Il nuovo Pelè del calcio USA è finito ad allenarsi nello Jutland.
(Articolo completo su Il mondo siamo noi).
martedì 30 novembre 2010
lunedì 29 novembre 2010
La storia di Zlatan Ibrahimovic
Zlatan Ibrahimovic è un giocatore che fa discutere. Sempre. Vince il campionato da sette stagioni consecutive, risultando il più delle volte un elemento decisivo nel successo. Per qualcuno non basta. Ha chiuso la sua prima stagione a Barcellona con un bottino di 21 reti. Per qualcuno ha fatto flop. Lo svedese ha sempre pagato un carattere poco malleabile, non avvezzo a lisciare il pelo a chicchessia. Avere un procuratore come Mino Raiola non regala punti alla voce “simpatia”. Il tourbillon continuo di maglie nemmeno. Lo dipingono come un mercenario, ma non risulta che gli Zanetti di turno giochino per beneficenza. E una società calcistica non è propriamente paragonabile alla patria. Il polverone attorno al personaggio non aiuta un giudizio sereno sul giocatore. Raramente negli ultimi anni si è vista una simile fusione tra tecnica, rapidità e potenza fisica. Con Ibrahimovic la Serie A riacquista un campione. Magari con un ego “grande quanto Stoccolma” (copyright di Johnny Gyllensjo, allenatore di Ibra nelle giovanili del Malmö), ma pur sempre un giocatore di altissimo profilo. Questa è la sua storia.
Le spine di Rosengård
144mila euro rappresentano per il piccolo FBK Balkan il budget di cinque anni. Questa società, le cui selezioni - un crogiuolo di serbi, croati, montenegrini e bosniaci - sembrano una Jugoslavia in miniatura, ha ricevuto tale somma in un’unica soluzione direttamente dal Barcellona. Merito della clausola di solidarietà della FIFA, che riconosce una piccola percentuale al club che ha “allevato” il campione oggetto di un trasferimento milionario, ma anche della magnanimità del Barcellona, che per Zlatan Ibrahimovic ha versato nelle casse dell’Inter 66 milioni di euro (45 cash, il resto nella persona di Samuel Eto’o). L’FBK Balkan è stata una delle primissime squadre del ragazzo “dorato” (questo il significato di Zlatan in bosniaco), nato il 3 ottobre 1981 dal bosniaco Sefik e dalla croata Djurka, fuggiti nei primi anni Settanta da Bijeljina, Bosnia-Erzegovina, alla ricerca di un futuro migliore. Quello che li aspettava erano mille impieghi saltuari e un poco confortevole appartamento in un prefabbricato in Commons Vag, quartiere di Rosengård, periferia di Malmö. Una zona ad alto tasso di immigrazione e bassa percentuale di occupazione. Asfalto, cemento, un campetto di terra scura con le porte arrugginite: in poche parole, l’infanzia di Ibrahimovic. FBK Balkan, Malmö BI (oggi rinominata Fc Rosengård), Flagg; la sua carriera calcistica inizia invece da questi piccoli club. Hasib Klikic, uno dei suoi primi allenatori, lo ricorda così: “Con la palla tra i piedi tentava di fare di tutto, dribbling, finte, colpi ad effetto. In campo giocava come fosse da solo, non si fidava di compagni che percepiva nettamente inferiori a livello tecnico. Ma non potevo nemmeno rimproverarlo troppo, perché segnava sempre”. La leggenda narra che in una partita contro il Vellinge entra nella ripresa, con la sua squadra sotto di quattro reti, e ne segna otto. Era un campionato per under-12, lui aveva 10 anni.
Il cielo è sempre più blu
“Zlatan Ibrahimovic ha regalato un’identità alla gente di Rosengård”. Tra gli immigrati di Malmö circola questa massima. Un’esagerazione? No. Qualche anno fa una piccola piazza nei pressi dei palazzi dove il nostro ha trascorso la sua infanzia è stata rinnovata grazie a un progetto, che prevedeva una pavimentazione fatta con materiale ricavato dal riciclo delle suole di migliaia di scarpe da calcio, presentato da un’azienda locale con l’aiuto del giocatore e di uno dei suoi sponsor, la Nike. All’inaugurazione, assieme a Ibra, c’erano oltre cinquemila persone. Eppure la storia di Zlatan Ibrahimovic sarebbe probabilmente stata molto diversa se all’età di quindici anni non avesse incontrato Johnny Gyllensjo, oggi ispettore presso il Dipartimento Anticrimine della polizia di Malmö, all’epoca allenatore delle giovanili degli Himmelsblått (Blu cielo). “Lascio la squadra”, gli disse un giorno Zlatan durante un allenamento. Il motivo aveva un nome e un cognome, Tony Flygare, amico, compagno di squadra nonché attaccante dalle medie realizzative altissime che oscuravano quelle del ragazzo di origini bosniache, tanto da soffiargli il posto nelle nazionali giovanili svedesi under-16 e under-17. Ci vogliono tutta la pazienza e l’esperienza di Gyllensjo per far desistere Ibra. “A quell’età ciò che conta agli occhi dei ragazzi è segnare, io gli feci capire che il calcio è molto di più. Gli dissi di lasciar perdere la quantità, perché lui era uno dei pochi che aveva il dono della qualità. Flygare non è mai andato oltre le serie minori”. Nel 1999 Roland Anderssons aggrega il giovane ragazzo dal carattere difficile (ma in Svezia circola un proverbio che recita “un ragazzo si tiene lontano il fuoco solo quando si è scottato”) alla prima squadra del Malmö. L’anno successivo chiude in doppia cifra - 12 reti - nel Superettan (la Serie B svedese), e si vede recapitare a casa un pacco contenente la maglia numero nove dell’Arsenal. Sul retro c’è scritto “Zlatan”. E’ il personale invito di Arsene Wenger a raggiungerlo a Londra. Respinto. La destinazione di Zlatan è l’Olanda.
