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sabato 12 maggio 2012

Courtois le indovina tutte

19 anni, e già una finale europea giocata da titolare messa a curriculum. Una finale oltretutto vinta. Il portiere belga dell’Atletico Madrid Thibaut Courtois non è certo un giocatore che dorme sugli allori. Ma, cosa ancora più importante, sa prendere le decisioni giuste. (Articolo completo su Il mondo siamo noi).

domenica 29 gennaio 2012

La Spagna dei record

Cosa hanno in comune Messi e il Polideportivo Ejido? L’ingresso quasi contemporaneo nel libro dei primati del calcio spagnolo. Anche se il club andaluso, proveniente dalla provincia di Almerìa, ne avrebbe fatto volentieri a meno.
(Articolo completo su Il mondo siamo noi).

sabato 14 gennaio 2012

Complesso di superiorità

Il pallone d’oro 2011 assegnato a Lionel Messi è indiscutibile, a differenza di quello del 2010. Sul fuoriclasse argentino è stato detto e scritto di tutto. Noi intendiamo celebrarlo chiedendo aiuto ai numeri. Ecco le tappe salienti di un’annata stellare.
(Articolo completo su Il mondo siamo noi).

domenica 13 febbraio 2011

La guerra di Spagna

Quando ha lasciato l’Ajax per la Spagna, Johan Cruijff ha scelto il Barcellona rispetto al Real Madrid in quanto “non avrei mai potuto giocare per una squadra associata a Franco”. Quando nel Clàsico de la Verguenza (il Classico della vergogna) dagli spalti del Camp Nou sono piovute sulla testa di Luis Figo bottiglie di whisky, monete e una testa di maiale, l’allora presidente del Barcellona Joan Gaspart ha accusato il portoghese, ex blaugrana passato alle merengues, di essersi incaricato di battere tutti i calci d’angolo allo scopo di provocare i tifosi. Nel suo libro “Camì d’Itaca” edito nel 2006, l’ex difensore del Barcellona Presas Oleguer ha introdotto un paragrafo nel seguente modo: “Quando Carrero Blanco vinse la gara di salto in alto […]”. L’ammiraglio Blanco, braccio destro di Franco lungo tutto il periodo della dittatura, venne fatto esplodere da 100 chili di esplosivo che sbalzarono la sua auto ad oltre 30 metri di altezza.

Tre esempi, ma avrebbero potuto essere un centinaio, di ciò che il giornalista inglese Phil Ball ha definito con il termine di morbo nel suo (fondamentale) libro sulla storia del calcio spagnolo, intitolato appunto “Morbo”. Una parola intraducibile per indicare una rivalità che trascende l’aspetto sportivo affondando le proprie radici nella storia, nella cultura e nei costumi di un paese. In poche parole, Real Madrid contro Barcellona. Castiglia contro Catalogna. Potere centrale contro autonomia locale. Monarchia contro Repubblica. Madrid, ovvero il cuore dello stato, il centro – geografico e simbolico – dell’intera Spagna. Barcellona, la culla di tutte le idee radicali e progressiste prodotte tra ‘800 e ‘900: sindacalismo, federalismo, anarchismo, comunismo.

La guerra civile spagnola (1936-39) e la successiva dittatura del caudillo Francisco Franco (1939-1975) hanno trasformato una sana rivalità di campanile in morbo. La polarizzazione tra le due società, ed i rispettivi tifosi, ha raggiunto un tale punto di non ritorno da rendere estremamente difficile tracciare il confine tra realtà e ipotesi di complotto che sfiorano la paranoia. Secondo l’ottica madridista il Real Madrid è stato più utile a Franco che non viceversa; secondo il barcellonismo i bianchi della capitale non erano altro che una versione ante litteram della Dinamo Berlino, la squadra della Stasi nella Germania Est.

Il regime di Franco non tollerava alcun impulso autonomista. L’utilizzo di lingue quali il basco e il catalano venne proibito. Era vietato registrare i bambini con un nome basco o catalano (proprio in opposizione a tale regola Cruijff chiamò suo figlio Jordi), nonché parlare queste lingue, pena la tortura e la prigione. E’ innegabile che per il Barcellona e la sua gente l’atmosfera non era delle migliori. Diversi episodi legati al Real Madrid rimangono oscuri. Nel 1943 i blancos battono nella semifinale di Copa del Rey il Barcellona 11-1, dopo che l’andata si era conclusa 3-0 per i catalani. Si è parlato di minacce ai giocatori blaugrana da parte del responsabile della sicurezza nazionale nel pre-partita. Nel 1953 il Real si inserisce in maniera poco limpida nella trattativa tra Barcellona e River Plate per l’acquisto di Alfredo Di Stefano, dando vita ad un contenzioso con la società blaugrana che la Federcalcio spagnola risolve con una salomonica, ma poco credibile, decisione: il giocatore giocherà per entrambi i club, un anno a testa. Il Barcellona rifiuta l’accordo, e Di Stefano prende la via di Madrid.

