliminazione già ufficializzata. E infatti Il Giornale del Popolo giudicava così la sua partita: “Accidenti, quando non conta nulla lui ritorna. Una partita addirittura più che sufficiente lì nel cuore della manovra. Gli sbagli restano frequenti (eccome), ma… non causano guai”. Agli standard “napoletani” di Inler insomma gli svizzeri sono abituati da tempo.

Il problema sembrerebbe essere una questione di modulo. Il giocatore soffre molto il ruolo interditore in una mediana a due, sia che si tratti del 4-2-3-1 adottato dalla Nati, sia del 3-5-2 del Napoli di Mazzarri. Nell’Udinese invece giocava in un centrocampo a tre protetto da due incontrasti, cosa che lui non è. Rimane comunque un mistero questa involuzione sotto il profilo della duttilità, perché Inler si è calcisticamente imposto, in Svizzera, in una mediana a quattro. Nell’Aarau 2004/05 giocava centrale nel 4-4-2, così come nella Svizzera under 20 che nell’ottobre 2005 batteva 2-1 in amichevole l’Italia dei vari Criscito, De Ceglie e Paolucci ad Ascona. Nello Zurigo Inler offriva ancora più opzioni; centrale davanti alla difesa con Dzemaili, interno destro in un centrocampo 3+1 (Margairaz partiva leggermente più avanti), esterno destro in una linea a 4. Prestazioni di qualità e sostanza che gli valse un precoce approdo in nazionale (con l’allora ct Kuhn che lo metteva in ballottaggio con un incontrista puro, Huggel), nella quale oggi vanta oltre 50 presenze.

Lasciamo la chiusura a Galli. “Nonostante le sue contro-prestazioni in nazionale, il Napoli ha visto in Inler un “top player”, fidandosi della buona stampa di cui godeva e soprattutto delle valutazioni di mister Mazzarri. Valutazioni che si sono dimostrate clamorosamente errate dal punto di vista tattico […]. Adesso sta solo a lui (Inler, nda) fare quello sforzo in più, che gli possa permettere di ridurre l’impietosa distanza che passa dal discreto giocatore al “top player”. Perché in mezzo, nonostante quella esagerata milionaria valutazione, effettivamente qualcosa c’è”.

Fonte: Guerin Sportivo

lunedì 6 febbraio 2012

Speedy Musa è arrivato a Mosca

Il noto aforisma africano sul leone e la gazzella sembra scritto apposta per Ahmed Musa, neo attaccante del CSKA Mosca. Lui non ha mai perso tempo a chiedersi se fosse nato cacciatore o preda; semplicemente, ogni volta che sorgeva il sole, cominciava a correre. Più veloce della miseria, della fame, dei proiettili. Senza mai fermarsi, nemmeno quando è arrivata la tanto attesa chiamata dall’Europa, in quel calcio sognato da migliaia di giovani provenienti, come lui, dalle periferie dell’impero.
Quella di Musa si chiama Jos, città-polveriera della Nigeria. Chiuse le miniere di stagno, la convivenza tra cristiani e musulmani si è fatta ancora più difficile. Musa, figlio di immigrati, ha vissuto tutto sulla propria pelle, con un destino che non ha fatto sconti. A 12 anni ha dovuto abbandonare la scuola perché la sua famiglia aveva soldi solo per un pasto al giorno. A 13 un male incurabile gli ha portato via il padre, ex calciatore che sbarcava il lunario facendo l’autista. Poi sono arrivate le violenze interreligiose. Nel mezzo però una bella storia di solidarietà. Musa, il ragazzino veloce come una saetta, era conosciuto da tutti nel quartiere; così, una volta ammesso alla Aminchi Football Academy, la gente del luogo ha organizzato una colletta per regalargli ciò che non poteva permettersi, dalla tuta alle scarpe da calcio. Quattro anni dopo, con la maglia del Kano Pillars, lo Speedy Gonzales africano stabilisce il primato di gol stagionali nella massima divisione nigeriana: 18.

Nell’ottobre 2010 Musa, fresco maggiorenne, sbarca in Europa in una squadra dal nome improbabile, VVV, e in una città mai sentita nominare, Venlo. A lui però basta sapere di giocare in Olanda, il paese dove ha sfondato il suo idolo Nwankwo Kanu. Inizia un tour de force che lo vede calcare i campi da calcio per più di un anno senza mai fermarsi. Debutta in Eredivisie il 30 ottobre e chiude la stagione a fine maggio, contribuendo alla salvezza del VVV con 2 reti e 4 assist nei play-off. Poi vola in Nigeria in nazionale, quindi parte con l’under-20 per il Mondiale di categoria, dove brilla con 3 gol in 5 partite – le Aquile arriveranno ai quarti. A fine agosto la sua doppietta all’Ajax suscita scalpore: Musa – schierato punta centrale anziché ala - scende in campo nonostante stia osservando il periodo di Ramadan, eppure sembrano i difensori ajacidi quelli a digiuno.