Un amico vero
Leo Beenhakker non aveva dubbi: quel lungagnone svedese era un giocatore da Ajax, pertanto la dirigenza ajacide non avrebbe dovuto spaventarsi di fronte al notevole esborso, 7.8 milioni di euro, che le era stato prospettato. Ad Amsterdam si fidano, mentre la stampa inizia a caricare i fucili. E dopo i primi difficili mesi di Zlatan in maglia biancorossa, apre il fuoco. Non vede la porta, non gioca per la squadra, prende troppi cartellini. Anche tra i tifosi dell’Ajax serpeggia il malumore. Ci vorrà quasi un anno per far decollare il rapporto. La scintilla scocca sul finire della stagione 2001/02; l’Ajax vince il titolo, Zlatan segna la rete decisiva nella finale di Coppa d’Olanda. Fondamentale, a detta dello stesso giocatore, il supporto di Beenhakker, definito “profondo conoscitore di calcio, ma anche vero amico”. Non sono parole di circostanza. L’abbraccio tra i due in Germania nel Mondiale 2006 al termine di Svezia-Trinidad e Tobago vale più di mille parole. Rotto il ghiaccio, Ibra comincia a carburare. Doppietta al Lione all’esordio in Champions League, avventura che per un Ajax traboccante di talento (Chivu, Sneijder, Van der Meyde, Nigel de Jong, Van der Vaart) si concluderà solamente ai quarti di finale al termine di uno sfortunato doppio confronto con il Milan. Gli ajacidi si rifanno l’anno seguente con un nuovo titolo nazionale; è il 2004, e da quel momento Ibrahimovic non ha più smesso di chiudere le stagioni al primo posto. Gol, giocate ma anche litigi; l’ex amico Mido gli tira un paio di forbici in una stanza d’albergo, con Heitinga e Van der Vaart l’ostilità cresce giorno dopo giorno. “Ci detestiamo”, dichiara Van der Vaart, “ma in campo non si vede, e questo è ciò che conta”. L’importante però è indossare la stessa maglia. Lo impara a sue spese l’olandese durante un’amichevole tra Olanda e Svezia, quando Ibrahimovic lo tocca duro costringendolo ad uscire dal campo. Tre settimane dopo lascia Amsterdam per l’Italia. La Eredivisie è già iniziata, lui si congeda con tre reti in altrettante partite e uno splendido assolo alla prima giornata contro il Nac Breda, in seguito votato miglior gol del campionato olandese 2004/2005.
Bell’Italia
“Ma dove vuole andare con quel nome da zingaro?”. Nel 2003 qualcuno della Roma bocciò così l’acquisto di Ibrahimovic, segnalato dal Nils Liedholm. Ecco quindi, un anno e mezzo dopo, la Juventus. 16.5 milioni di euro e un impatto super nella nuova realtà: tanti gol (16, cifra mai raggiunta prima in Olanda), numeri di alta scuola ma anche concretezza. “In allenamento dobbiamo metterci in sei per portargli via la palla”, commenta Emerson. “Io faccio con un’arancia quello che John Carew fa con un pallone”, risponde Ibra a quelli che, come il citato attaccante norvegese, provano a mettere in dubbio le sue qualità. Un pestone a Cordoba ed una testata a Mihalijovic aggiornano invece la sua fama di personaggio irritabile. Soffre però in campo internazionale: non incide in Champions, e anche con la maglia della Svezia fatica a fare la differenza, tanto che ad oggi si può tranquillamente affermare che il colpo di taekwondo (arte marziale da lui praticata) che infila Buffon a Euro 2004 rimane il suo momento migliore. Nel frattempo però sono passati due Mondiali (a quello del 2010 la Svezia non si è nemmeno qualificata anche a causa della sua latitanza in attacco) e un Europeo (quello del 2008, giocato discretamente a dispetto delle precarie condizioni fisiche). Il top a livello di rendimento Ibrahimovic lo raggiunge però nel triennio all’Inter. In nerazzurro ci approda grazie a Calciopoli. La Juventus, retrocessa in Serie B, lo vende nell’estate 2006 per 24.8 milioni di euro. In tre stagioni realizza 57 reti in campionato, raggiungendo la punta massima di 25 nel campionato 2008/09, il primo sotto la guida Josè Mourinho. In quello precedente una sua doppietta al Parma aveva regalato all’Inter il sofferto scudetto numero sedici (o quindici, dipende dai punti di vista). Fuori dal campo, Ibra soffre di nostalgia (nel 2007, controversa intervista a Libero su Luciano Moggi) e di mal di pancia (nel 2009, quando è ormai deciso a levare le tende da Milano). Contro quest’ultimo sintomo la cura è rappresentata da una maglia color blaugrana.