Nel 1969, nel corso di un Clàsico valevole per i quarti di finale della Copa del Generalissimo (così era stata ribattezzata la coppa nazionale durante l’era Franco), l’arbitro Emilio Guruceta fischia un rigore per il Real Madrid nonostante il fallo fosse stato commesso un metro fuori area. Il Barça, sconfitto 2-0 all’andata, stava conducendo 1-0. Il Camp Nou erutta fuoco e fiamme. Diversi blaugrana abbandonano il campo, e solo l’intervento del tecnico Vic Buckingham li convince a rientrare. A due minuti dal termine l’incontro viene sospeso per invasione di campo da parte dei tifosi catalani. La terna arbitrale viene assediata negli spogliatoi prima di uscire dallo stadio sotto scorta. Guruceta verrà sospeso sei giornate per non aver portato a termine la partita. Il Real vincerà la coppa. Per il Barcellona l’episodio rappresenta la prova lampante che gli arbitri sono al soldo di Madrid. La questione si riapre nel 1997, quando il presidente dell’Anderlecht Constant Vanden Stock ammette di aver corrotto Guruceta in un incontro di Coppa Uefa. Riguardo a quel Clàsico però non è mai stata trovata alcuna prova.

Franco in realtà tifava Atletico Aviación (così si chiamava all’epoca l’Atletico Madrid), club molto vicino agli ambienti che si erano sollevati contro la Repubblica di Spagna. La definizione del Real quale “animale domestico della dittatura”, ad opera di Jimmy Burns nell’ultra-fazioso “Barça: a people’s passion”, trova scarso riscontro nelle statistiche. Durante il franchismo il Barcellona ha vinto otto titoli nazionali, con una doppietta campionato-coppa nella stagione 58-59 sotto la guida di Helenio Herrera. Inoltre, nei primi anni Cinquanta, i catalani hanno centrato i seguenti piazzamenti: primo-primo-secondo-secondo-secondo. Tra il 1932 e il 1954 invece il Real Madrid ha messo in bacheca la miseria di tre coppe nazionali. Poi è arrivato un certo Di Stefano, con alle spalle uno squadrone tra i migliori mai visti in Europa. I ripetuti successi in Coppa Campioni hanno indubbiamente aiutato l’immagine di Franco, alle prese negli anni Cinquanta con una Spagna in condizioni economiche disastrose a causa dei mancati aiuti del Piano Marshall. Il regime infatti, pur essendo rimasto neutrale durante la seconda guerra mondiale, non aveva mai nascosto le proprie simpatie per Adolf Hitler e le potenze dell’Asse.

Il Barcellona è stata la prima squadra ad eliminare il Real Madrid dalla Coppa dei Campioni. Dopo aver perso in semifinale nel 1959 (doppio 3-1 per le merengues), i catalani si sono vendicati nell’edizione successiva: 2-2 al Santiago Bernabeu, con l’inglese Arthur Ellis che assegna un rigore al Barça nonostante la bandiera alzata del guardalinee a segnalare il fuorigioco del brasiliano Evaristo, che poi avrebbe subito il fallo; 2-1 al Camp Nou, con un altro inglese, Reg Leaf, capace di annullare quattro reti, tre delle quali al Real. Un dettaglio per il barcellonismo, anzi, l’ulteriore prova che senza arbitri spagnoli il Real Madrid è molto più vulnerabile. Tipico di ogni dietrologia: gli errori in buonafede sono solo quelli a favore della propria squadra.

Talvolta il morbo colpisce la memoria. Tutti a Barcellona ricordano Josep Sunyol, presidente del Barcellona ucciso dalle milizie franchiste durante la guerra civile. Nessuna citazione invece per Antonio Ortega, presidente del Real Madrid sul finire degli anni Trenta, ex colonnello dell’esercito repubblicano, imprigionato durante il regime e inghiottito per sempre nel nulla. Per contro a Madrid tocca leggere pubblicazioni quali Historia del Fútbol Español, prodotta dal magazine destrorso Epoca, dove il Barcellona finalista di Coppa Campioni 1960 viene rinchiuso in un minuscolo box, un piccolo intruso tra pagine e pagine di magniloquenti celebrazioni dei successi madridisti. Quasi non fosse una notizia particolarmente degna di nota per il calcio spagnolo.
No, Real Madrid-Barcellona non è un derby. E’ molto di più.

Fonte: Guerin Sportivo

venerdì 11 febbraio 2011

Gli inverni del Real Madrid

Angel Di Maria è un serio candidato alla palma di colpo di mercato dell’anno nella Liga, almeno secondo il settimanale Don Balon. Il madridista, autore di un ottimo primo semestre “spagnolo”, se la gioca con i due David, rispettivamente Villa del Barcellona e Trezeguet dell’Hercules, e con il sottovalutato Borja Valero, perno del centrocampo del Villarreal. Sembra insomma che quest’anno il Real Madrid i propri soldi abbia saputo spenderli bene e, caso abbastanza raro, risparmiarli ancora meglio.
(Articolo completo su Il mondo siamo noi)

venerdì 4 febbraio 2011

Mark van Bommel could be AC Milan transfer masterstroke

The signing of Mark van Bommel could be a real masterstroke for AC Milan and quite possibly the signing of the winter transfer window. More disciplined – both on and off the pitch – than other new recruit Antonio Cassano and more experienced than fellow Dutch arrival Urby Emanuelson, van Bommel could quickly establish himself as a key player in Massimiliano Allegri’s 4-3-3 system.

