martedì 14 giugno 2011

L'importante e' boicottare

Strano e affascinante paese il Belgio, senza governo da un anno (primato mondiale) senza che la cosa importi più di tanto ai cittadini. Fiamminghi e valloni ormai non riescono a trovare un accordo su niente che non sia il tifo per Clim Clijsters o la nazionale di calcio. Ma anche il mondo del pallone non sta propriamente vivendo sonno tranquilli.
(Articolo completo su Il mondo siamo noi).

lunedì 13 giugno 2011

Jonathan Reis: gioventu' bruciata

Alcol, droga e gol: Jonathan Reis, classe 89, non è un calciatore che passa inosservato, anche se spesso finisce sulle prime pagine dei giornali per le ragioni sbagliate. Il talento cristallino lo ha finora tenuto a galla da uno stile di vita modello gioventù bruciata. Scovato giovanissimo dal PSV Eindhoven, è stato licenziato nel gennaio 2010 perché positivo alla cocaina. In estate però il club della Philips ha deciso di ingaggiarlo nuovamente, ripulito dalle droghe ma ancora in lotta con i propri demoni. Così lo scorso settembre Reis si è fatto pizzicare ubriaco alla guida della propria auto sulla strada che porta da Weert a Eindhoven. Lo ha salvato nuovamente il talento; il PSV lo ha tenuto in squadra, lui ha ricambiato con 9 gol in 16 partite prima di finire ko per un infortunio ai legamenti.

Assieme alla cessione di Ibrahim Afellay al Barcellona, proprio l’uscita di scena di Reis - avvenuta lo scorso 19 dicembre al minuto 17 di PSV-Roda - è stata alla base del lento declino del club di Eindhoven nella seconda parte del campionato. Gli uomini di Fred Rutten hanno chiuso al terzo posto, fallendo ancora una volta quel piazzamento Champions vitale per le casse tutt’altro che floride del club. Al PSV è mancato un bomber. Uno come Reis, attaccante dalla media reti di un gol ogni 100,4 minuti; nell’ultimo ventennio in casa PSV solamente Romario (91,6) ha fatto meglio di lui, mentre mostri sacri quali Ronaldo e Van Nistelrooy (entrambi a quota 124,9) sono alle sue spalle.

Reis è sbarcato in Olanda nel 2007 assieme ai connazionali Fagner Conserva Lemos e Cassio Ramos, e sin dalle prime apparizioni nelle giovanili del PSV è risultato chiaro quale dei tre fosse l’elemento di maggior prospettiva, ma anche quello più indisciplinato. Il repertorio è un classico del genere: ritardi agli allenamenti, vita notturna, feste. Reis si rompe due volte il piede sinistro, ma la seconda frattura è causata dalla rimozione prematura del gesso effettuata contro il parere dei medici. Poi viene spedito sei mesi in Brasile in prestito al Tupi, perché l’allora tecnico del PSV Huub Stevens non lo vuole più vedere nei pressi del De Herdgang, il centro di allenamento del club.

L’arrivo di Rutten nell’estate del 2009 rappresenta una nuova chance per Reis. Il brasiliano sboccia in autunno, segnando a raffica tra Eredivisie, Europa League e coppa d’Olanda. Nel ritiro invernale in Spagna però viene trovato positivo alla cocaina. Rifiuta di curarsi e il PSV rescinde immediatamente il contratto. Reis torna in Brasile dalla compagna e dal suo bimbo di pochi mesi, Caique. Decide di disintossicarsi. “Entrai in una comunità completamente isolata dal resto del mondo”, ricorda il giocatore. “Non potevamo uscire né telefonare né navigare in internet. La sveglia suonava alla sei di mattina, poi si andava a lavorare nei campi”. Un incontro nella città di Salvador con la sua vecchia squadra, che si trovava in tournee in Brasile, pone le basi per il suo ritorno in Olanda avallato da Rutten, il tecnico che più di tutti ha creduto nel suo recupero. Oggi per Reis è pronto un triennale e, forse, l’inizio di una nuova vita.