Filosofi e professori
Credeva di aver firmato per il Fc Barcellona, invece si è ritrovato nel Fc Guardiola. Questo è il sunto dell’Ibra-pensiero al termine di un’annata non facile, in cui non sono mancati i gol né le giocate, ma dove lo svedese non ha inciso sui destini della squadra come era abituato a fare con Ajax, Juventus e Inter. Un problema innanzitutto tattico; il Barcellona non giocava un calcio adatto al suo stile di gioco, spesso paragonabile a “improvvisazioni jazz” (copyright Björn Ranelid, scrittore), ma soprattutto non giocava per lui. Poi c’era l’aspetto mediatico, con il costante tentativo da parte di certa carta stampata di creare un dualismo -in realtà inesistente- tra lui e Messi (“la stampa svedese è terribile; da quando sono a Barcellona in sala stampa c’erano più giornalisti di cronaca rosa che sportivi”). Infine la questione-Guardiola; tra i due relazioni sempre ai minimi termini e comunicazione pressoché nulla. Solamente con Co Adriaanse durante il suo primo anno all’Ajax Ibrahimovic aveva avuto un rapporto così freddo con un allenatore. Alla fine Zlatan non chiama più Guardiola nemmeno per nome; nelle interviste diventa “il filosofo”. Per il tecnico spagnolo Ibra è invece un pacco, indesiderato fin dal giorno del suo arrivo, del quale sbarazzarsi il prima possibile. Il resto è storia dei giorni nostri. Il Milan, doppietta all’esordio in Champions, immediata lite con Arrigo Sacchi in diretta tv: “tu parli troppo, se non ti piace il mio modo di giocare non guardarmi”. Zlatan Ibrahimovic continua ad essere un giocatore che fa discutere. Sempre.
Fonte: Calcio 2000
Le spine di Rosengård
144mila euro rappresentano per il piccolo FBK Balkan il budget di cinque anni. Questa società, le cui selezioni - un crogiuolo di serbi, croati, montenegrini e bosniaci - sembrano una Jugoslavia in miniatura, ha ricevuto tale somma in un’unica soluzione direttamente dal Barcellona. Merito della clausola di solidarietà della FIFA, che riconosce una piccola percentuale al club che ha “allevato” il campione oggetto di un trasferimento milionario, ma anche della magnanimità del Barcellona, che per Zlatan Ibrahimovic ha versato nelle casse dell’Inter 66 milioni di euro (45 cash, il resto nella persona di Samuel Eto’o). L’FBK Balkan è stata una delle primissime squadre del ragazzo “dorato” (questo il significato di Zlatan in bosniaco), nato il 3 ottobre 1981 dal bosniaco Sefik e dalla croata Djurka, fuggiti nei primi anni Settanta da Bijeljina, Bosnia-Erzegovina, alla ricerca di un futuro migliore. Quello che li aspettava erano mille impieghi saltuari e un poco confortevole appartamento in un prefabbricato in Commons Vag, quartiere di Rosengård, periferia di Malmö. Una zona ad alto tasso di immigrazione e bassa percentuale di occupazione. Asfalto, cemento, un campetto di terra scura con le porte arrugginite: in poche parole, l’infanzia di Ibrahimovic. FBK Balkan, Malmö BI (oggi rinominata Fc Rosengård), Flagg; la sua carriera calcistica inizia invece da questi piccoli club. Hasib Klikic, uno dei suoi primi allenatori, lo ricorda così: “Con la palla tra i piedi tentava di fare di tutto, dribbling, finte, colpi ad effetto. In campo giocava come fosse da solo, non si fidava di compagni che percepiva nettamente inferiori a livello tecnico. Ma non potevo nemmeno rimproverarlo troppo, perché segnava sempre”. La leggenda narra che in una partita contro il Vellinge entra nella ripresa, con la sua squadra sotto di quattro reti, e ne segna otto. Era un campionato per under-12, lui aveva 10 anni.
Il cielo è sempre più blu
“Zlatan Ibrahimovic ha regalato un’identità alla gente di Rosengård”. Tra gli immigrati di Malmö circola questa massima. Un’esagerazione? No. Qualche anno fa una piccola piazza nei pressi dei palazzi dove il nostro ha trascorso la sua infanzia è stata rinnovata grazie a un progetto, che prevedeva una pavimentazione fatta con materiale ricavato dal riciclo delle suole di migliaia di scarpe da calcio, presentato da un’azienda locale con l’aiuto del giocatore e di uno dei suoi sponsor, la Nike. All’inaugurazione, assieme a Ibra, c’erano oltre cinquemila persone. Eppure la storia di Zlatan Ibrahimovic sarebbe probabilmente stata molto diversa se all’età di quindici anni non avesse incontrato Johnny Gyllensjo, oggi ispettore presso il Dipartimento Anticrimine della polizia di Malmö, all’epoca allenatore delle giovanili degli Himmelsblått (Blu cielo). “Lascio la squadra”, gli disse un giorno Zlatan durante un allenamento. Il motivo aveva un nome e un cognome, Tony Flygare, amico, compagno di squadra nonché attaccante dalle medie realizzative altissime che oscuravano quelle del ragazzo di origini bosniache, tanto da soffiargli il posto nelle nazionali giovanili svedesi under-16 e under-17. Ci vogliono tutta la pazienza e l’esperienza di Gyllensjo per far desistere Ibra. “A quell’età ciò che conta agli occhi dei ragazzi è segnare, io gli feci capire che il calcio è molto di più. Gli dissi di lasciar perdere la quantità, perché lui era uno dei pochi che aveva il dono della qualità. Flygare non è mai andato oltre le serie minori”. Nel 1999 Roland Anderssons aggrega il giovane ragazzo dal carattere difficile (ma in Svezia circola un proverbio che recita “un ragazzo si tiene lontano il fuoco solo quando si è scottato”) alla prima squadra del Malmö. L’anno successivo chiude in doppia cifra - 12 reti - nel Superettan (la Serie B svedese), e si vede recapitare a casa un pacco contenente la maglia numero nove dell’Arsenal. Sul retro c’è scritto “Zlatan”. E’ il personale invito di Arsene Wenger a raggiungerlo a Londra. Respinto. La destinazione di Zlatan è l’Olanda.