Milan were searching for an experienced and top class player to strengthen a team looking at a long injury list, one which recently forced central defender Thiago Silva to play as a screening midfielder against Cesena. The Serie A giants had no doubt about the 33-year-old Van Bommel, whose contract with Bayern Munich was due to expire in June, and who had long been linked with an exit from the Allianz Arena.

Well known for his tough tackling and never-say-die attitude, the Dutchman is the kind of player modern day coaches adore, and equally one that those who still cling faithfully to beautiful football dismiss. In the present era, the holding midfielder has become a crucial part of building a team capable of performing at the highest level. In recent years, players like Esteban Cambiasso, Xabi Alonso, Gennaro Gattuso, Marcos Senna, Michael Essien and Yaya Toure have not been any less important to their team’s success than celebrated
stars such as Lionel Messi, Wesley Sneijder, David Villa, Xavi, Andres Iniesta, Kaka and Didier Drogba.

In Milan, Van Bommel will be looking for the 19th trophy of his career. Amongst others, the midfielder has won seven national titles (four with PSV Eindhoven, one with Barcelona and two with Bayern Munich) and a Champions League (in 2006 with the Catalans) so far. An impressive haul for a player who failed a trial with Ajax in the late 1990s and later left the Eredivisie at 28 years old.

Over the last four years the Dutchman has gone from zero to hero with the Holland national team. Despite making his debut on 7th October in 2000 against Cyprus, Van Bommel missed the major international tournaments until 2006. Then, after the 2006 World Cup in Germany he stated he would not continue at international level as long as coach Marco van Basten was in charge. Both had strong, but incompatible, views – once Van Bommel commented: "I knew I could never have played at my best if I’d followed Van Basten’s ideas." In Holland Van Bommel was widely criticised for his decision, especially after he jokingly declared that he would have worn a Germany shirt if it were possible.

Van Bommel returned to the national fold after his father-in-law Bert van Marwijk took over following Euro 2008 and the midfielder quickly developed into a key player for the Oranje. His ability to read the game – Van Bommel has said one of his favourite hobbies remains "to analyse on the TV the games I have just played" – and to protect the defence were vital in helping Holland reach second spot in the FIFA rankings. Under Van Marwijk, Holland have lost only one match in the last two years: the 2010 World Cup final against Spain, and only then in extra-time.

Van Marwijk has played a vital role in his son-in-law’s career, even during Van Bommel’s earlier days. When, in 1997, he was appointed coach of Fortuna Sittard, he switched Van Bommel from playing as a winger to central midfield. Van Bommel, who had joined the Limburg side in 1993, blossomed, leading Fortuna Sittard to the Dutch Cup final in 1999; the Green-Yellows lost against PSV Eindhoven. Just a few weeks later though, Van Bommel was signed by the Philips-backed club, and in 2001 and 2005 won the best Eredivisie player award. He left Eindhoven in the summer of 2005, heading for Barcelona, and departed with a double digit season of goals behind him, scoring 14 times.

The tough-tackling midfielder turned out for Barcelona for just one season, however it was enough to win a treble of La Liga, the Spanish Cup and the Champions League. "Xavi recently stated that the football they played at Barcelona was too fast for me", recalled Van Bommel in a recent interview. "I wondered how he could say this, considering that he was sidelined for six months due to a bad injury that season. I used to play in midfield with Deco and Edmilson, not with him. Of course in a team with Ronaldinho and [Samuel] Eto’o I could not be the key player, nor did I pretend I was. However, I had a great time in Spain."

Upon joining Bayern Munich, Van Bommel proved to be a key player for the Bundesliga giants, providing strength in the middle of the park. He was voted Bayern Player of the Year in the 2006/07 season and just one year later became only the second non-German captain of the Bavarian side after Søren Lerby. Van Bommel was though the first to lead the team to a domestic double, winning the Bundesliga and German Cup last season, a campaign in which Bayern Munich also reached the Champions League final.

This season though the Dutchman lost his place in Louis van Gaal’s starting line-up after he revealed he would not renew his contract with Bayern Munich, and then in January the Allianz Arena side snapped up Brazilian midfielder Luiz Gustavo from Hoffenheim; a clear sign that for Van Bommel the time had come to pack his suitcase and leave. With Milan currently topping Serie A, Van Bommel hopes to equal his Oranje team-mate Arjen Robben by winning league titles in four different countries. For the Dutchman’s journey outside his comfort zone and sheer determination it would be just reward.

Fonte: Inside Futbol

lunedì 17 gennaio 2011

Ibrahim Afellay still hot on Wesley Sneijder's heels with Barcelona move

The careers of Ibrahim Afellay and Wesley Sneijder have much in common: The two Utrecht-born players both took their first steps with local amateur clubs in the city before joining a top Dutch team and developing over time to become the best midfielders in the Eredivisie; then they moved to the Spanish league. However, the duo have only played together at international level with Holland. In fact, while the current Inter schemer wore the shirts of DOS Utrecht, Ajax and Real Madrid, his fellow Utrecht native joined Elinkwijk Utrecht, PSV Eindhoven, and now, Barcelona.

Afellay is two years younger than Sneijder; yet when the midfielder made his debut for PSV’s first team on 4th February, 2004, at the age of 17, he was widely considered the PSV Academy’s answer to Ajax’s golden youth product. In Holland, the Dutch player of Moroccan descent followed Sneijder’s footsteps, tracing his fellow Utrecht native’s progress. When Sneijder left Ajax for Real Madrid in the summer of 2007, he left as, undisputedly, the Eredivisie’s finest midfielder. In the last two seasons, Afellay has had that mantle too. The Dutch league began to seem too small for his ambition and quality. A move abroad, as it had been for Sneijder, was just a matter of time.