Fonte: La Gazzetta dello Sport - Extra Time

sabato 11 giugno 2011

Preview Europeo under 21

Dopo la finale di Champions League sarà di nuovo Spagna contro Inghilterra. Almeno così vogliono i pronostici, raramente così unidirezionali come per il campionato europeo under 21 che apre oggi i battenti in Danimarca. Premier League e Liga, i due top campionati a livello mondiale, mettono in mostra (quasi) tutti i loro gioielli. Gli altri restano a casa a guardare: non ci sarà la Germania campione in carica, né l’Italia primatista di vittorie (5 le edizioni in bacheca), né l’Olanda vincitrice di due delle ultime tre edizioni.

Calcisticamente la Spagna sta vivendo un momento magico, tanto a livello di club quanto di nazionale. Un successo a livello giovanile completerebbe l’en-plein. Ci proveranno i canterani del Barcellona Thiago Alcantara (uno che in blaugrana gioca poco solo perché ha davanti un certo Xavi), Bojan e Jeffren, aiutati dai baschi Muniain, Javi Martinez e San Josè, più il valenciano Mata e l’estremo De Gea, il sostituto di Van der Sar nel Manchester United. Meno talento puro ma più esperienza per l’Inghilterra di Stuart Pearce. Diversi suoi ragazzi sono reduci dal precedente Europeo under 21, altri hanno accumulato presenze tra Premier e Championship. Tra i più attesi la punta del Chelsea Sturridge, il centrocampista dell’Everton Rodwell, gli esterni Sinclair (Swansea) e Henderson (neo acquisto del Liverpool). Gli inglesi dovranno rinunciare a tre pezzi da novanta quali Walcott, Carroll e Wilshere, “scippati” da Fabio Capello e mai restituiti.

Spagna e Inghilterra si affronteranno nel gruppo B, concedendo prevedibilmente poche chance a Ucraina e Repubblica Ceca. L’outsider uscirà pertanto dall’equilibratissimo gruppo A. Piace la Svizzera, tra i migliori movimenti calcistici giovanili degli ultimi anni e forte di elementi con esperienza Champions (Shaqiri, Gavranovic, Costanzo). La Danimarca padrona di casa si affida alla classe del classe 92 Eriksen, visto anche ai Mondiali sudafricani. Poco blasone ma ottimi riscontri dal campo per Bielorussia e Islanda; i primi hanno eliminato gli azzurrini, i nordici sono pieni di elementi già in nazionale maggiore. Tra questi spicca la punta Sigþórsson; può essere la rivelazione che nessuno si aspetta.

Fonte: Il Giornale

venerdì 10 giugno 2011

Perchè il Porto è meglio del Barcellona

Giù i fucili. Il titolo, volutamente provocatorio e in odore di eresia, intende rendere i dovuti onori a una squadra che ha trasformato il processo di acquisto e cessione di giocatori in un’arte. Perché nel calcio odierno non contano solo i risultati in campo, ma anche quelli in sede di bilancio.
(Articolo completo su Il mondo siamo noi).

giovedì 9 giugno 2011

Il ruggito di Brisbane

Difficilmente un titolo nazionale può essere conquistato con maggior merito di quanto fatto dal Brisbane Roar lo scorso 13 marzo. I Leoni si sono laureati campioni della Hyundai A-League per la prima volta nella propria storia dopo aver battuto ai calci di rigore i Central Coast Mariners nella Grand Final dei play-off del campionato australiano.