Un amico vero
Leo Beenhakker non aveva dubbi: quel lungagnone svedese era un giocatore da Ajax, pertanto la dirigenza ajacide non avrebbe dovuto spaventarsi di fronte al notevole esborso, 7.8 milioni di euro, che le era stato prospettato. Ad Amsterdam si fidano, mentre la stampa inizia a caricare i fucili. E dopo i primi difficili mesi di Zlatan in maglia biancorossa, apre il fuoco. Non vede la porta, non gioca per la squadra, prende troppi cartellini. Anche tra i tifosi dell’Ajax serpeggia il malumore. Ci vorrà quasi un anno per far decollare il rapporto. La scintilla scocca sul finire della stagione 2001/02; l’Ajax vince il titolo, Zlatan segna la rete decisiva nella finale di Coppa d’Olanda. Fondamentale, a detta dello stesso giocatore, il supporto di Beenhakker, definito “profondo conoscitore di calcio, ma anche vero amico”. Non sono parole di circostanza. L’abbraccio tra i due in Germania nel Mondiale 2006 al termine di Svezia-Trinidad e Tobago vale più di mille parole. Rotto il ghiaccio, Ibra comincia a carburare. Doppietta al Lione all’esordio in Champions League, avventura che per un Ajax traboccante di talento (Chivu, Sneijder, Van der Meyde, Nigel de Jong, Van der Vaart) si concluderà solamente ai quarti di finale al termine di uno sfortunato doppio confronto con il Milan. Gli ajacidi si rifanno l’anno seguente con un nuovo titolo nazionale; è il 2004, e da quel momento Ibrahimovic non ha più smesso di chiudere le stagioni al primo posto. Gol, giocate ma anche litigi; l’ex amico Mido gli tira un paio di forbici in una stanza d’albergo, con Heitinga e Van der Vaart l’ostilità cresce giorno dopo giorno. “Ci detestiamo”, dichiara Van der Vaart, “ma in campo non si vede, e questo è ciò che conta”. L’importante però è indossare la stessa maglia. Lo impara a sue spese l’olandese durante un’amichevole tra Olanda e Svezia, quando Ibrahimovic lo tocca duro costringendolo ad uscire dal campo. Tre settimane dopo lascia Amsterdam per l’Italia. La Eredivisie è già iniziata, lui si congeda con tre reti in altrettante partite e uno splendido assolo alla prima giornata contro il Nac Breda, in seguito votato miglior gol del campionato olandese 2004/2005.
Bell’Italia
“Ma dove vuole andare con quel nome da zingaro?”. Nel 2003 qualcuno della Roma bocciò così l’acquisto di Ibrahimovic, segnalato dal Nils Liedholm. Ecco quindi, un anno e mezzo dopo, la Juventus. 16.5 milioni di euro e un impatto super nella nuova realtà: tanti gol (16, cifra mai raggiunta prima in Olanda), numeri di alta scuola ma anche concretezza. “In allenamento dobbiamo metterci in sei per portargli via la palla”, commenta Emerson. “Io faccio con un’arancia quello che John Carew fa con un pallone”, risponde Ibra a quelli che, come il citato attaccante norvegese, provano a mettere in dubbio le sue qualità. Un pestone a Cordoba ed una testata a Mihalijovic aggiornano invece la sua fama di personaggio irritabile. Soffre però in campo internazionale: non incide in Champions, e anche con la maglia della Svezia fatica a fare la differenza, tanto che ad oggi si può tranquillamente affermare che il colpo di taekwondo (arte marziale da lui praticata) che infila Buffon a Euro 2004 rimane il suo momento migliore. Nel frattempo però sono passati due Mondiali (a quello del 2010 la Svezia non si è nemmeno qualificata anche a causa della sua latitanza in attacco) e un Europeo (quello del 2008, giocato discretamente a dispetto delle precarie condizioni fisiche). Il top a livello di rendimento Ibrahimovic lo raggiunge però nel triennio all’Inter. In nerazzurro ci approda grazie a Calciopoli. La Juventus, retrocessa in Serie B, lo vende nell’estate 2006 per 24.8 milioni di euro. In tre stagioni realizza 57 reti in campionato, raggiungendo la punta massima di 25 nel campionato 2008/09, il primo sotto la guida Josè Mourinho. In quello precedente una sua doppietta al Parma aveva regalato all’Inter il sofferto scudetto numero sedici (o quindici, dipende dai punti di vista). Fuori dal campo, Ibra soffre di nostalgia (nel 2007, controversa intervista a Libero su Luciano Moggi) e di mal di pancia (nel 2009, quando è ormai deciso a levare le tende da Milano). Contro quest’ultimo sintomo la cura è rappresentata da una maglia color blaugrana.
Filosofi e professori
Credeva di aver firmato per il Fc Barcellona, invece si è ritrovato nel Fc Guardiola. Questo è il sunto dell’Ibra-pensiero al termine di un’annata non facile, in cui non sono mancati i gol né le giocate, ma dove lo svedese non ha inciso sui destini della squadra come era abituato a fare con Ajax, Juventus e Inter. Un problema innanzitutto tattico; il Barcellona non giocava un calcio adatto al suo stile di gioco, spesso paragonabile a “improvvisazioni jazz” (copyright Björn Ranelid, scrittore), ma soprattutto non giocava per lui. Poi c’era l’aspetto mediatico, con il costante tentativo da parte di certa carta stampata di creare un dualismo -in realtà inesistente- tra lui e Messi (“la stampa svedese è terribile; da quando sono a Barcellona in sala stampa c’erano più giornalisti di cronaca rosa che sportivi”). Infine la questione-Guardiola; tra i due relazioni sempre ai minimi termini e comunicazione pressoché nulla. Solamente con Co Adriaanse durante il suo primo anno all’Ajax Ibrahimovic aveva avuto un rapporto così freddo con un allenatore. Alla fine Zlatan non chiama più Guardiola nemmeno per nome; nelle interviste diventa “il filosofo”. Per il tecnico spagnolo Ibra è invece un pacco, indesiderato fin dal giorno del suo arrivo, del quale sbarazzarsi il prima possibile. Il resto è storia dei giorni nostri. Il Milan, doppietta all’esordio in Champions, immediata lite con Arrigo Sacchi in diretta tv: “tu parli troppo, se non ti piace il mio modo di giocare non guardarmi”. Zlatan Ibrahimovic continua ad essere un giocatore che fa discutere. Sempre.