Of course, there are differences between the Dutchmen. 2010 was, for Sneijder, the year every player spends an idle moment dreaming about. Four trophies won – the Champions League, Serie A, Coppa Italia and FIFA Club World Cup – with Inter and reaching the World Cup final with Holland. Afellay must hope Josep Guardiola can help him to continue to replicate Sneijder and work the same wonders Jose Mourinho did with the 26-year-old.

The Afellay deal, for just €3M due to the player’s contract expiring at the end of the current campaign, arrived at just the right time for both Barcelona and PSV Eindhoven. The Catalans were looking for an attacking midfielder who could replace – if necessary – stars like Xavi or Andres Iniesta, or even be deployed on the wing. Barcelona’s poor financial situation, which was a contributory factor in their decision to take shirt sponsorship from the Qatar Foundation – the club’s debts are around €480M – however, would not allow them to snare their main target, Arsenal captain Cesc Fabregas.

Finances are a touchy subject over at the Philips Stadion too. Last summer, the Dutch side had debts of €17.5M, and could not count on Champions League income. Since 2009, PSV have been forced to shed their highest earners: Jeremie Brechet, Edison Mendez, Danko Lazovic, Timmy Simons, Andre Ooijer and Carlos Salcido have all departed. This January was Afellay’s turn, despite the fact that last August PSV turned down an offer from Hamburg, due to the midfielder’s concerns about the state of the Bundesliga club and how he would be utilised. However, with Afellay’s contract running to an end in June, PSV could not allow their star to depart for free. Barcelona’s offer was not quite as high as expected, but the Philips-backed club had to make the best of a bad situation.

Afellay bid farewell to PSV on 22nd December, 2010, in the home clash against Roda Kerkrade; he remains the best 2010/11 Eredivsie performer. The 24-year-old spent eight seasons in the first team, winning four Dutch titles, one Dutch Cup and one Johan Cruyff Schaal (the Dutch Super Cup). Moreover, in 2007, Afellay was awarded the Johan Cruyff Award for the Young Player of the Year. According to the rules of the accolade, every winner can choose the location of a Cruyff Court (a public playground which provides a safe area for local children and other members of the community). Afellay chose Al Hoceima, a Moroccan city to which his family can trace their roots.

It hasn’t been all plain sailing for Barcelona’s newest signing though. Injuries and growth spurts hampered the Dutchman during his first year as a professional. Until 2008, Afellay regularly missed between seven and ten Eredivisie matches every season due to injury niggles. For the same reason, he missed the two UEFA Under-21 Championships Holland won in 2006 and 2007. Unlucky though is a word Afellay does not want to hear: “I lost my father when I was six. My mother had to break her back to bring up her five children. So, being sidelined for a month or two is not what I would call bad luck.”

With PSV, “Ibi” – as he has become known – developed into a complete player, one who can operate in a variety of positions. In a 4-2-3-1 system, Afellay can play as an attacking midfielder, or even as a sitting midfielder – as he has this season under coach Fred Rutten, playing behind the quartet Balazs Dzsudzsak-Ola Toivonen-Jonathan Reis-Jeremain Lens. Barcelona’s new boy can also move to the left flank, as he often does for Holland, due to the concurrent presence of two genuine number 10s, Wesley Sneijder and Rafael van der Vaart. So far, Afellay has picked up 30 caps with the Oranje, although he has mostly been used as a substitute. Last October, the midfielder picked up his first two international goals in a Euro 2012 qualifier against Sweden.

Afellay’s great adventure in the Catalan capital – he is the 21st Dutch player in the history of the club – began with a article in Spanish daily El Perodico joking: “The first three balls Afellay touched during his first training session were far better than all Winston Bogarde’s performances in his time at Barcelona.”

Nobody expects Afellay to become the next Cruyff, but an impact similar to that of Marc Overmars or the De Boer brothers at the Camp Nou would be more than enough to delight the Catalan faithful. Afellay is capable of such brilliance, as he continues to track Sneijder with relish.

Fonte: Inside Futbol

giovedì 6 gennaio 2011

Afellay in Barca

Considerando Gert Bals, che Rinus Michels chiamò nella stagione 1973/74 per disputare un’amichevole con il Barcellona senza però poi ingaggiarlo, Ibrahim Afellay è l’olandese numero 21 a vestire la maglia blaugrana. In Catalogna si ricordano bene di Cruijff, Neeskens, Overmars, Frank e Ronald de Boer, Van Bronckhorst, Davids, ma purtroppo anche di Jordi Cruijff, Reiziger, Bogarde e Van Bommel (nonostante quest’ultimo sia un fior di giocatore). Il quotidiano El Periodico ha dato il benvenuto ad Afellay citando, scherzosamente, il peggior tulipano di sempre visto al Camp Nou: “Nel suo primo allenamento”, scrive il giornale catalano, “Afellay ha fatto meglio di quanto messo in mostra da Bogarde durante tutto il suo periodo nel Barcellona”. E’ iniziata così l’avventura di Ibi nella Liga spagnola: le foto di rito al Camp Nou con mamma Habiba e il fratello maggiore Ali (che di Afellay è stato come un padre, dal momento che quello vero è mancato quando Ibrahim aveva sei anni), le classiche dichiarazioni a inchiostro ancora caldo, un’atmosfera rilassata e tanti sorrisi. Da domani si comincia a fare sul serio.