Una stagione pressoché perfetta quella del club di Brisbane: vincitore della regular season con otto punti di distacco sulla seconda; miglior attacco (58 gol fatti) e miglior difesa (26 subiti) del campionato; sei giocatori nell’All Star Team 2010/11; nuovo primato australiano di risultati utili consecutivi (28); miglior assist-man (il tedesco Thomas Broich con 12), miglior portiere (Micheal Theoklitos, che ha anche stabilito il record australiano di imbattibilità non subendo reti per 876 minuti) e miglior allenatore del campionato (l’immigrato greco Ange Postecoglou); vincitore del Fair-Play Trophy quale squadra più corretta.

Una marcia trionfale che rischiava clamorosamente di concludersi nel peggiore dei modi proprio nella Grand Final quando, sul terreno amico del Suncorp Stadium, a quattro minuti dalla fine del secondo tempo supplementari il Brisbane Roar si trovava sotto di due gol. Poi l’incredibile rimonta firmata da Henrique e – all’ultimo assalto – da Erik Paartalu, prima dello show finale del portiere Michael Theoklitos, capace di bloccare due rigori agli avversari. Quello del Brisbane Roar è stato un successo maturato a dispetto di una politica molto attenta al bilancio; a inizio stagione erano partiti il bomber Sergio van Dijk (ceduto all’Adelaide United, dove si è laureato capocannoniere della A-League) e i giovani Tommy Oar, Michael Zullo e Adam Sarota (tutti finiti all’Utrecht), successivamente imitati dalla punta Reinaldo e dal talento locale Luke DeVere, finiti rispettivamente in Qatar e Corea del Sud. Il Brisbane Roar ha pertanto vinto sia a livello sportivo che economico.

Fonte: Guerin Sportivo

mercoledì 8 giugno 2011

Le tre vite di Axel Witsel

A 22 anni Axel Witsel ha già vissuto tre vite: è stato un giovane talento emergente che a 15 anni rifiutava, su consiglio di papà, Real Madrid e Arsenal per non bruciarsi; lo hanno poi trasformato in nemico pubblico numero uno dopo una brutta vicenda accaduta durante un incontro tra Anderlecht e Standard Liegi; è infine risorto dalle proprie ceneri tornando uomo simbolo di un calcio, quello belga, che tenta faticosamente di risalire la china dopo un decennio di elevata mediocrità. Tre capitoli per una storia breve ma già molto intensa, che dalla prossima estate potrebbe anche proseguire in Italia in una delle due squadre di Milano.

Nella sua prima vita Witsel appariva come il più classico dei predestinati; papà Thierry, originario della Martinica, era allenatore e tattico, prima nel calcio a cinque - dove ha vinto due coppe di Belgio guidando l’Ougrée - e in seguito nelle giovanili dello Standard. Si occupa personalmente della formazione tecnico-calcistica del figlio, che nel 2004 viene eletto miglior giocatore in untorneo internazionale under-16 a Kiev, nel 2006 debutta 17enne con lo Standard e due anni dopo vince la Gouden Schoen (Scarpa d’Oro), trofeo che premia il miglior giocatore del campionato belga.

Un’ascesa verticale bruscamente interrottasi il 30 agosto 2009, quando in un elettrico Anderlecht-Standard Witsel si rende protagonista di un intervento killer ai danni del polacco Marcin Wasilewski, rompendogli tibia e perone. Le immagini, terribili, fanno il giro del web. Witsel viene squalificato per dieci giornate (poi ridotte a otto). Lui e la sua famiglia ricevono minacce di morte. Il quotidiano Het Laatste Nieuws getta ulteriore benzina sul fuoco inserendolo nell’elenco dei belgi più spregevoli dell’anno accanto a Kim De Gelder, il folle che uccise una donna e due bimbi nell’asilo nido “Fabeltjesland” di Dendermonde (vicenda alla quale Ligabue ha recentemente dedicato la canzone Quando mi vieni a prendere?). In Belgio tutti, tranne lo Standard, sono contro Axel Witsel.