Tra il 27 agosto e l’11 settembre il ciclo viaggiare-giocare-ripartire raggiunge il suo picco massimo: Musa vola da Enschede (rete al Twente) a Jos - per l’improvvisa scomparsa di un cugino; poi tappa in Madagascar per la Coppa d’Africa, quindi in Bangladesh a sfidare in amichevole l’Argentina di Messi, per finire con il ritorno a Venlo per affrontare il PSV Eindhoven. Stanco? Nemmeno per sogno. Il presidente del VVV Hai Berden lo vuole sempre in campo. Parla di “forza mentale impressionante” del ragazzo, ma da buon uomo d’affari ha già fiutato il bis dell’operazione Keisuke Honda, che due anni fa portò nelle classe del club 6 milioni di euro – record nella storia del VVV. Il De Koel pullula di osservatori, ma alla fine la spuntano ancora i russi del CSKA: 5 milioni di euro, che possono arrivare a 8 con i bonus. Il ragazzino che non poteva più andare a scuola adesso ride felice.

Fonte: La Gazzetta dello Sport - Extra Time

domenica 5 febbraio 2012

Christian Eriksen, è nata una stella

C’è chi gioca senza punta di ruolo per scelta tattica, vedi il Barcellona di Guardiola, e chi per ostinazione. Quest’ultimo è il caso di Frank de Boer, che una volta persi per ko Sigthorsson e Bulykin, nonché il jolly Siem de Jong, ha messo il trequartista Nicolas Lodeiro al centro del tridente dell’Ajax. Il tutto per non reintegrare in rosa Mounir El Hamdaoui, nemico numero uno del tecnico. La cocciutaggine di De Boer nasconde però un segreto: Christian Eriksen. Con le chiavi del gioco affidate al talento danese, l’Ajax potrebbe permettersi di schierare di punta anche “bombolone” Verhoeven, il pingue terzo portiere del club. Non è un caso che il ragazzo di Mittelfart sia, con 9 assist e 4 reti, il giocatore il più efficace dell’attuale Ajax. E dopo aver chiuso un 2011 facendo collezione di riconoscimenti (giocatore danese dell’anno, miglior giovane della Eredivisie, miglior talento dell’Ajax), nel 2012 – al primo incontro ufficiale dell’anno per gli ajacidi - ha impiegato dieci minuti per mandare in rete il rientrante Siem de Jong nell’ottavo di coppa nazionale contro l’AZ.

“Non beve birra e non ama il biliardo; è chiaro come Eriksen non sia il tipico giocatore danese”. Micheal Laudrup ama scherzare quando parla di colui che in Danimarca è considerato il suo grande erede. Quando però il discorso si fa serio, nessun dubbio: “Lui è pura classe”. Come ringraziamento, Eriksen ha pensato bene di scippare – per soli 9 giorni – il primato di marcatore più giovane di sempre della nazionale danese al suo idolo dichiarato. Del resto la carriera di Eriksen con la Danimarca è tutto fuorché ordinaria: quando lo scorso giugno debuttava nell’under 21 all’Europeo di categoria, aveva già alle spalle 5 presenze nella nazionale maggiore, due delle quali al Mondiale sudafricano. E per questo centrocampista classe 92 l’esordio con i “grandi” era avvenuto, nel marzo 2010, dopo soli solamente 424 minuti giocati in incontri ufficiali dell’Ajax.

Il primo a capire che Eriksen non era un emergente qualunque è stato John Steen Olsen, osservatore dell’Ajax per l’area scandinava. E’ lui nel marzo 2008 a chiamare il dt ajacide Danny Blind. “Nell’Odense gioca un 16enne da urlo, sali sul primo aereo Amsterdam-Copenhagen e portalo in Olanda”. Detto fatto: offerta ai danesi di 500mila euro e accordo siglato. A inizio 2010 il ragazzo, proveniente da una famiglia di sportivi (padre e madre ex calciatori, sorellina attualmente nazionale danese under 16), viene portato da Martin Jol in prima squadra. La consacrazione arriva però con Frank de Boer, che lo toglie dal ruolo di esterno offensivo – mai gradito dal diretto interessato - per proporlo numero 10 alle spalle del tridente. Eriksen chiude la stagione 2010/11, quella che riporta il titolo in casa Ajax dopo sette anni di digiuno, con 16 assist complessivi. E’ nata una stella.

Fonte: La Gazzetta dello Sport - Extra Time

sabato 28 gennaio 2012

I bomber degli altri

Cristiano Ronaldo, Lionel Messi, Robin van Persie, Mario Gomez; nomi che chiunque si aspetta di leggere in cima alla classifica dei bomber europei. Dove invece staziona Aleksandrs Čekulajevs, sconosciuto attaccante lettone classe 1985, forte di un mostruoso score realizzato nell’edizione 2011 della Meistriliiga (la massima divisione dell’Estonia) con la maglia del Trans Narva: 46 reti segnate in 36 partite. Insufficienti per vincere la Scarpa d’Oro (il moltiplicatore non lascia scampo ai figli di un gol minore), ma utili per regalare al giocatore il warholiano quarto d’ora di celebrità. Come ammesso dallo stesso Čekulajevs. “Tra il sottoscritto e Cristiano Ronaldo c’è la stessa distanza che separa la terra da Marte. Però è emozionante leggere il mio nome accanto al suo nelle notizie”.