Classe 86, Ibrahim Afellay è un centrocampista poliedrico capace di ricoprire diversi ruoli in diversi moduli. Ha giocato interno nel 4-3-3, trequartista centrale nel 4-2-3-1, numero 10 nel 4-5-1. Nell’ultima stagione e mezza con il Psv Eindhoven, il tecnico Fred Rutten lo ha proposto cursore centrale a fianco di un mediano nel 4-2-3-1, alle spalle di un quartetto offensivo composto dagli esterni Dszudszak e Lens, dal numero 10 Toivonen e dalla prima punta Reis (o Berg). In nazionale invece, stante il ruolo di play-maker occupato da Sneijder o Van der Vaart, il ct Van Marwijk lo schiera esterno sinistro. Proprio in questo ruolo Afellay ha realizzato, lo scorso ottobre, le sue prime due reti in maglia oranje (in 30 presenze, buona parte delle quali da subentrato), siglando una doppietta contro la Svezia nelle qualificazioni a Euro 2012. Nel 4-3-3 di Guardiola l’olandese appare come il naturale sostituto di Iniesta, ma può essere impiegato anche come vice-Xavi, oppure in fascia come vice-Villa.

Con il Psv Eindhoven Afellay ha vinto tutto: quattro titoli nazionali, una coppa e una supercoppa d’Olanda. Alla Eredivisie gli era rimasto ben poco da chiedere: talento dell’anno nel 2007, nella top tre dei giocatori dal miglior rendimento nella passata stagione, al primo posto in quella attuale, dove ha totalizzato 6 reti e 3 assist. Quando tre anni fa Wesley Sneijder lasciava l’Ajax per il Real Madrid si trovava in condizioni simili. Proprio l’attuale regista dell’Inter è stato per lungo tempo il termine di paragone di Afellay (all’epoca del suo esordio veniva considerato la risposta del vivaio del Psv a quello dell’Ajax, che aveva appunto da poco sfornato Sneijder): entrambi di Utrecht, tutti e due cresciuti in una piccola squadra locale (il DOS per Wesley, l’Elinkwijk per Ibrahim) prima di consacrarsi in una grande d’Olanda (rispettivamente Ajax e Psv), entrambi infine approdati in Spagna per il grande salto. La storia recente di Sneijder la conosciamo tutti; quella di Afellay, due anni più giovane del connazionale, è ancora da scrivere.

Afellay è costato tre milioni di euro. Una cifra tutto sommato modesta. Una cifra che il Psv non ha avuto possibilità di trattare, dal momento che rischiava seriamente di perdere il giocatore a giugno a parametro zero. Dopo il mancato trasferimento di Afellay all’Amburgo in estate (il giocatore nutriva dei dubbi sulla direzione tecnica del club anseatico), i margini di manovra erano estremamente limitati, soprattutto per un club con un debito di oltre 17 milioni di euro e privo degli introiti Champions. Un passivo risibile rispetto ai 480 milioni del Barcellona, ma stiamo parlando di due mondi diversi. Intanto i blaugrana si sono assicurati una riserva di lusso pagandola sette volte meno di Mascherano, anch’egli panchinaro. Se poi un domani Afellay si rivelerà adeguato per una maglia da titolare (e le premesse, sulla carta, ci sono), allora l’affare per il Barcellona sarà stato doppio.

Calcio spagnolo

lunedì 29 novembre 2010

La storia di Zlatan Ibrahimovic

Zlatan Ibrahimovic è un giocatore che fa discutere. Sempre. Vince il campionato da sette stagioni consecutive, risultando il più delle volte un elemento decisivo nel successo. Per qualcuno non basta. Ha chiuso la sua prima stagione a Barcellona con un bottino di 21 reti. Per qualcuno ha fatto flop. Lo svedese ha sempre pagato un carattere poco malleabile, non avvezzo a lisciare il pelo a chicchessia. Avere un procuratore come Mino Raiola non regala punti alla voce “simpatia”. Il tourbillon continuo di maglie nemmeno. Lo dipingono come un mercenario, ma non risulta che gli Zanetti di turno giochino per beneficenza. E una società calcistica non è propriamente paragonabile alla patria. Il polverone attorno al personaggio non aiuta un giudizio sereno sul giocatore. Raramente negli ultimi anni si è vista una simile fusione tra tecnica, rapidità e potenza fisica. Con Ibrahimovic la Serie A riacquista un campione. Magari con un ego “grande quanto Stoccolma” (copyright di Johnny Gyllensjo, allenatore di Ibra nelle giovanili del Malmö), ma pur sempre un giocatore di altissimo profilo. Questa è la sua storia.