Fonte: Calcio 2000
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sabato 27 novembre 2010
Il sogno proibito di Gekas
Non è certamente destinato ad entrare nella hall of fame dei grandi attaccanti il greco Theofanis Gekas, ma nemmeno il suo più acceso detrattore può affermare che l’attuale punta dell’Eintracht Francoforte non sappia fare il proprio mestiere, ovvero quello di segnare. Con alti e bassi, ovviamente, come tutti coloro che non nascono con le stimmate del fuoriclasse.
(Articolo completo su Il mondo siamo noi).
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venerdì 26 novembre 2010
Vitesse hope Merab Jordania's new dawn is not Middle Eastern mirage
Death or glory, at Vitesse there is no in between. In the last 15 years, the Arnhem club’s life has been full of ups and downs, with precious few periods of calm. Vitesse regularly finished in the top five of the Eredivisie and took part in the UEFA Cup in the late 1990s; the club even dreamed of lifting the Dutch title in the 1997/98 season, when they finished third in the league with 70 points – the side’s best ever performance – and saw their striker Nikos Machlas end the campaign as Eredivisie top scorer with 34 goals. Now a set of new developments have given the club cause to hope for a bright future.
Vitesse feasted on ambition in the 1990s, even building the breathtaking GelreDome stadium in 1998. The stadium was well ahead of its time with a retractable roof, and even ahead of some present day designs with a retractable pitch, able to be slid out when concerts or other events are held in the ground. Later however, the club almost went bankrupt in part due to the GelreDome and in part due to lavish spending on players and wages. Vitesse’s chairman at the time, Karel Aalbers, found himself accused of fraud in 2000 in another twist that added to the sense of crisis enveloping the club – Vitesse were eventually saved by Arnhem city council, who bought the GelreDome and produced a rescue package while on the pitch the team desperately fought to avoid relegation. This year though, on 16th August, Georgian businessman Merab Jordania bought Vitesse, beginning a new era for the Arnhem side.
Jordania purchased a club in poor financial health, but showed his intention was to restore the side to their glory days almost immediately. With a plan named by the Georgian “Project 13”, Jordania expressed his ambition to help Vitesse become Eredivisie champions within the next three years. Having been president of the Georgian Football Federation and a players’ agent – counting the Arveladze brothers, Georgi Kinkladze, Temur Ketsbaia and Georgi Demetradze as his most important clients – Jordania certainly knows his way around the football world. Vitesse’s new owner can count Roman Abramovich as one of his closest friends and it is no coincidence that Chelsea loaned the Dutch club two players last August – midfielder Nemanja Matic and defender Slobodan Rajkovic. The geel-zwart also signed Nacer Barazite from Arsenal and Ismail Aissati from Ajax; former Inter youth team defender Luca Caldirola had been the only loanee from a big club to land in Arnhem before Jordania’s arrival.
Since the start of the Jordania era, everyone at Vitesse expected that coach and club icon Theo Bos – labelled Mr Vitesse due to having made the most appearances for the Dutch side – wouldn’t last long. Jordania has high expectations, but Bos preached realism. The 45-year-old also had the handicap of not having been the new president’s choice. And last October, following a defeat to Roda JC, Jordania acted and Bos was sacked. His replacement was something of a surprise though, with the inexperienced Albert Ferrer, a former Spanish international defender, who at the time was working as a TV pundit for Canal+, drafted in as the new Vitesse coach.
Ferrer, who was part of Johan Cruyff’s Barcelona “Dream Team” of the early 1990s and also played at Chelsea, will work with a newly formed technical staff including ex-Ajax goalkeeper Stanley Menzo – who resigned as coach of Eerste Divisie side Cambuur Leeuwarden – and coach Albert Capellas Herms, previously of Barcelona’s youth system.
A raft of Cruyff’s “Dream Team” have become coaches: Pep Guardiola, Luis Enrique, Sergi Barjuan, Miguel Angel Nadal and Ronald Koeman. Now it is Ferrer’s turn. “Many people wonder why I have chosen the Eredivisie”, said the Spaniard at his unveiling. “I’m taking my first steps as a coach, and Vitesse’s offer looked like a great chance. I like Holland’s football philosophy. Johan Cruyff was vital for my development as a player and I learnt a lot from him during his time in Spain. I think that Holland’s football culture is very similar to that of Barcelona. When I told Guardiola about Vitesse, he said ‘Do it! They are the ideal starting point for you.’ So I packed my suitcase, left Granera – a little village 50 kilometres from Barcelona – and flew to Arnhem.”