Curiosamente la straordinaria vena realizzativa di Čekulajevs non ha portato trofei né al Trans Narva, giunto terzo in campionato a 13 lunghezze dai campioni del Flora Tallin (che hanno sconfitto i rosso-blu anche nella finale di coppa), né al diretto interessato, classificatosi clamorosamente secondo (per un voto) nella votazione di miglior giocatore della Meistriliiga. Il premio è finito al centrocampista del Flora Tallin Sergei Mošnikov, con Čekulajevs che ha dovuto accontentarsi del primato di miglior marcatore stagionale nella storia del calcio estone. Delle sue 46 reti (cinque in più del vecchio record-man Tarmo Neemelo), 18 sono arrivate contro il fanalino di coda Ajax Lasnamäe: tripletta il 22 marzo (7-0), poker il 14 giugno (7-0), sestina il 13 agosto (14-0) e cinquina il 27 settembre (12-0). Niente male per un giocatore che a inizio carriera, nel FK Riga, agiva da centrocampista offensivo.

Non è la prima volta che Čekulajevs scrive il suo nome nella storia calcistica di un paese. Nel 2007 ha stabilito il record di marcature stagionali in Lettonia andando in rete 51 volte in 30 partite nella seconda divisione lettone con l’FK Auda Riga. Poi ha tentato l’esperienza all’estero, prima nella terza divisione ceca, quindi in Islanda. Il treno giusto è però passato da Narva. Cosa fare adesso, dopo aver chiuso un campionato avendo realizzato – da solo – più gol delle ultime tre squadre classificate? “Si volta pagina e si ricomincia. Il mio contratto è scaduto a gennaio, adesso si apre una nuova fase della mia carriera. Sogno di giocare in Bundesliga”.

Fonte: Guerin Sportivo

venerdì 30 dicembre 2011

Reza, il primo violino del Sint Truiden

Reza Ghoochannejhad è un personaggio che ama sfidare i luoghi comuni. Allo stereotipo del calciatore moderno tutto Playstation, iPad e bolidi di lusso lui risponde suonando il violino, studiando diritto e frequentando corsi di lingua italiana e francese. Calcio e istruzione difficilmente vanno d’accordo? Niente di più falso, sostiene questo attaccante di passaporto iraniano e olandese. “Se c’è una cosa che non manca a un calciatore è proprio il tempo libero. Ma serve volontà, organizzazione e disciplina”. Reza (lo chiamano tutti così a causa di quel cognome-scioglilingua) parla bene ma è altrettanto bravo con i piedi. Alla sua prima stagione in Belgio è vicecapocannoniere del campionato con 10 reti, fondamentali per garantire al modesto Sint Truiden qualche chance di permanenza nella massima divisione.

Eppure questo ragazzo originario di Mashhad, città nord-orientale dell’Iran, a 21 anni aveva deciso di appendere le scarpe al chiodo. Dopo undici stagionali nel vivaio dell’Heerenveen, con tanto di debutto in prima squadra, il calcio non era più la sua priorità. “Troppi paletti, troppe limitazioni imposte ai miei studi”. Gli fa cambiare idea Marc Overmars, che lo porta in seconda divisione nei “suoi” Go Ahead Eagles. “In alcune movenze mi rivedo in te”, gli dice. Reza accetta, ma a una condizione: la possibilità di terminare gli allenamenti un quarto d’ora prima per poter frequentare le lezioni di diritto e politologia. Il botto arriva però la scorsa stagione con la maglia del Cambuur Leeuwarden, club della città nella quale era emigrato all’età di 6 anni dall’Iran: Reza segna 13 gol in 24 partite. Se il suo idolo è Maradona, che ha tatuato sul bicipite sinistro, l’esperienza nel Cambuur lo ha portato accanto a….Cruijff. Merito di un gol segnato dopo 9 secondi dal fischio d’inizio, che gli ha permesso di affiancare il Maestro nella classifica delle reti lampo in Olanda.

Reza (il cui nome in persiano significa “soddisfatto”) ha impiegato poco anche a diventare un beniamino dei tifosi del Sint Truiden. Al debutto casalingo l’ex ala, ormai riconvertitasi in attaccante a tutto tondo, è stata l’assoluta protagonista della rimonta da 0-3 a 3-3 contro il Club Brugge. Per l’iraniano d’Olanda si è ipotizzato un passaggio allo Standard Liegi - club acquistato in estate proprio dal proprietario del Sint Truiden - già a gennaio. Ma la sua vita continua ad andare oltre un campo da calcio. “Mi esercito ogni giorno con il violino perché a 35 anni, quando mi sarò ritirato, voglio diventare un musicista professionista. Suono musica da camera, classica ma anche hip-hop, con gli amici. E continuo i miei studi di diritto. Mi appassiona la politica internazionale. Il mio Iran? Non merita l’immagine che l’attuale regime gli sta fornendo”.

Fonte: la Gazzetta dello Sport - Extra Time