Le spine di Rosengård
144mila euro rappresentano per il piccolo FBK Balkan il budget di cinque anni. Questa società, le cui selezioni - un crogiuolo di serbi, croati, montenegrini e bosniaci - sembrano una Jugoslavia in miniatura, ha ricevuto tale somma in un’unica soluzione direttamente dal Barcellona. Merito della clausola di solidarietà della FIFA, che riconosce una piccola percentuale al club che ha “allevato” il campione oggetto di un trasferimento milionario, ma anche della magnanimità del Barcellona, che per Zlatan Ibrahimovic ha versato nelle casse dell’Inter 66 milioni di euro (45 cash, il resto nella persona di Samuel Eto’o). L’FBK Balkan è stata una delle primissime squadre del ragazzo “dorato” (questo il significato di Zlatan in bosniaco), nato il 3 ottobre 1981 dal bosniaco Sefik e dalla croata Djurka, fuggiti nei primi anni Settanta da Bijeljina, Bosnia-Erzegovina, alla ricerca di un futuro migliore. Quello che li aspettava erano mille impieghi saltuari e un poco confortevole appartamento in un prefabbricato in Commons Vag, quartiere di Rosengård, periferia di Malmö. Una zona ad alto tasso di immigrazione e bassa percentuale di occupazione. Asfalto, cemento, un campetto di terra scura con le porte arrugginite: in poche parole, l’infanzia di Ibrahimovic. FBK Balkan, Malmö BI (oggi rinominata Fc Rosengård), Flagg; la sua carriera calcistica inizia invece da questi piccoli club. Hasib Klikic, uno dei suoi primi allenatori, lo ricorda così: “Con la palla tra i piedi tentava di fare di tutto, dribbling, finte, colpi ad effetto. In campo giocava come fosse da solo, non si fidava di compagni che percepiva nettamente inferiori a livello tecnico. Ma non potevo nemmeno rimproverarlo troppo, perché segnava sempre”. La leggenda narra che in una partita contro il Vellinge entra nella ripresa, con la sua squadra sotto di quattro reti, e ne segna otto. Era un campionato per under-12, lui aveva 10 anni.

Il cielo è sempre più blu
“Zlatan Ibrahimovic ha regalato un’identità alla gente di Rosengård”. Tra gli immigrati di Malmö circola questa massima. Un’esagerazione? No. Qualche anno fa una piccola piazza nei pressi dei palazzi dove il nostro ha trascorso la sua infanzia è stata rinnovata grazie a un progetto, che prevedeva una pavimentazione fatta con materiale ricavato dal riciclo delle suole di migliaia di scarpe da calcio, presentato da un’azienda locale con l’aiuto del giocatore e di uno dei suoi sponsor, la Nike. All’inaugurazione, assieme a Ibra, c’erano oltre cinquemila persone. Eppure la storia di Zlatan Ibrahimovic sarebbe probabilmente stata molto diversa se all’età di quindici anni non avesse incontrato Johnny Gyllensjo, oggi ispettore presso il Dipartimento Anticrimine della polizia di Malmö, all’epoca allenatore delle giovanili degli Himmelsblått (Blu cielo). “Lascio la squadra”, gli disse un giorno Zlatan durante un allenamento. Il motivo aveva un nome e un cognome, Tony Flygare, amico, compagno di squadra nonché attaccante dalle medie realizzative altissime che oscuravano quelle del ragazzo di origini bosniache, tanto da soffiargli il posto nelle nazionali giovanili svedesi under-16 e under-17. Ci vogliono tutta la pazienza e l’esperienza di Gyllensjo per far desistere Ibra. “A quell’età ciò che conta agli occhi dei ragazzi è segnare, io gli feci capire che il calcio è molto di più. Gli dissi di lasciar perdere la quantità, perché lui era uno dei pochi che aveva il dono della qualità. Flygare non è mai andato oltre le serie minori”. Nel 1999 Roland Anderssons aggrega il giovane ragazzo dal carattere difficile (ma in Svezia circola un proverbio che recita “un ragazzo si tiene lontano il fuoco solo quando si è scottato”) alla prima squadra del Malmö. L’anno successivo chiude in doppia cifra - 12 reti - nel Superettan (la Serie B svedese), e si vede recapitare a casa un pacco contenente la maglia numero nove dell’Arsenal. Sul retro c’è scritto “Zlatan”. E’ il personale invito di Arsene Wenger a raggiungerlo a Londra. Respinto. La destinazione di Zlatan è l’Olanda.

Un amico vero
Leo Beenhakker non aveva dubbi: quel lungagnone svedese era un giocatore da Ajax, pertanto la dirigenza ajacide non avrebbe dovuto spaventarsi di fronte al notevole esborso, 7.8 milioni di euro, che le era stato prospettato. Ad Amsterdam si fidano, mentre la stampa inizia a caricare i fucili. E dopo i primi difficili mesi di Zlatan in maglia biancorossa, apre il fuoco. Non vede la porta, non gioca per la squadra, prende troppi cartellini. Anche tra i tifosi dell’Ajax serpeggia il malumore. Ci vorrà quasi un anno per far decollare il rapporto. La scintilla scocca sul finire della stagione 2001/02; l’Ajax vince il titolo, Zlatan segna la rete decisiva nella finale di Coppa d’Olanda. Fondamentale, a detta dello stesso giocatore, il supporto di Beenhakker, definito “profondo conoscitore di calcio, ma anche vero amico”. Non sono parole di circostanza. L’abbraccio tra i due in Germania nel Mondiale 2006 al termine di Svezia-Trinidad e Tobago vale più di mille parole. Rotto il ghiaccio, Ibra comincia a carburare. Doppietta al Lione all’esordio in Champions League, avventura che per un Ajax traboccante di talento (Chivu, Sneijder, Van der Meyde, Nigel de Jong, Van der Vaart) si concluderà solamente ai quarti di finale al termine di uno sfortunato doppio confronto con il Milan. Gli ajacidi si rifanno l’anno seguente con un nuovo titolo nazionale; è il 2004, e da quel momento Ibrahimovic non ha più smesso di chiudere le stagioni al primo posto. Gol, giocate ma anche litigi; l’ex amico Mido gli tira un paio di forbici in una stanza d’albergo, con Heitinga e Van der Vaart l’ostilità cresce giorno dopo giorno. “Ci detestiamo”, dichiara Van der Vaart, “ma in campo non si vede, e questo è ciò che conta”. L’importante però è indossare la stessa maglia. Lo impara a sue spese l’olandese durante un’amichevole tra Olanda e Svezia, quando Ibrahimovic lo tocca duro costringendolo ad uscire dal campo. Tre settimane dopo lascia Amsterdam per l’Italia. La Eredivisie è già iniziata, lui si congeda con tre reti in altrettante partite e uno splendido assolo alla prima giornata contro il Nac Breda, in seguito votato miglior gol del campionato olandese 2004/2005.