La versatilità nel ricoprire qualsiasi ruolo a centrocampo (il diretto interessato preferisce però giocare dietro le punte) ha imposto Witsel quale elemento chiave di uno Standard arrivato secondo in campionato dopo una clamorosa rimonta iniziata nei play-off (nella regular season i Rouches erano finiti sesti). Assist, gol (la botta da fuori che lo scorso 7 maggio ha steso il Club Brugge è tra le più belle reti viste in stagione in Belgio) ma anche tanta sostanza. Un pieno di consensi che Witsel ha fatto anche in nazionale, dopo un doppietta in casa dell’Austria che ha rimesso il Belgio in corsa per la qualificazione a Euro 2012. Gli applausi questa volta sono arrivati da tutto il paese. Il cerchio si è finalmente chiuso.

Fonte: La Gazzetta dello Sport - Extra Time

martedì 7 giugno 2011

Standard, l'ultimo baluardo

Welkom in Luik. Bienvenue à Liège. Lo speaker del Maurice Dufrasne, lo stadio dello Standard Liegi, saluta così gli spettatori all’inizio di ogni partita. Benvenuti, sembra voler sottolineare il messaggio, in uno dei pochi luoghi del Belgio in cui fiamminghi e valloni dimenticano per un paio d’ore la distanza che li separa. Perché lo Standard Liegi è una squadra che conta sostenitori in tutto il paese, con gruppi di tifo organizzato di ogni classe sociale, ceppo linguistico e orientamento politico. Un club trasversale in un paese spaccato a metà.

Sono due gli elementi che mantengono il Belgio unito: lo sport e la corona. Per il resto, la comunità fiamminga e quella vallona vivono da separate in casa. Le città cambiano i nomi (Mons diventa Bergen, Malines-Mechelen, Gand-Gent, Roulers-Roeselare e così via), le riviste escono in due edizioni con copertine e contenuti diversi perché, come spiega l’ex addetto stampa della nazionale belga Francois Colin nel caso del settimanale Foot/Voetbal magazine: “ai lettori valloni interessano giocatori e squadre della loro area, e lo stesso vale per quelli delle Fiandre”. Nulla a confronto di quanto combina la politica, che da undici mesi sta lasciando il paese senza governo. L’impossibilità di trovare un accordo tra i partiti fiamminghi e valloni che hanno vinto le elezioni ha portato il Belgio a battere il poco invidiabile record, detenuto dall’Irak, della maggior durata della sede vacante di un governo in tempo di pace.

I riflessi di queste divisione si riflettono anche sul mondo del calcio. Qualche anno fa i nazionalisti fiamminghi hanno chiesto la separazione della Federcalcio belga in due componenti autonome, con conseguente creazione di due nazionali e due campionati separati. Tra i più strenui oppositori della proposta c’è stato proprio lo Standard Liegi, che ha minacciato di chiedere l’iscrizione nella Ligue 1 francese se alla proposta fossero stati concessi margini di sviluppo.

Oggi più che mai, lo Standard è diventato il club di tutta la comunità francofona belga, come dimostrato dai festeggiamenti per la vittoria della coppa nazionale (2-0 al Westerlo) avvenuti un po’ in tutte le città della Vallonia. I Rouches rappresentano l’ultimo baluardo di un movimento calcistico, quello vallone, sull’orlo del fallimento. Dopo la bancarotta che negli ultimi anni ha cancellato dal professionismo due club storici quali Mouscron e La Louviere (vincitore della coppa di Belgio nel 2003), nella stagione appena conclusa solamente 18 delle 70 società iscritte nelle prime tre divisioni del paese appartenevano alla parte francofona del Belgio. In Jupiler pro League erano presenti, oltre allo Standard, appena altri due club, Charleroi e Eupen, entrambi retrocessi. Ci ha pensato il Mons, battendo 2-1 domenica il Waasland-Beveren nello spareggio promozione, a rendere la squadra di Liegi meno sola.

Fonte: La Gazzetta dello Sport - Extra Time