Ferrer discovered a side struggling in the relegation zone, but, like a battle-hardened coach, repeated the managerial mantra of needing time. “Of course we need time because, you know, Rome wasn’t built in a day. I know all of the players in the team. I watched a lot of DVDs of their matches. When I say that my purpose is to create a little Barcelona here in Arnhem, please don’t look at me as if I am a fool. I know that Lasse Nilsson is not Lionel Messi. However, the approach to the game can be the same. I want my team to play dominant and attacking football. I want the ball to be moved around quickly. I want top training facilities that can help the players to improve day by day. They have to feel at home at the club and work with pleasure. These are the things that Cruyff taught me at Barcelona.”
The new Vitesse boss faces a difficult task, but has begun in style, recording an impressive 5-1 win in Venlo against VVV. Vitesse deployed the same 4-5-1 system favoured by previous coach Bos, with Julian Jenner and Dalibor Stevanovic on the flanks, Wiljan Pluim (or Marcus Pederson) as the lone striker, Aissati the attacking, creative midfielder, and Rajkovic and Frank van der Struijk the vital central defensive pairing. The Arnhem side currently find themselves 15th in the Eredivisie, just four points above the relegation playoff zone. “We are not worried”, stated technical director Ted van Leeuwen, “because this is only a transitional season. However, soon we will be able to show the club’s new style.”
In Holland there has been much controversy over Jordania’s takeover of Vitesse, mainly due to the businessman’s background, while some commentators have argued that the takeover is the start of the Dutch equivalent of the wave of foreign takeovers that have swept through English football. The fear is that financial globalisation in the Eredivisie may lead to longer term destabilisation.
Ten years ago Vitesse were nicknamed “FC Hollywood on the Rhine” and aimed to become a little Manchester United. Now they are dubbed the “Kingdom of Jordan(ia)” and look to Barcelona for inspiration. In Arnhem, the club’s faithful are enjoying the ride, full of expectations. However, deep down Vitesse’s supporters hope this is not merely another brief high to be followed by a mighty low.
Fonte: Inside Futbol
Vitesse feasted on ambition in the 1990s, even building the breathtaking GelreDome stadium in 1998. The stadium was well ahead of its time with a retractable roof, and even ahead of some present day designs with a retractable pitch, able to be slid out when concerts or other events are held in the ground. Later however, the club almost went bankrupt in part due to the GelreDome and in part due to lavish spending on players and wages. Vitesse’s chairman at the time, Karel Aalbers, found himself accused of fraud in 2000 in another twist that added to the sense of crisis enveloping the club – Vitesse were eventually saved by Arnhem city council, who bought the GelreDome and produced a rescue package while on the pitch the team desperately fought to avoid relegation. This year though, on 16th August, Georgian businessman Merab Jordania bought Vitesse, beginning a new era for the Arnhem side.
Jordania purchased a club in poor financial health, but showed his intention was to restore the side to their glory days almost immediately. With a plan named by the Georgian “Project 13”, Jordania expressed his ambition to help Vitesse become Eredivisie champions within the next three years. Having been president of the Georgian Football Federation and a players’ agent – counting the Arveladze brothers, Georgi Kinkladze, Temur Ketsbaia and Georgi Demetradze as his most important clients – Jordania certainly knows his way around the football world. Vitesse’s new owner can count Roman Abramovich as one of his closest friends and it is no coincidence that Chelsea loaned the Dutch club two players last August – midfielder Nemanja Matic and defender Slobodan Rajkovic. The geel-zwart also signed Nacer Barazite from Arsenal and Ismail Aissati from Ajax; former Inter youth team defender Luca Caldirola had been the only loanee from a big club to land in Arnhem before Jordania’s arrival.
Since the start of the Jordania era, everyone at Vitesse expected that coach and club icon Theo Bos – labelled Mr Vitesse due to having made the most appearances for the Dutch side – wouldn’t last long. Jordania has high expectations, but Bos preached realism. The 45-year-old also had the handicap of not having been the new president’s choice. And last October, following a defeat to Roda JC, Jordania acted and Bos was sacked. His replacement was something of a surprise though, with the inexperienced Albert Ferrer, a former Spanish international defender, who at the time was working as a TV pundit for Canal+, drafted in as the new Vitesse coach.
Ferrer, who was part of Johan Cruyff’s Barcelona “Dream Team” of the early 1990s and also played at Chelsea, will work with a newly formed technical staff including ex-Ajax goalkeeper Stanley Menzo – who resigned as coach of Eerste Divisie side Cambuur Leeuwarden – and coach Albert Capellas Herms, previously of Barcelona’s youth system.
A raft of Cruyff’s “Dream Team” have become coaches: Pep Guardiola, Luis Enrique, Sergi Barjuan, Miguel Angel Nadal and Ronald Koeman. Now it is Ferrer’s turn. “Many people wonder why I have chosen the Eredivisie”, said the Spaniard at his unveiling. “I’m taking my first steps as a coach, and Vitesse’s offer looked like a great chance. I like Holland’s football philosophy. Johan Cruyff was vital for my development as a player and I learnt a lot from him during his time in Spain. I think that Holland’s football culture is very similar to that of Barcelona. When I told Guardiola about Vitesse, he said ‘Do it! They are the ideal starting point for you.’ So I packed my suitcase, left Granera – a little village 50 kilometres from Barcelona – and flew to Arnhem.”
Ferrer discovered a side struggling in the relegation zone, but, like a battle-hardened coach, repeated the managerial mantra of needing time. “Of course we need time because, you know, Rome wasn’t built in a day. I know all of the players in the team. I watched a lot of DVDs of their matches. When I say that my purpose is to create a little Barcelona here in Arnhem, please don’t look at me as if I am a fool. I know that Lasse Nilsson is not Lionel Messi. However, the approach to the game can be the same. I want my team to play dominant and attacking football. I want the ball to be moved around quickly. I want top training facilities that can help the players to improve day by day. They have to feel at home at the club and work with pleasure. These are the things that Cruyff taught me at Barcelona.”