Bell’Italia
“Ma dove vuole andare con quel nome da zingaro?”. Nel 2003 qualcuno della Roma bocciò così l’acquisto di Ibrahimovic, segnalato dal Nils Liedholm. Ecco quindi, un anno e mezzo dopo, la Juventus. 16.5 milioni di euro e un impatto super nella nuova realtà: tanti gol (16, cifra mai raggiunta prima in Olanda), numeri di alta scuola ma anche concretezza. “In allenamento dobbiamo metterci in sei per portargli via la palla”, commenta Emerson. “Io faccio con un’arancia quello che John Carew fa con un pallone”, risponde Ibra a quelli che, come il citato attaccante norvegese, provano a mettere in dubbio le sue qualità. Un pestone a Cordoba ed una testata a Mihalijovic aggiornano invece la sua fama di personaggio irritabile. Soffre però in campo internazionale: non incide in Champions, e anche con la maglia della Svezia fatica a fare la differenza, tanto che ad oggi si può tranquillamente affermare che il colpo di taekwondo (arte marziale da lui praticata) che infila Buffon a Euro 2004 rimane il suo momento migliore. Nel frattempo però sono passati due Mondiali (a quello del 2010 la Svezia non si è nemmeno qualificata anche a causa della sua latitanza in attacco) e un Europeo (quello del 2008, giocato discretamente a dispetto delle precarie condizioni fisiche). Il top a livello di rendimento Ibrahimovic lo raggiunge però nel triennio all’Inter. In nerazzurro ci approda grazie a Calciopoli. La Juventus, retrocessa in Serie B, lo vende nell’estate 2006 per 24.8 milioni di euro. In tre stagioni realizza 57 reti in campionato, raggiungendo la punta massima di 25 nel campionato 2008/09, il primo sotto la guida Josè Mourinho. In quello precedente una sua doppietta al Parma aveva regalato all’Inter il sofferto scudetto numero sedici (o quindici, dipende dai punti di vista). Fuori dal campo, Ibra soffre di nostalgia (nel 2007, controversa intervista a Libero su Luciano Moggi) e di mal di pancia (nel 2009, quando è ormai deciso a levare le tende da Milano). Contro quest’ultimo sintomo la cura è rappresentata da una maglia color blaugrana.

Filosofi e professori
Credeva di aver firmato per il Fc Barcellona, invece si è ritrovato nel Fc Guardiola. Questo è il sunto dell’Ibra-pensiero al termine di un’annata non facile, in cui non sono mancati i gol né le giocate, ma dove lo svedese non ha inciso sui destini della squadra come era abituato a fare con Ajax, Juventus e Inter. Un problema innanzitutto tattico; il Barcellona non giocava un calcio adatto al suo stile di gioco, spesso paragonabile a “improvvisazioni jazz” (copyright Björn Ranelid, scrittore), ma soprattutto non giocava per lui. Poi c’era l’aspetto mediatico, con il costante tentativo da parte di certa carta stampata di creare un dualismo -in realtà inesistente- tra lui e Messi (“la stampa svedese è terribile; da quando sono a Barcellona in sala stampa c’erano più giornalisti di cronaca rosa che sportivi”). Infine la questione-Guardiola; tra i due relazioni sempre ai minimi termini e comunicazione pressoché nulla. Solamente con Co Adriaanse durante il suo primo anno all’Ajax Ibrahimovic aveva avuto un rapporto così freddo con un allenatore. Alla fine Zlatan non chiama più Guardiola nemmeno per nome; nelle interviste diventa “il filosofo”. Per il tecnico spagnolo Ibra è invece un pacco, indesiderato fin dal giorno del suo arrivo, del quale sbarazzarsi il prima possibile. Il resto è storia dei giorni nostri. Il Milan, doppietta all’esordio in Champions, immediata lite con Arrigo Sacchi in diretta tv: “tu parli troppo, se non ti piace il mio modo di giocare non guardarmi”. Zlatan Ibrahimovic continua ad essere un giocatore che fa discutere. Sempre.

Fonte: Calcio 2000

mercoledì 6 ottobre 2010

L'olandese che non ti aspetti

Non sono poi molti i giocatori capaci di avere un forte impatto sulla partita nonostante abbiano a disposizione una manciata scarsa di minuti. L’exploit di Jeffrey Sarpong nell’ultima giornata della Liga spagnola è però meno sorprendente di quello che potrebbe sembrare, almeno per chi conosce il giocatore, la cui fama però è pressoché nulla al di fuori del suo paese di origine, l’Olanda. Prima, però, un rapido cenno ai fatti.

Real Sociedad-Espanyol stava stancamente avvicinandosi verso un pareggio a reti inviolate, quando il tecnico dei baschi Martin Lasarte decide di gettare nella mischia Sarpong, uno degli acquisti estivi del club di San Sebastian. Mancano dieci minuti al fischio finale. Schierato largo a sinistra nel 4231, il giocatore “azzanna” la partita, proponendosi nello spazio e puntando l’uomo in continuazione, fino a trovare l’episodio vincente calciando un siluro su punizione che, dopo essersi stampato sul palo, provoca l’autorete di Juan Forlìn. Per la Real Sociedad si tratta del secondo successo in campionato.

Sarpong possiede le qualità per non essere un semplice fuoco di paglia. Centrocampista offensivo classe 1988, a dieci anni era già nel vivaio dell’Ajax grazie al programma televisivo Willem Wever. A 17 Danny Blind lo fa debuttare in prima squadra, ma la concorrenza nel suo ruolo, quello di numero 10 alle spalle del tridente, è sempre molto, troppo affollata. Nemmeno l’arrivo di Marco van Basten, suo estimatore ai tempi delle giovanili, cambia le cose, regalandogli solo brandelli di partita. In quattro anni e mezzo Sarpong ne colleziona appena venti.

Si cambia aria nel gennaio 2010, per un prestito al Nec Nijmegen. Sarpong si piazza in cabina di regia. Prove generali in Coppa d’Olanda, dove è il migliore di un Nec che sfiora il colpaccio all’Amsterdam Arena. Poi arriva il 4-2 al Nac Breda; quattro reti del Nec, quattro assist di Sarpong, che eguaglia il primato del maggior numero di passaggi gol effettuati da un giocatore in un singolo incontro stabilito il 19 ottobre da Andy van der Meyde in un Ajax-Az 6-2.

Tornato all’Ajax, la musica però non cambia. Jol lo prova come ala destra, perché nel suo ruolo ci sono già Siem de Jong, Christian Eriksen e Nicolas Lodeiro. Meglio emigrare, e la Liga è indubbiamente un ottimo approdo. Una volta Sarpong ha dichiarato che sarà soddisfatto solo dopo aver avuto una carriera alla Kakà. L’importante è che non ne abbia una alla Van der Meyde.

mercoledì 8 settembre 2010

Le fatiche dell'Hercules

Speciale "Figli di un gol minore" (3)

Esteban Vigo è un allenatore a cui piacciono le sfide. Così, dopo aver condotto lo Xerez alla promozione nella Liga, ha deciso di tornare in Segunda Division per sedersi sulla panchina di una società che, a partire dalla stagione 1996-97, aveva cambiato la bellezza di ventidue allenatori. Tale data non è casuale; quell’anno l’Hercules di Alicante aveva salutato per l’ultima volta la massima divisione spagnola. Nemmeno espugnare 3-2 il Camp Nou era servito, se non a far perdere il titolo nazionale al Barcellona. L’Hercules retrocedeva e si apprestava a cominciare un decennio di sconsolante mediocrità, caratterizzato anche da cinque campionati in Segunda Division B, il terzo livello del calcio spagnolo. Agli Herculanos non restava che annegare i dispiaceri nella nostalgia, ripercorrendo con la memoria i fasti degli anni Settanta e l’era di Don Josè Rico Perez, quando l’Hercules stazionava nei piani alti della Liga e falliva la qualificazione alle coppe europee solamente a causa della differenza reti.

Poco meno di trent’anni dopo, invece, l’arrivo a pari punti ha premiato l’Hercules, classificatosi al secondo posto della Segunda Division in coabitazione con Levante e Betis Siviglia, e alle spalle della sola Real Sociedad. Nella classifica avulsa è stato il Betis ad avere la peggio, e così Vigo ha potuto vincere la sua scommessa. L’esperienza ha rappresentato un fattore chiave nella grande stagione del club di Alicante.

Gente quala l’ex interista Javier Farinos, Francisco Rufete, Tote (promessa mancata del vivaio del Real Madrid), Juan Calatayud, Andrija Delibasic, Noe Pamarot e Ionel Danciulescu (33 anni, miglior marcatore stagionale della squadra) non è certo di primo pelo. Senza dimenticare l’arrivo lo scorso dicembre di Javier Portillo, altro ex enfant prodige delle Merengues autore di una carriera tanto indecifrabile quanto deludente. Eppure, pur non avendo fatto sfracelli nemmeno sulla Costa Blanca, è stato proprio Portillo ad aprire le marcature nel successo in casa del Real Uniòn all’ultima giornata, che ha garantito all’Hercules la matematica promozione nella Liga. Ad Alicante si è così potuto dare inizio ad una festa durante tutta la notte, culminata con il tradizionale bagno collettivo nella fontana della Plaza de los Luceros.

Fonte: Calcio 2000