The new Vitesse boss faces a difficult task, but has begun in style, recording an impressive 5-1 win in Venlo against VVV. Vitesse deployed the same 4-5-1 system favoured by previous coach Bos, with Julian Jenner and Dalibor Stevanovic on the flanks, Wiljan Pluim (or Marcus Pederson) as the lone striker, Aissati the attacking, creative midfielder, and Rajkovic and Frank van der Struijk the vital central defensive pairing. The Arnhem side currently find themselves 15th in the Eredivisie, just four points above the relegation playoff zone. “We are not worried”, stated technical director Ted van Leeuwen, “because this is only a transitional season. However, soon we will be able to show the club’s new style.”
In Holland there has been much controversy over Jordania’s takeover of Vitesse, mainly due to the businessman’s background, while some commentators have argued that the takeover is the start of the Dutch equivalent of the wave of foreign takeovers that have swept through English football. The fear is that financial globalisation in the Eredivisie may lead to longer term destabilisation.
Ten years ago Vitesse were nicknamed “FC Hollywood on the Rhine” and aimed to become a little Manchester United. Now they are dubbed the “Kingdom of Jordan(ia)” and look to Barcelona for inspiration. In Arnhem, the club’s faithful are enjoying the ride, full of expectations. However, deep down Vitesse’s supporters hope this is not merely another brief high to be followed by a mighty low.
Fonte: Inside Futbol
giovedì 25 novembre 2010
Gli affari del Groningen
Il proverbio dice che non c’è due senza tre. Pertanto il Groningen terzo in classifica nella Eredivisie a due giornate dalla chiusura del girone di andata, può legittimamente sperare nel bersaglio grosso. Dopo l’Az Alkmaar nel 2009 e il Twente nel 2010, i bianco-verdi rappresenterebbero la terza sorpresa consecutiva in un campionato fino a poco tempo fa fortemente caratterizzato dal dominio delle solite due-tre squadre.
(Articolo completo su Il mondo siamo noi).
(Articolo completo su Il mondo siamo noi).
mercoledì 24 novembre 2010
Preview Inter-Twente
“Il Twente ha dimostrato di non essere un intruso in Champions League”. Michel Preud’homme, il tecnico degli olandesi, si è già messo alle spalle la seconda sconfitta consecutiva raccolta in campionato. “Sia contro l’Inter che contro il Tottenham, risultato a parte, ce la siamo giocata. Abbiamo le capacità per mettere in difficoltà i nostri avversari”. In altre parole: si va a Milano per giocarsi la qualificazione agli ottavi. Una debuttante al cospetto dei campioni d’Europa. Un allenatore esordiente contro un collega, Rafa Benitez, che invece da anni è un assiduo frequentatore della manifestazione. Un incrocio di destini solo apparentemente diversi.
Preud’homme condivide con Benitez la più scomoda delle eredità: sostituire un predecessore che ha fatto la storia del club. Mourinho all’Inter con la tripletta, McClaren al Twente con il primo titolo nazionale della squadra di Enschede. Il belga però non sta soffrendo il paragone, confermando la parabola ascendente della propria carriera da allenatore, che nell’ultimo biennio lo ha visto conquistare tre trofei con tre squadre diverse: campionato belga nel 2008 con lo Standard Liegi; coppa belga nel 2009 con il Ghent; supercoppa olandese quest’anno con il Twente.
A dispetto di un modulo, il 4-3-3, pressoché identico a quello di McClaren, c’è tanto Preud’homme nell’attuale Twente. Fino ad ora i due migliori uomini della squadra in Champions sono sue “creature”; l’ala sinistra Nacer Chadli, prelevato in estate dalla B olandese, decisivo nella vittoria a Brema sul Werder; e il portiere Nikolaj Mihajlov, dal 2007 nel club, ma promosso titolare solo con l’arrivo di Preud’homme. L’estremo bulgaro, figlio d’arte (papà Borislav detiene tutt’ora il record di presenze in nazionale), sembra esaltarsi sulla ribalta internazionale: lo scorso anno parò un rigore a Joao Moutinho dello Sporting Lisbona nel preliminare di Champions; quest’anno si è ripetuto contro Van der Vaart a Londra, prima di abbassare la saracinesca in casa del Werder.
L’ultima volta che Preud’homme ha calcato l’erba di San Siro indossava ancora i guanti da portiere e difendeva i pali del Malines, il piccolo club fiammingo capace di vincere, sul finire degli anni Ottanta, la Coppa Uefa. Quel giorno, per i quarti della Coppa Campioni 89-90, aveva di fronte il Milan di Arrigo Sacchi e Marco van Basten, che costrinse - praticamente da solo - ai tempi supplementari grazie ad una performance mostruosa. La stessa che si aspetta questa sera dal suo Twente.
Fonte: Il Giornale
Preud’homme condivide con Benitez la più scomoda delle eredità: sostituire un predecessore che ha fatto la storia del club. Mourinho all’Inter con la tripletta, McClaren al Twente con il primo titolo nazionale della squadra di Enschede. Il belga però non sta soffrendo il paragone, confermando la parabola ascendente della propria carriera da allenatore, che nell’ultimo biennio lo ha visto conquistare tre trofei con tre squadre diverse: campionato belga nel 2008 con lo Standard Liegi; coppa belga nel 2009 con il Ghent; supercoppa olandese quest’anno con il Twente.
A dispetto di un modulo, il 4-3-3, pressoché identico a quello di McClaren, c’è tanto Preud’homme nell’attuale Twente. Fino ad ora i due migliori uomini della squadra in Champions sono sue “creature”; l’ala sinistra Nacer Chadli, prelevato in estate dalla B olandese, decisivo nella vittoria a Brema sul Werder; e il portiere Nikolaj Mihajlov, dal 2007 nel club, ma promosso titolare solo con l’arrivo di Preud’homme. L’estremo bulgaro, figlio d’arte (papà Borislav detiene tutt’ora il record di presenze in nazionale), sembra esaltarsi sulla ribalta internazionale: lo scorso anno parò un rigore a Joao Moutinho dello Sporting Lisbona nel preliminare di Champions; quest’anno si è ripetuto contro Van der Vaart a Londra, prima di abbassare la saracinesca in casa del Werder.
L’ultima volta che Preud’homme ha calcato l’erba di San Siro indossava ancora i guanti da portiere e difendeva i pali del Malines, il piccolo club fiammingo capace di vincere, sul finire degli anni Ottanta, la Coppa Uefa. Quel giorno, per i quarti della Coppa Campioni 89-90, aveva di fronte il Milan di Arrigo Sacchi e Marco van Basten, che costrinse - praticamente da solo - ai tempi supplementari grazie ad una performance mostruosa. La stessa che si aspetta questa sera dal suo Twente.
Fonte: Il Giornale
martedì 23 novembre 2010
Preview Auxerre-Milan
Per comprendere la filosofia Auxerre un aneddoto vale più di mille parole. Qualche anno fa il club della Borgogna stava trattando con il Roda l’acquisto dell’allora promettente nigeriano Tijani Babangida. Di fronte ai 3 milioni di euro chiesti dagli olandesi, l’Auxerre però fece immediata retromarcia. “Non se ne parla proprio”, disse Guy Roux, il tecnico dei transalpini all’epoca. “Con questi soldi da noi si costruisce una cattedrale”. Traduzione: niente spese fuori budget. I big, o potenziali tali, l’Auxerre preferisce costruirseli in casa. Qualche esempio? Eric Cantona, Philippe Mexes, Djibril Cissè, Basile Boli, Bernard Diomede. Il prossimo della lista potrebbe essere il 22enne centrocampista Delvin N’Dinga, un piccolo Vieira congolese già finito sul taccuino di numerosi club europei.
Da sempre Auxerre significa valorizzazione dei giovani. Lo dice la ragione sociale del club, Association de la Jeunesse Auxerroise, ovvero associazione della gioventù di Auxerre. Lo conferma la storia della società, da sempre all’avanguardia nello scouting e nella formazione. Quando poi la semina è particolarmente buona, ecco arrivare il palcoscenico più prestigioso, la Champions League. Dove alle eventuali carenze qualitative dell’organico si sopperisce con l’ingegno, come accaduto nell’ultimo turno. Privo dei propri attaccanti titolari, l’infortunato Jelen e lo squalificato Oliech, per affrontare l’Ajax il tecnico Fernandez si è inventato una prima linea di brevilinei rapidi e guizzanti, i classe 86 Quercia e Sammaritano, per sorprendere in velocità la difesa degli olandesi. Risultato: successo dell’Auxerre per 2-1 e qualificazione riaperta.
Nell’Auxerre zero stelle, dove l’unico giocatore over-30 della rosa è lo svizzero Gritching, il fuoriclasse vero siede in panchina. Jean Fernandez, seguace dei metodi di Arrigo Sacchi e talent scout di Ribery ai tempi del Metz, in estate è stato ad un passo dal sostituire Domenech quale ct della Francia. Alla fine ha prevalso Laurent Blanc, e lui ha potuto continuare a dedicarsi al suo laboratorio di talenti. A inizio stagione ha estromesso dalla Champions i milionari dello Zenit San Pietroburgo. Oggi è pronto a sfidare una big del calcio mondiale con una batteria di attaccanti, sei, i cui cartellini valgono, tutti assieme, la metà di quello del solo Robinho.
Fonte: Il Giornale
Da sempre Auxerre significa valorizzazione dei giovani. Lo dice la ragione sociale del club, Association de la Jeunesse Auxerroise, ovvero associazione della gioventù di Auxerre. Lo conferma la storia della società, da sempre all’avanguardia nello scouting e nella formazione. Quando poi la semina è particolarmente buona, ecco arrivare il palcoscenico più prestigioso, la Champions League. Dove alle eventuali carenze qualitative dell’organico si sopperisce con l’ingegno, come accaduto nell’ultimo turno. Privo dei propri attaccanti titolari, l’infortunato Jelen e lo squalificato Oliech, per affrontare l’Ajax il tecnico Fernandez si è inventato una prima linea di brevilinei rapidi e guizzanti, i classe 86 Quercia e Sammaritano, per sorprendere in velocità la difesa degli olandesi. Risultato: successo dell’Auxerre per 2-1 e qualificazione riaperta.
Nell’Auxerre zero stelle, dove l’unico giocatore over-30 della rosa è lo svizzero Gritching, il fuoriclasse vero siede in panchina. Jean Fernandez, seguace dei metodi di Arrigo Sacchi e talent scout di Ribery ai tempi del Metz, in estate è stato ad un passo dal sostituire Domenech quale ct della Francia. Alla fine ha prevalso Laurent Blanc, e lui ha potuto continuare a dedicarsi al suo laboratorio di talenti. A inizio stagione ha estromesso dalla Champions i milionari dello Zenit San Pietroburgo. Oggi è pronto a sfidare una big del calcio mondiale con una batteria di attaccanti, sei, i cui cartellini valgono, tutti assieme, la metà di quello del solo Robinho.
Fonte: Il Giornale
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